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Perché non siamo mai stati così vicini a una nuova guerra: questa volta gli Usa potrebbero attaccare l’Iran

Non siamo mai stati così vicini a un possibile attacco degli Stati Uniti contro Teheran come in questi giorni: se l’Iran non presenta un piano convincente sul nucleare entro il 26 febbraio, la diplomazia potrebbe lasciare il posto alle bombe.
A cura di Giuseppe Acconcia
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Nella prima riunione del controverso Board of Peace a Washington, il 19 febbraio, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dato "dieci giorni" all'Iran per arrivare a un accordo sul nucleare. L’ironia di un richiamo alla pace che nasconde invece una minaccia malcelata di guerra nasconde la grande incertezza degli Stati Uniti in merito a cosa fare in Iran. Se ormai il disimpegno dalle aree di guerra, brandito da Trump in campagna elettorale, sembra completamente archiviato dopo il raid mirato in Venezuela che ha portato all’arresto dell’ex presidente Nicolas Maduro, il presidente Usa sta cercando prima di tutto di esercitare la massima pressione possibile sulle autorità di Teheran per arrivare a un’intesa sul nucleare. Il prossimo appuntamento è fissato per per giovedì 26 febbraio a Ginevra, dove Tehran dovrà presentare un vero piano sul nucleare, altrimenti potrebbe essere l'ultimo incontro prima che a parlare siano le bombe.

Un dispiegamento senza precedenti

La massiccia presenza militare degli Stati Uniti alle porte del Golfo Persico non si vedeva dai tempi della guerra in Iraq del 2003. Quella guerra si è però presto trasformata in un pantano per gli Stati Uniti con il quale per due decenni è stato difficile fare i conti.

Quindi il primo obiettivo di Trump dovrebbe essere di evitare un attacco di lungo termine contro l’Iran, evitando un’invasione di terra, che potrebbe dimostrarsi disastrosa per l’immagine di Washington in Medio Oriente e per le sue aspirazioni personali ad essere rappresentato come "uomo della pace" e candidato a un Nobel che non sembra alla sua portata.

E così oltre alle navi da guerra Abraham Lincoln e Gerald Ford, sono centinaia i jet, inclusi F-35, F-22 e F-16, e i sistemi di difesa Usa, pronti ad attaccare per azzerare il programma nucleare e missilistico iraniano.

La Gran Bretagna si sfila

I primi a sfilarsi dai piani di attacco di Trump sono stati gli inglesi. Il governo di Londra non ha dato il permesso agli Stati Uniti di usare le basi militari in Gran Bretagna per effettuare un possibile attacco contro l’Iran. In passato Washington aveva usato la base della Raf a Fairford nel Gloucestershire e le basi inglesi di Diego Garcia nell’Oceano indiano per gli attacchi in Medio Oriente. Eppure, i leader europei sono i primi ad essere stati presi di mira dalle autorità iraniane.

Pochi giorni fa il deputato del Majlis, Mojtaba Zarei, aveva strappato proprio le foto dei principali leader europei, incluso il presidente italiano, Sergio Mattarella. Alcune settimane prima, l’Unione europea aveva inserito i pasdaran nella lista dei gruppi terroristici innescando contromisure della stessa portata da parte delle autorità iraniane, in uno scontro senza precedenti tra paesi che negli anni scorsi avevano cercato il dialogo, nonostante l’intransigenza statunitense.

Israele in prima linea

In caso di un attacco non mancherebbe tuttavia la cooperazione militare degli alleati regionali degli Stati Uniti. Se Turchia, Egitto e Arabia Saudita si sono mostrate poco interessate a favorire un attacco Usa contro l’Iran, Israele potrebbe partecipare direttamente ai raid Usa contro Teheran. Non solo, gli Stati Uniti potrebbero usare le loro basi in Medio Oriente per attacchi mirati contro le infrastrutture iraniane a partire dalle basi statunitensi in Giordania, Bahrain e Qatar.

In questo caso i pasdaran potrebbero scegliere in risposta la strada dell’escalation militare. Pochi giorni fa si sono svolte esercitazioni militari iraniane congiunte con Cina e Russia, non lontano dalle navi da guerra statunitensi nel Golfo Persico. Ma non solo, Teheran potrebbe minacciare la chiusura strategica dello Stretto di Hormutz colpendo inesorabilmente il traffico marittimo globale così come innescare una guerra per procura regionale attivando le milizie sciite in Siria, Iraq, Libano e Yemen.

I colloqui in Oman

Finché Trump non darà il disco verde per un attacco contro l’Iran, la via diplomatica continua ad essere un'opzione possibile. I colloqui indiretti tra autorità iraniane e statunitensi in Oman e a Ginevra hanno però portato fin qui a risultati abbastanza deludenti.

Se le due delegazioni si sono affrettate a salutare favorevolmente la definizione di “linee guida” generali per arrivare a un’intesa, la guida suprema iraniana, Ali Khamenei, ha più volte sottolineato che l’Iran non è interessato a una resa incondizionata.

D’altra parte, Trump sembra interessato proprio a questo: alla capitolazione del regime di Teheran, alla fine dell’arricchimento dell’uranio, del programma missilistico iraniano e al trasferimento delle riserve di uranio già arricchito all’estero.

L’Iran come il Venezuela?

Un accordo di questo tipo potrebbe segnare la fine delle sanzioni internazionali contro Teheran e l’apertura del mercato iraniano e dell’industria petrolifera di Teheran ai capitali statunitensi, sul modello venezuelano. E così anche l’ipotesi di un attacco, qualora un'intesa non dovesse essere raggiunta, non necessariamente dovrebbe implicare un cambiamento di regime ma potrebbe avere come obiettivo il contenimento di qualsiasi capacità militare iraniana, come più volte auspicato da Israele nelle visite di Benjamin Netanyahu a Washington, anche dopo la guerra dei 12 giorni dello scorso giugno.

Non solo, la carta dei colloqui è sempre stata un’arma a doppio taglio per gli Stati Uniti. Proprio lo scorso giugno erano in corso i round negoziali in Oman e a Roma quando Israele ha deciso di attaccare su larga scala Teheran, spingendo Trump ai raid alle centrali nucleari iraniane, considerate dagli Usa un successo nell’azzeramento del programma nucleare iraniano. Quindi la via diplomatica non esclude un intervento armato così come un attacco non pregiudica la possibilità di tornare a dialogare per evitare uno scontro difficile da controllare.

La repressione del dissenso

L’Iran ha vissuto una delle fasi di maggiore repressione del dissenso dalla Rivoluzione islamica del 1979. I dati sulle persone uccise nelle proteste variano dai 6mila, secondo le autorità di Teheran, ai 30mila, denunciati dalla stampa inglese. Le proteste, iniziate il 28 dicembre scorso, contro il carovita sono state le più violente della storia recente iraniana, mentre le forze di sicurezza hanno dimostrato un’aggressività senza precedenti.

"Militari ed intelligence hanno attaccato l’abitazione di un mio amico a Teheran alle 8 della mattina", ci ha raccontato Mohammad, attivista di Teheran. "Hanno arrestato sua moglie prelevandola direttamente dal negozio dove lavorava", ha proseguito. "Hanno controllato tutti i suoi computer, hanno sequestrato tutto. Sono rimasti lì almeno otto ore. Non sappiamo dove sia stata portata sua moglie, lavorava per il ministero della Cultura. Era in contatto con l’opposizione all’estero. È detenuta dall’intelligence e potrebbe essere condannata a morte. Anche se conosce molte persone del governo, sarà difficile che la rilasceranno", ha concluso Mohammad.

Questa è solo una delle terribili storie di arresti sommari di attivisti e simpatizzanti con il movimento contro la Repubblica islamica che è stato represso inesorabilmente con la censura di internet per settimane e una dura campagna di arresti di politici riformisti, come Azar Mansouri, Mohsen Aminzadeh, Ebrahim Eshgarzadeh, e dissidenti.

Lo scontro tra élites

In Iran è in corso uno scontro tra élite all'ultimo sangue. I politici riformisti, incluso il presidente moderato Masoud Pezeshkian, potrebbero risultare vincitori di queste tensioni. La loro propensione al dialogo con gli Stati Uniti potrebbe spingerli ad ottenere un'intesa sul nucleare che mantenga in vita la Repubblica islamica, sebbene aprendo una stagione di riforme che ascolti le richieste di giovani, lavoratori e donne iraniane.

Non è detto che non prevalga invece l’ala più conservatrice, di Khamenei e pasdaran, in cerca di vendetta per l’uccisione mirata a Baghdad di Qassem Soleimani nel 2020 per mano degli Usa, e per le mille vittime iraniane della guerra dei 12 giorni di Washington e Tel Aviv.

Non siamo mai stati così vicini a un possibile attacco degli Stati Uniti contro Teheran come in questi giorni. Tuttavia, la possibilità che questo avvenga apre molte incognite su quali paesi agiranno al fianco degli Stati Uniti, quale sarà la reazione militare iraniana, fino a che punto è possibile favorire politici iraniani propensi al dialogo per avviare una fase di riforme che accetti le richieste di chi protesta ed evitare lo scontro diretto. L’imprevedibilità di Trump nasconde la fase di grande incertezza globale che un conflitto in Iran potrebbe aprire e soprattutto la necessità, in vista del voto di medio termine, di evitare una guerra di lungo corso sul modello iracheno che potrebbe minare il sostegno elettorale del leader repubblicano.

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