Morto Jesse Jackson, chi era il reverendo americano icona dei diritti civili: voleva diventare presidente USA

È morto oggi all'età di 84 anni Jesse Jackson, ministro battista e reverendo icona dei diritti umani negli Stati Uniti, dove sin da giovane si è battuto al fianco della popolazione di colore. Negli anni Sessanta è stato il primo afroamericano a passare dall'attivismo alla politica di un grande partito, arrivando addirittura a candidarsi tra le fila del Partito democratico per le primarie in vista delle elezioni presidenziali negli anni Ottanta. Dallo scorso novembre era ricoverato in ospedale dopo che gli era stata diagnosticata una patologia degenerativa chiamata paralisi sopranucleare progressiva (PSP).
"Il suo incrollabile impegno per la giustizia, l'uguaglianza e i diritti umani hanno contribuito a plasmare un movimento globale per la libertà e la dignità. Instancabile agente del cambiamento, ha dato voce a chi non aveva voce, dalle sue campagne presidenziali negli anni '80 alla mobilitazione di milioni di persone per registrarsi al voto, lasciando un segno indelebile nella storia", si legge nel comunicato diffuso questa mattina dalla famiglia.
"La sua incrollabile fede nella giustizia, nell’uguaglianza e nell’amore ha motivato milioni di persone, e vi chiediamo di onorare la sua memoria continuando la lotta per i valori per cui ha vissuto", continua il comunicato. I funerali si terranno nei prossimi giorni a Chicago.

Nato in South Carolina nel 1941 e diventato pupillo di Martin Luther King Jr., Jackson costruì una carriera impegnandosi a organizzare politicamente e migliorare la vita degli afroamericani negli Stati Uniti. Durante la sua infanzia e adolescenza, fu segregato dai vicini bianchi. Fu costretto a frequentare scuole separate e gli fu permesso di accedere solo ad aree designate nei luoghi pubblici, come sugli autobus o nei ristoranti. Si trovava proprio con King quando quest'ultimo fu assassinato a Memphis, nel Tennessee, nel 1968. Fondò anche due organizzazioni per la giustizia sociale e l'attivismo: Operation PUSH nel 1971 e la National Rainbow Coalition, una dozzina di anni più tardi.

In seguito divenne una vera e propria forza nazionale durante le sue due campagne per la Casa Bianca, sempre tra le fila del Partito democratico. Si candidò infatti alle primarie nel 1984 e nel 1988. Il suo discorso alla Convention Nazionale del 1988 si concludeva con il motto "Manteniamo viva la speranza", che sarebbe stato ripreso decenni dopo nello slogan "Speranza e cambiamento" della vittoriosa campagna presidenziale di Barack Obama del 2008.
Nel 2017, gli fu diagnosticato il morbo di Parkinson e si ritirò in gran parte dalla vita pubblica. La diagnosi fu successivamente modificata in paralisi sopranucleare progressiva, una malattia cerebrale degenerativa con sintomi simili.