“Mamma, tu sei la mia vita”. La storia di Narjis, 6 anni, uccisa dalle bombe israeliane in Libano

Rana Jaber aveva fatto una promessa a suo marito: se avessero avuto una femmina, l’avrebbero chiamata Narjis, che in arabo significa "narciso". Un fiore delicato, proprio come la bambina che sognava di vestire con tanti abitini colorati.
Dopo due gemelli maschi, il desiderio si è realizzato nel 2020. Narjis è nata con i capelli chiari, proprio come il fiore che portava nel nome. La madre la descriveva come una bambina "saggia oltre i suoi anni": ogni volta che Rana piangeva, era lei a consolarla con una tenerezza disarmante.
Il 2 marzo scorso, mentre le bombe israeliane si abbattevano sul sud del Libano, Rana ha caricato in fretta i tre figli in macchina per fuggire. In quel momento di panico, Narjis le ha preso il viso tra le mani e le ha detto: "Mamma, tu sei la mia vita. Non piangere, ti voglio tanto bene".
Sono state tra le ultime parole che Rana ha sentito dalla figlia.
Poche ore dopo, un raid aereo israeliano ha colpito in pieno la loro casa a Maifadoun, nel sud del Libano. Narjis, di soli sei anni, è morta insieme alla zia. La madre e i due fratellini di dieci anni, Abbas e Ali, sono rimasti intrappolati sotto le macerie, feriti ma vivi.
"Continuo a rivedere tutto. La nostra vita è stata strappata via in un attimo. Era come un fiore appena sbocciato. Il mio cuore si sta spezzando", racconta Rana Jaber, 34 anni, tra i singhiozzi al Guardian. "Ancora non riesco a credere che mia figlia non ci sia più".
Narjis era una bambina solare, sempre sorridente, vestita con i tanti abitini che i genitori le compravano. In una delle foto più belle posa orgogliosa in classe con una mela di cartapesta con la lettera "A" in mano. "Voleva fare la dottoressa", dice la madre con la voce spezzata.
La piccola è stata una delle prime vittime minori dei bombardamenti israeliani in Libano dopo l’inizio dell’escalation, scattata il 2 marzo in seguito al lancio di razzi da parte di Hezbollah. Da allora, secondo le autorità libanesi, almeno 120 bambini hanno perso la vita sotto le bombe dell'IDF, quasi il 10% del totale delle vittime nel Paese.
La morte di Narjis ha lasciato la famiglia in un dolore profondo. Abbas, uno dei gemelli, va ancora al negozio e chiede i cioccolatini "per la sorella". Quando la madre gli ricorda che Narjis non tornerà più, scoppia a piangere. Pochi minuti dopo, fa finta che stia per rientrare da un momento all’altro.
"I miei figli non sono più gli stessi. Se sentono un rumore forte, iniziano a tremare e a piangere. Fanno cose strane che prima non facevano", spiega Rana, che ha già deciso di cercare aiuto psicologico per loro non appena la guerra finirà.
Non tutte le famiglie hanno avuto la possibilità di piangere i propri morti. Il 14 marzo, a Nabatieh, un altro raid ha cancellato un’intera famiglia: padre, madre e quattro figli della famiglia Basma. Tutti e sei uccisi mentre erano in casa.
"Erano una famiglia povera, molto umile. Gli avevo detto di fuggire, ma non avevano i soldi per spostarsi", racconta Hussein Youssef, vicino di casa e amico. "Questa volta il padre, che faceva l’imbianchino, non poteva permettersi uno sfollamento lungo. Erano bambini buoni, tranquilli, che portavano vita in tutto il quartiere".
Anche i figli di Youssef sono rimasti traumatizzati. "Mio figlio piange tantissimo. Lui e i suoi amici continuano a postare le loro foto e a parlare di loro. La bimba più piccola gli saltava sempre addosso per giocare… Quella morte gli ha spezzato il cuore".
In Libano i bambini stanno vivendo la loro seconda guerra in appena tre anni. I raid israeliani, concentrati soprattutto al sud ma arrivati in molte zone del Paese, hanno distrutto ogni senso di sicurezza.

Gli esperti avvertono: l’esposizione prolungata alla violenza può lasciare ferite profonde, con conseguenze sullo sviluppo e sul comportamento che dureranno anni, se non generazioni.
"I bambini si svegliano nel terrore, i genitori portano un’angoscia insostenibile. Il dolore continuerà a riecheggiare a lungo, anche quando le bombe taceranno", ha dichiarato il dottor Rabih El Chammay, responsabile del programma nazionale di salute mentale del ministero della Salute libanese.
Rana Jaber, per ora, affronta da sola questo vuoto immenso.
Narjis era diversa dagli altri bambini. Mi diceva: ‘Mamma, voglio dormire accanto a te. Voglio dormire nel tuo cuore'. Era di una dolcezza e di una gentilezza che non so nemmeno spiegare", conclude nell'intervista al giornale britannico.
Una bambina che sognava di curare gli altri, strappata via troppo presto dalla guerra.