video suggerito
video suggerito
Opinioni
Guerra tra Iran, Usa e Israele

L’ombra della Cina dietro il cessate il fuoco in Iran: Pechino vince anche senza mediare

Trump lo ha suggerito, Pechino non nega né rivendica. I suoi interessi in Iran sono evidenti e il suo immobilismo ora apparirebbe poco strategico, ma il tema è controverso anche tra gli analisti cinesi. Eppure, che sia vero o meno, la sola domanda è già in buona parte una vittoria cinese.
A cura di Gian Luca Atzori
0 CONDIVISIONI
Immagine
Attiva le notifiche per ricevere gli aggiornamenti su

Quando un cessate il fuoco arriva “all’ultimo minuto”, la tentazione è cercare subito un regista. E in queste ore la narrazione più seducente è semplice: dietro la tregua tra Stati Uniti e Iran ci sarebbe Pechino, capace di far pesare – senza alzare la voce – il suo ruolo di potenza indispensabile. È una storia che funziona perché mette insieme tre elementi reali: la Cina come grande compratore del petrolio iraniano, la Cina come attore che ambisce a essere riconosciuto come mediatore globale, e la Cina come potenza che spesso lavora in modo non trasparente, lasciando che “l’ombra” produca influenza.

Ma proprio perché la storia è potente, va trattata con cura: qui non si tratta di scegliere un colpevole o un salvatore, bensì di pesare le prove, distinguere le dichiarazioni dalle leve reali, e capire dove finisca la diplomazia e dove inizi la proiezione – nostra – su ciò che non vediamo. Il punto, in altre parole, non è “la Cina c’è o non c’è”: è capire che cosa sappiamo davvero, che cosa conviene a chi e che cosa significa, oggi, essere creduti anche senza rivendicare.

Cosa sappiamo e chi lo rivendica

La cornice fattuale, per come emerge dalle ricostruzioni disponibili, è questa: Stati Uniti e Iran hanno accettato un cessate il fuoco provvisorio di due settimane, con l’impegno – almeno temporaneo – di riaprire il traffico nello Stretto di Hormuz; anche Israele avrebbe aderito, secondo la versione della Casa Bianca. In parallelo, Teheran avrebbe trasmesso un piano in dieci punti considerato dal presidente Donald Trump una base “praticabile” di negoziato.

È decisivo notare il contenuto di quel piano, perché lì si misura quanto sia costata – o non costata- la scelta di sedersi al tavolo. Secondo la ricostruzione, le richieste includono: revoca delle sanzioni primarie e secondarie, mantenimento del controllo iraniano su Hormuz, ritiro militare statunitense dal Medio Oriente, stop agli attacchi contro Iran e alleati, rilascio di asset iraniani congelati e una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite; inoltre emerge l’ambiguità, in diverse versioni linguistiche, sul tema dell’arricchimento nucleare.

Sul “chi ha convinto chi”, invece, troviamo un mosaico di affermazioni. In alcuni racconti, “un vincitore precoce” della tregua – comunque vada – sarebbe la Cina, perché molti le attribuiscono un ruolo di spinta su Teheran e perché la sola attribuzione rafforza la sua immagine di mediatore regionale. Lo stesso Trump, parlando con l’AFP, avrebbe detto di credere che Pechino abbia avuto un ruolo nel portare l’Iran ad accettare la tregua; e ciò si incastrerebbe con indiscrezioni da fonti iraniane e pakistane su contatti “dell’undicesima ora” a Islamabad da trattare con le pinze.

Al tempo stesso, la Cina ufficiale resta sul vago: la portavoce del ministero degli Esteri, Mao Ning, non avrebbe confermato né smentito un ruolo operativo, limitandosi a dichiarare un impegno “attivo” per la de-escalation e la fine delle ostilità. È il tipo di frase che, da sola, non prova nulla: è compatibile con un’azione concreta, con una moral suasion generica, o con nessuna azione specifica.

Nel frattempo, la mediazione “visibile” sembra avere un protagonista più netto: il Pakistan. Le ricostruzioni insistono sul ruolo di Pakistan come hub diplomatico, con inviti a delegazioni USA e iraniane a incontrarsi a Islamabad, e con una rete di messaggi intermediati ai massimi livelli a partire dagli incontri con Egitto, Turchia, Arabia solo la scorsa settimana, compresa una visita in Cina. Se si cerca “chi ha tenuto in mano i fili”, il dato più solido è che Islamabad appare al centro del meccanismo pratico che ha portato al tavolo. Questo non esclude Pechino: ma ridimensiona la tentazione di trasformarla automaticamente nel regista unico.

La prova indiretta: Hormuz

Se la diplomazia è opaca, allora bisogna guardare alle leve: in Medio Oriente, spesso, la leva è energetica. Qui le fonti convergono su un elemento chiave: la Cina è economicamente cruciale per l’Iran perché è il principale acquirente del suo petrolio, spesso in un contesto di sanzioni che limita fortemente i compratori alternativi. Secondo i dati Kpler, nel 2025 la Cina avrebbe acquistato oltre l’80% del petrolio iraniano spedito via mare, con una media di circa 1,38 milioni di barili al giorno, pari a una quota rilevante delle importazioni marittime complessive cinesi.

Questa dipendenza non è solo statistica: durante la guerra, proprio mentre Hormuz veniva “di fatto” chiuso e i mercati entravano in tensione, un flusso avrebbe continuato a muoversi con relativa continuità – quello del greggio iraniano verso la Cina – con cifre nell’ordine di 1,6 milioni di barili al giorno, e con l’osservazione esplicita che non si vedevano “interruzioni” nei flussi.

Questo aiuta a capire che cosa potrebbe essere, in concreto, “l’influenza” cinese. Non serve immaginare una telefonata risolutiva: basta ricordare che una potenza che assorbe una quota così grande dell’export petrolifero iraniano ha una gamma di strumenti – prezzi, tempi, logistica, canali di pagamento, coperture assicurative e soprattutto aspettative – che possono costituire una forma di pressione o di incentivo. È un potere spesso “freddo”, più vicino ai rubinetti che ai megafoni.

C’è anche un dettaglio operativo che illumina la geometria del potere: i grandi raffinatori statali cinesi tendono a essere più prudenti nel comprare greggio iraniano per non esporsi al sistema finanziario dominato dal dollaro; al contrario, le raffinerie indipendenti (“teapot”) possono permettersi più rischio, perché più scollegate dai circuiti internazionali e concentrate sul mercato interno. In pratica: Pechino beneficia di una struttura ibrida, dove una parte del sistema resta “rispettabile” e l’altra può muoversi con maggiore spregiudicatezza, garantendo continuità energetica.

Sul fondo resta un fatto: la crisi di Hormuz minaccia la stabilità globale dei prezzi e quindi, indirettamente, l’economia cinese. Anche con grandi scorte, il rischio di recessione globale e prezzi fossili alle stelle è una minaccia per un Paese ancora molto dipendente dall’export; gestire il conflitto e far scendere i prezzi del petrolio sarebbe ancora molto importante per la Cina. Qui la motivazione è lineare: se hai interessi energetici enormi, il contenimento dell’escalation è un interesse nazionale, non filantropia.

Infine, per capire perché sarebbe ingenuo pensare a una Cina “immobile”, basta ricordare che la relazione con l’Iran è anche architettura strategica di lungo periodo: nel 2021 i due Paesi hanno firmato un accordo di cooperazione venticinquennale che inserisce Teheran nell’orbita della Belt and Road Initiative. Tradotto: l’Iran non è solo una crisi; è un nodo, un corridoio potenziale, una piattaforma. Anche quando Pechino non sembra agire, l’infrastruttura degli interessi c’è già, a maggior ragione con l’estendersi del conflitto dall’Ucraina al Venezuela, dal Medio oriente al Centrasia.

La prova politica: la Cina come paciere globale

La domanda allora diventa: se la leva economica esiste, perché la Cina dovrebbe voler essere vista come mediatore? Perché la reputazione è un moltiplicatore. Attribuire a Pechino il merito di aver “tirato indietro dal baratro” un conflitto in escalation è un vantaggio di immagine – e la leadership cinese sarebbe felice di essere accreditata come broker di una pace fragile.

Questa non è una dinamica nuova. Nel 2023 la Cina ha avuto un ruolo di mediazione nel riavvicinamento tra Arabia Saudita e Iran, con l’accordo per ripristinare le relazioni e riaprire le ambasciate dopo sette anni di rottura. Nel 2024, sempre a Pechino, leader di fazioni palestinesi hanno firmato la “Beijing declaration” con l’impegno a formare in futuro un governo di unità nazionale, in un’operazione che è stata definita come un colpo diplomatico e, insieme, un accordo “leggero di dettagli” su come realizzare davvero l’unificazione. È un pattern: contenuto politico simbolico, alto valore reputazionale, costi materiali relativamente contenuti.

Nel caso iraniano, la proposta più concreta che mette insieme Pechino e Islamabad è la “cinque punti”. È stata presentata il 31 marzo come un’iniziativa sino-pakistana che prevede cessazione immediata delle ostilità e aiuti umanitari, avvio di colloqui di pace, stop agli attacchi contro infrastrutture critiche (incluse quelle energetiche e nucleari civili), ripristino del passaggio sicuro delle navi e, infine, un quadro di pace complessivo basato su Carta ONU e diritto internazionale.

Proprio nell’arena ONU, la Cina ha mosso – qui sì, visibilmente – una pedina di peso: insieme alla Russia ha posto il veto a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che mirava a coordinare sforzi per proteggere la navigazione commerciale nello Stretto di Hormuz. La risoluzione (presentata dal Bahrain) ha ottenuto 11 voti a favore, con due contrari (Cina e Russia) e due astensioni: Pechino e Mosca l’hanno giudicata “sbilanciata” contro l’Iran. Reuters cita dichiarazioni del diplomatico cinese Fu Cong sul rischio che l’adozione inviasse un “messaggio sbagliato”. L’Associated Press aggiunge dettagli sul contesto: bozze “annacquate” per evitare il veto, tensione legata alla retorica estrema statunitense, e la presentazione da parte russo-cinese di una bozza alternativa centrata su stop alle attività militari e condanna di attacchi a civili e infrastrutture civili.

Qui non siamo più nel mondo delle supposizioni: il veto è un fatto. E il veto produce due effetti contemporanei. Da un lato, protegge Teheran da una risoluzione letta come ostile. Dall’altro, consente alla Cina di posizionarsi come attore “legale” e “procedurale” – Carta ONU, diritto internazionale, multilateralismo – cioè precisamente il linguaggio con cui Pechino prova da anni a costruire la propria immagine di potenza responsabile.

I dubbi: quanto può incidere davvero la Cina

Fin qui, i motivi per cui “suona vero” ci sono. Ma un’analisi onesta deve isolare i punti deboli, perché sono proprio quelli a dirci se stiamo descrivendo un fatto o un mito.

Il primo dubbio riguarda la sostanza dell’accordo. L’analista Nicholas Lyall sostiene che la tregua, per come inizialmente presentata da Teheran, sarebbe talmente vantaggiosa per l’Iran che spingere il regime ad accettarla equivaleva a “spingere una porta aperta”. La frase non è solo una battuta: è una diagnosi. Se l’Iran non ha fatto concessioni reali – e se i dieci punti ricalcano “domande massimaliste” già dichiarate nelle settimane precedenti – allora il ruolo del “convincitore” esterno si riduce: non hai bisogno di una grande leva per ottenere un sì a condizioni che l’altra parte può vendere come vittoria.

Il secondo dubbio riguarda i limiti strutturali della proiezione cinese. Diversi riconoscono che l’influenza diplomatica di Pechino nella regione è ancora limitata, anche se in crescita; e un accademico della Tsinghua University, Song Bo, arriva a dire che l’Iran è “fuori dalla top 10” dei Paesi importanti per Pechino. Questa è una doccia fredda per la narrazione “Iran perno assoluto”: l’Iran conta moltissimo come nodo energetico e come leva geopolitica, ma non è detto che occupi un posto prioritario in termini diplomatici complessivi, soprattutto se Pechino deve bilanciare rapporti con tutto il Golfo.

Il terzo dubbio è quello, forse più concreto, sul tema del “garante”. L’inviato iraniano Abdolreza Rahmani Fazli ha esplicitamente auspicato che Paesi “grandi” come Cina e Russia aiutino a garantire la pace, insieme al Consiglio di Sicurezza e a mediatori come Pakistan e Turchia; e ha ringraziato Cina e Russia come “veri amici”, minacciando un contrattacco se gli Stati Uniti tradissero di nuovo la fiducia. Ma “auspicare” non significa “ottenere”. Lo stesso Song Bo definisce l’ipotesi di una Cina garante come un’impresa diplomatica ad altissimo costo, poco realistica e, soprattutto, difficile da far rispettare per mancanza di leve militari o diplomatiche vere sulle parti. Lyall aggiunge un punto tecnico, cruciale: Pechino non avrebbe la capacità di verificare l’adesione ai termini della tregua né di imporre penalità significative a chi la violasse.

Infine c’è un dubbio che riguarda proprio la psicologia della narrazione: la Cina “vince comunque” anche se non ha fatto quasi nulla, perché il solo essere percepita come mediatrice la premia. E infatti lo stesso Lyall, avverte che molte iniziative servono più a costruire un’immagine globale di responsabilità e moderazione che a risolvere davvero i conflitti a cui si riferiscono. Se questo è vero, il rischio analitico è evidente: scambiare un’operazione di reputazione per una capacità operativa.

Subtle power: il potere di non sapere

Qui arriviamo alla riflessione più scomoda: forse la domanda “c’è la Cina dietro” è già – in parte – una vittoria cinese, perché sposta il fuoco dall’azione alla percezione. In teoria delle relazioni internazionali, il termine più vicino è “soft power”. Joseph Nye lo definisce come la capacità di ottenere risultati preferiti attraverso attrazione, non tramite coercizione o pagamento. È un potere lento, che spesso passa dalla reputazione, dalla credibilità e dall’idea di essere un attore “ragionevole”.

Ma nel caso cinese, soprattutto nelle fasi di crisi, il potere sembra spesso fare un passo ulteriore: non solo attrazione, bensì ambiguità produttiva. Chiamiamola – con cautela – subtle power: la capacità di lasciare che il mondo riempia con le proprie proiezioni lo spazio vuoto tra ciò che Pechino dice e ciò che Pechino fa, trasformando l’opacità in influenza.

Questa differenza è stata raccontata, in chiave strategica, attraverso la metafora dei giochi da tavolo. In un passaggio discusso a lungo, Kissinger contrappone la logica occidentale dello “scontro decisivo” (scacchi) a quella dell’accumulazione paziente di vantaggio (weiqi/Go): “sottigliezza, indirezione e accumulo paziente di vantaggio relativo” contro “clash decisivo di forze”. Se si prende sul serio questa lente, allora diventa quasi naturale che la Cina preferisca non esporsi in un protagonismo rumoroso: le conviene costruire posizioni, non alzare bandiere.

È anche il senso – nella copertina dell’Economist – della massima “non interrompere il tuo nemico mentre sta commettendo un errore”: Pechino osserva, perché la guerra potrebbe legare gli Stati Uniti, stressarne l’economia e indebolirne il prestigio, pur con rischi anche per la Cina stessa (ad esempio per un’economia export-led che ha prosperato dentro un ordine internazionale in larga misura garantito dagli USA).

In questo quadro, torna utile anche un’intuizione già circolata su Fanpage: l’idea che Pechino provi a “riconfigurare l’ordine globale senza sparare un colpo”, restando fuori dal logoramento bellico e proponendosi come alternativa “silenziosa” – come potenza che parla di Carta ONU, sovranità e stabilità, mentre altri consumano credibilità sul campo. È una tesi discutibile, ma ha un merito: spiega perché, anche quando Pechino evita di rivendicare, il mondo tende comunque a immaginarla come regista.

Ed eccoci al punto: la Cina può anche non aver mosso un dito, eppure il mondo può convincersi che l’abbia fatto; oppure può aver fatto la differenza, e noi non possiamo provarlo perché la diplomazia “utile” è proprio quella che non lascia troppe impronte. Nel caso iraniano, abbiamo indizi compatibili con un ruolo cinese (le parole di Trump, le indiscrezioni su contatti, la leva energetica evidente, l’interesse a stabilizzare i prezzi), ma abbiamo anche argomenti forti per ridimensionarlo (accordo favorevole all’Iran, centralità del Pakistan, limiti strutturali della Cina come garante e come enforcement).

Alla fine, la domanda del titolo resta aperta, e non è un difetto dell’analisi: è la fotografia del fenomeno. La Cina, oggi, sembra trarre vantaggio da una combinazione molto particolare: interessi materiali solidi (petrolio e corridoi strategici), strumenti diplomatici selettivi (ONU, iniziative-cornice, mediazioni a basso costo), e un capitale simbolico che cresce anche solo perché gli altri appaiono incapaci di governare lo status quo. Che sia stata o no “dietro” la tregua, esce rafforzata, perciò il dato più rilevante è un altro: in un mondo dove la leadership si misura anche in credibilità, la Cina sta riuscendo a trasformare la mancanza di trasparenza – ciò che normalmente indebolisce – in un moltiplicatore di potere.

0 CONDIVISIONI
Immagine
Classe 1989, Sinologo e giornalista freelance, è direttore tecnico e amministrativo di China Files, canale di informazione sull'Asia che copre circa 30 aree e paesi. Collabora con diverse testate nazionali e ha lavorato per lo sviluppo digitale e internazionale di diverse aziende tra Italia e Cina. Laureato in Lingue e Culture Orientali a La Sapienza, ha proseguito gli studi a Pechino tra la BFSU, la UIBE e la Tsinghua University (Master of Law – LLM).  Atzori è anche Presidente e cofondatore dell'APS ProPositivo, organizzazione dedita allo sviluppo locale in Sardegna e promotrice del Festival della Resilienza.  
autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views