“L’Iran usa Hormuz come una trappola. Droni e barchini spaventano USA e NATO”: l’analisi di Panero

Lo Stretto di Hormuz è diventato l'epicentro di una guerra navale che minaccia di paralizzare l'economia globale; in questo "imbuto", che nel punto più stretto è di appena 21 miglia, l'Iran sfida la flotta statunitense con droni e "barchini" esplosivi, armi low-cost capaci di saturare e mettere in crisi anche le difese più moderne e tecnologiche.
In questo scenario, il Presidente Donald Trump ha lanciato un appello senza precedenti: l'intervento della NATO per proteggere le rotte commerciali. Una richiesta che suona come un ultimatum agli alleati europei, chiamati a scegliere tra il rischio di un’escalation diretta contro Teheran e il collasso dei mercati energetici. Ma quanto è realistico trasformare un "collo di bottiglia" geografico di poche miglia in un teatro operativo? E quali sono i pericoli reali di una missione che molti analisti definiscono già una "trappola"? Ne abbiamo parlato con Emmanuele Panero, Analista e Responsabile del Desk Difesa e Sicurezza del CeSI, per capire se quella di Trump sia una strategia vincente o, al contrario, un azzardo destinato a restare inascoltato mentre l'Iran tenta di asfissiare il commercio mondiale.

Dottor Panero, siamo giunti al sedicesimo giorno di questo conflitto tra Israele e Stati Uniti da una parte, e l’Iran dall’altra. Qual è la fotografia attuale sul terreno?
Al momento la situazione riflette una prosecuzione coerente delle due operazioni militari sincronizzate che abbiamo visto sin dal 28 febbraio. Da un lato abbiamo l'operazione israeliana, denominata Roaring Lion, concentrata sul fronte settentrionale, in particolare sulla parte nord-occidentale dell'Iran. Qui i bersagliamenti sono periodici e colpiscono con forza la capitale, Teheran. L'obiettivo tattico si sta progressivamente spostando verso i segmenti dell'apparato istituzionale iraniano. La strategia di Tel Aviv appare chiara: non si tratta solo di distruzione militare, ma di generare le condizioni politiche affinché, una volta terminate le ostilità attive, si verifichi un collasso della Repubblica Islamica, puntando a un vero e proprio cambio di regime. Non dimentichiamo che queste operazioni delle IDF sono affiancate, in parallelo, da intense manovre aeroterrestri in Libano contro Hezbollah, che rimane il braccio armato più prossimo di Teheran.
Sul fronte meridionale, invece, agiscono gli americani con l’operazione Epic Fury. Quali sono le differenze sostanziali?
L'operazione statunitense Epic Fury ha una filosofia diversa, più legata alla degradazione strutturale delle capacità nemiche. Il focus è sul cosiddetto fronte meridionale, con bombardamenti costanti che si spostano progressivamente verso nord e verso oriente. Il set di obiettivi è vastissimo: parliamo dell’intero complesso militare-industriale iraniano. Nelle fasi iniziali la priorità è stata data al segmento missilistico e alle capacità navali – un aspetto che si lega direttamente alla crisi nello Stretto di Hormuz. Successivamente, l’attenzione si è spostata sulla distruzione sistematica delle difese aeree. Questo serve a spianare la strada per una transizione tattica fondamentale: il passaggio dal munizionamento stand-off a quello stand-in.
Cosa si intende per "stand-in" e "stand-off"?
È la chiave per capire perché il volume di fuoco sta aumentando. Lo Stand-off è quando un aereo lancia un vettore d’attacco, come un missile da crociera aviolanciato, rimanendo fuori dallo spazio aereo nemico. Questi missili sono precisi ma costosi, hanno una carica esplosiva limitata perché devono trasportare molto carburante e gli arsenali non sono infiniti. Lo Stand-in, invece, avviene generalmente quando l'aviazione ha già distrutto le difese aeree nemiche e può permettersi di volare direttamente sopra l'obiettivo. In questo caso si usano bombe a caduta, comunque guidate, che sono molto più economiche e hanno una capacità distruttiva superiore. Il fatto che gli USA stiano passando allo stand-in significa che considerano l’Iran ormai incapace di difendere i propri cieli.
Parlando dello Stretto di Hormuz, negli ultimi giorni abbiamo assistito ad attacchi contro petroliere e navi commerciali. Cosa sappiamo della dinamica di questi raid?
Gli attacchi nello Stretto di Hormuz si sono concentrati nella parte più settentrionale del braccio di mare e hanno evidenziato l'uso di due vettori principali. Il primo è costituito da droni d'attacco aerei, con ogni probabilità modelli simili allo Shahed 136, già noti per la loro efficacia in altri scenari. Il secondo vettore, confermato da diverse testimonianze visive, è rappresentato dai droni marittimi esplosivi. Si tratta di imbarcazioni di piccole dimensioni, adattate per il pilotaggio da remoto e cariche di esplosivo, utilizzate come veri e propri barchini suicidi contro il naviglio commerciale. È una minaccia asimmetrica che punta a saturare le capacità di difesa navale in un'area geograficamente molto ristretta.
Questo solleva un tema di asimmetria economica non indifferente. L’Iran sta usando armi "low-cost" contro tecnologie occidentali sofisticatissime. Chi sta vincendo questa guerra dei costi?
È un tema complesso che non è più una novità assoluta, se guardiamo a quanto accaduto in Ucraina o durante la "Guerra dei 12 giorni" di giugno 2025. Tuttavia, vediamo un adattamento tecnologico e procedurale: se all'inizio la minaccia dei droni veniva affrontata con munizionamento d'eccellenza, come i missili Patriot – creando un'asimmetria economica enorme tra Iran e Usa-Israele – negli ultimi anni sono stati introdotti i sistemi Counter-UAS (Unmanned Aircraft Systems). Si tratta di tecnologie specifiche per la neutralizzazione dei droni che riducono drasticamente il differenziale di costo. Inoltre, vengono impiegate le Combat Air Patrol, con velivoli dotati di munizionamento apposito, meno costoso di un missile intercettore standard. Non possiamo dire che la curva del costo sia stata completamente invertita a favore di Stati Uniti e Israele, ma la forbice si è sensibilmente ridotta rispetto al passato.
Nelle ultime ore, Donald Trump ha rivolto un appello pressante alla NATO affinché intervenga per proteggere la navigazione nello Stretto di Hormuz. È un’ipotesi realistica o un azzardo?
Esistono criticità fisiche e tattiche oggettive. Lo Stretto di Hormuz è lungo circa 104 miglia nautiche e, nel suo punto più stretto, non supera le 21 miglia. È un'area operativa estremamente circoscritta. Nonostante i bombardamenti americani abbiano degradato le capacità navali iraniane e ridotto la minaccia dei siti di lancio missilistici costieri e delle mine, il rischio non è mai marginale. In un imbuto del genere, basta che un solo vettore d'attacco superi le difese per causare danni catastrofici. Inoltre, in condizioni di pace, per Hormuz passano oltre 100 navi al giorno. Garantire una scorta a un simile volume di traffico richiede uno sforzo logistico e militare imponente, che pochi alleati NATO sembrano disposti a sostenere in questo momento, visti i rischi di escalation diretta.
Quindi, al di là dei proclami, ritiene che l’appello di Trump rimarrà inascoltato?
Dal punto di vista strategico-militare, nulla è impossibile. Esistono le competenze e le contromisure per condurre una missione del genere. Tuttavia, la decisione spetta alla politica. Bisogna valutare se il rischio accettabile sia bilanciato dalla necessità vitale di proteggere i flussi energetici globali. Al momento, l’entusiasmo tra i partner europei sembra molto basso, proprio perché il teatro è considerato una "trappola" geografica dove la superiorità tecnologica della NATO potrebbe essere parzialmente annullata da raffiche di attacchi con droni e "barchini" low cost.