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Guerra tra Iran, Usa e Israele

L’Iran dopo 3 settimane di guerra, l’analista: “Decapitati vertici, ma il regime sa come sopravvivere”

Dopo tre settimane di bombardamenti e l’eliminazione dei volti storici del potere, il sistema iraniano mostra crepe profonde ma non crolla. Tra leader che operano nell’ombra come fantasmi e una popolazione che si è stretta intorno alla bandiera, l’analista Tiziano Marino spiega perché la caduta dei vertici di Teheran non coincide con la fine del regime.
Intervista a Tiziano Marino
Analista associato al CeSPI (Centro Studi di Politica Internazionale)
A cura di Davide Falcioni
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Ventuno giorni di guerra possono essere un’eternità se trascorsi sotto bombardamenti incessanti che puntano dritto al cuore del potere. Dallo scorso 28 febbraio, l’Iran è costantemente bersagliato dai missili statunitensi e israeliani che puntano a ottenere una caduta definitiva del regime: le uccisioni della Guida Suprema Ali Khamenei e, negli ultimi giorni, di figure chiave come Ali Larijani (Segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale) e Esmaeil Khatib (Ministro dell'Intelligence) hanno lasciato un vuoto che, in teoria, avrebbe dovuto portare al collasso immediato del sistema.

Invece, seppur ferito il regime sembra ancora reggere. Per capire cosa stia realmente accadendo dietro la cortina di fumo dei raid aerei e il silenzio dei leader superstiti, abbiamo interpellato Tiziano Marino, analista associato del CeSPI. Con lui abbiamo tracciato un bilancio di queste prime tre settimane di guerra, cercando di andare oltre il dato bellico per esplorare le crepe –  ma soprattutto le insospettabili tenute – di uno Stato profondo – quello iraniano – che ha fatto della sopravvivenza la sua ragione d'essere, tra paranoie interne, infiltrazioni nemiche e una società civile sospesa tra vecchi sogni democratici, spinte ultraconservatrici e una capacità di resilienza sorprendente.

Dottor Marino, siamo a tre settimane dall’inizio della guerra in Iran. Al di là del dato puramente bellico, qual è il bilancio politico di questi primi 21 giorni? Il regime sembra aver subito colpi durissimi ai vertici.

La situazione è di un’estrema complessità. Da un lato assistiamo a una campagna sistematica di "decapitazione" dei vertici politici e militari, un tentativo chirurgico di privare il Paese della sua leadership. Dall’altro, però, il sistema sta dimostrando un grado di resilienza e continuità che non dovrebbe sorprenderci. L’Iran non è un’organizzazione terroristica o una cellula criminale che collassa se colpisci il capo; parliamo di uno Stato profondo, con istituzioni estremamente strutturate. In un sistema del genere, la rimozione di un vertice prevede quasi automaticamente la sua sostituzione con quadri di livello immediatamente inferiore. C’era una prontezza operativa a questo scenario: a Teheran si aspettavano una crisi di questa portata da tempo. Il regime ha le "chiavi" burocratiche e gerarchiche per continuare a operare anche sotto attacco diretto.

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Tuttavia, questa "continuità" sembra scossa da tensioni interne senza precedenti. 

Se la struttura tiene, il clima interno è invece saturo di sospetto. I Pasdaran (i Guardiani della Rivoluzione) sono finiti sotto accusa, criticati aspramente per non aver saputo garantire la sicurezza di figure chiave. Il problema non è solo l’efficacia militare nemica, ma il livello di penetrazione. Gli apparati di sicurezza iraniani sono stati letteralmente "bucati" dall'intelligence dei rivali israeliani e statunitensi. Quando la sicurezza dei tuoi uomini più importanti è sistematicamente a rischio, scatta la paranoia, e questo si traduce in retate continue, caccia alle spie e uno scontro interno che, per ora, è soffocato dall'emergenza bellica, ma che è pronto a esplodere. Se le armi dovessero tacere domani, assisteremmo a una resa dei conti interna di una violenza inaudita.

A proposito di figure chiave, c’è un "silenzio radio" preoccupante su alcuni nomi. Penso a Mohammad Bagher Ghalibaf o a Esmail Qaani, il capo della Forza Quds. Al momento sono, a tutti gli effetti, dei fantasmi. In questa fase storica, apparire in pubblico significa esporsi a un attacco mirato volto a neutralizzare qualsiasi possibilità di comando. Tutti i potenziali leader della transizione o della resistenza rimangono nascosti. La loro sorte personale è un’incognita, e probabilmente resterà tale finché non vedremo un accenno di de-escalation. Emergere ora sarebbe un suicidio politico e fisico.

Spostiamoci sul fronte della società civile. Prima del conflitto si parlava molto di spinte democratiche e proteste. Che fine ha fatto quel movimento? È evaporato sotto le bombe?

È un tema su cui noi, come osservatori e media europei, dobbiamo fare un’autocritica. Non abbiamo sbagliato nel merito, perché le spinte democratiche esistono e sono reali, ma abbiamo sbagliato nel "pesare" queste forze. C’è stato molto wishful thinking: abbiamo raccontato la parte di Iran che più ci piaceva, ignorando il resto. Non dimentichiamo che alle ultime elezioni circa 13 milioni di persone hanno votato per candidati ultraconservatori. In un Paese di 90 milioni di abitanti, il regime può contare su uno zoccolo duro di almeno 20 milioni di sostenitori convinti.

Inoltre, c’è un dato sociologico universale: sotto le bombe non si fanno le rivoluzioni liberali. È surreale pensare che la gente scenda in piazza per la democrazia mentre cadono i missili. In guerra, il riflesso primordiale è stringersi attorno alla bandiera (e quindi al regime) o, più semplicemente, cercare di sopravvivere. Le istanze democratiche non sono sparite, ma sono state congelate dalla necessità della sopravvivenza.

Qual è la strategia dell’Iran in questo momento? Sembrano puntare tutto sul logoramento.

L’Iran sa perfettamente di non poter vincere uno scontro militare frontale e convenzionale. Ha solo due carte da giocare: il prolungamento del conflitto e la sua regionalizzazione. L’obiettivo è trasformare la guerra in un pantano che diventi politicamente insostenibile per gli avversari.

Tuttavia, c’è una grande incertezza anche dall'altra parte. Israele e Stati Uniti non hanno una visione univoca. Israele punta storicamente al regime change, ma cambiare un regime solo con attacchi aerei è un’operazione che non ha precedenti storici di successo. Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno bisogno di una via d’uscita rapida. Siamo in una situazione in cui la guerra potrebbe finire tra poche ore o trascinarsi fino ad aprile, magari dopo la chiusura totale dello Stretto di Hormuz, che metterebbe il mondo intero sotto una pressione economica insostenibile.

C’è chi dice che la guerra finirà solo quando qualcuno potrà dichiarare vittoria. Ma qual è l’obiettivo reale?

È proprio questo il punto: manca un obiettivo chiaro e dichiarato. Anche i vertici politici europei brancolano nel buio, chiedendo agli americani quale sia il "fine partita". Al momento, l'unico scenario plausibile per una fine rapida è una cessazione unilaterale delle ostilità da parte di Washington e Gerusalemme, qualora riuscissero a confezionare una narrativa di "vittoria" accettabile per le proprie opinioni pubbliche. Ma se l’obiettivo è la distruzione del sistema di potere iraniano, la strada è ancora lunghissima.

Immaginiamo la fine delle ostilità a breve. Ritroveremo lo stesso regime al suo posto?

Ritroveremo un regime profondamente indebolito, economicamente in ginocchio e isolato. Avrà un disperato bisogno di finanziamenti internazionali che l’Occidente e gli attori regionali non concederanno. A quel punto Teheran non potrà che guardare a Est, verso la Russia ma soprattutto verso la Cina.

Però attenzione: un regime debole non significa "assenza di regime". Se la guerra dovesse terminare entro un mese, il sistema probabilmente sopravviverà, pur se mutilato. Se invece si passasse a un’operazione di terra – e i 200 miliardi di dollari chiesti dal Pentagono al Congresso suggeriscono che lo scenario sia sul tavolo – allora il quadro cambierebbe radicalmente. In quel caso, potremmo vedere la frammentazione territoriale dell'Iran, la perdita di controllo delle periferie e lo spettro di una guerra civile.

In conclusione, il regime ha mostrato crepe tali da far pensare a un collasso imminente?

Se il regime fosse stato sul punto di crollare grazie alle infiltrazioni esterne o alle defezioni interne, lo avremmo già visto in queste prime tre settimane. Invece, nonostante i colpi durissimi, l’architettura del potere tiene ancora. Il collasso "dall'oggi al domani" resta, per ora, un’ipotesi remota.

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