L’ex generale Bruno Stano, che il 12 novembre 2003 si trovava a capo della missione umanitaria italiana a Nassiriya, quando  un attentato alla base Maestrale provocò la morte di 28 persone, 19 nostri connazionali e 9 iracheni, è stato condannato dalla Corte d’Appello di Roma, Prima sezione civile, a risarcire le famiglie delle vittime perché, secondo quanto si legge nella sentenza, “risulta manifesta la stretta dipendenza tra il reato commesso e la morte e le lesioni riportate dalle vittime". In particolare nella sentenza dei giudici si fa riferimento al fatto che la missione era troppo rischiosa e che Stano non aveva dato il giusto peso ai segnali d’allarme dei servizi di intelligence, i quali segnalavano da alcuni giorni un probabile avvicinamento di “terroristi siriani e yemeniti”.

Tale allarme si colloca, temporalmente, una settimana prima del tragico evento – si legge nella sentenza – ben c'era possibilità, dunque, di predisporre utilmente qualche maggior contrasto anche temporaneo. In ordine all'aspetto della complessiva insufficienza delle difese passive, il dato è certo e clamoroso. Né lo nega la sentenza impugnata che rileva quel che era sotto gli occhi di tutti (sul punto la sentenza ingiustamente svilisce le precise e corrette dichiarazioni del Colonnello Burgio, ma anche del Colonnello Perrella: la situazione sul campo era anche più grave di quanto già non apparisse sulla carta). Mancanza di un'area di rispetto, inesistenza di una serpentina, hesco bastion troppo bassi e riempiti di ghiaia anziché di sabbia, così essendo chiaramente insufficienti e passibili di trasformarsi in proiettili (come per le munizioni della riservetta) anziché  avere  effetto  protettivo”.

In sintesi, secondo la Corte d’Appello si insisteva troppo sul carattere di "missione umanitaria" dell'operazione. E così il 12 novembre un camion cisterna portò la morte alla base, esplodendo davanti all'ingresso. I giudici evidenziano anche altri elementi che indubbiamente contribuirono alla strage. Tra questi, le munizioni troppo vicine all'ingresso, che peggiorarono la situazione e su cui la Corte scrive che "anche un estraneo alle arti militari dovrà rilevare l'irresponsabile assurdità della collocazione così esposta di un deposito di munizioni". O i sacchi di protezione riempiti non di sabbia ma di sassi, che hanno amplificato gli effetti dell'esplosione.