La storia di Abod, che trasforma i resti dei lacrimogeni in gioielli: “Ricicliamo la morte per creare vita”

Abod Akram è una certezza per chiunque sia mai venuto nel campo di Aida, saldo sulla sedia dentro il suo negozio, qualche metro oltre la grande chiave che annuncia l’entrata nel campo.
Siamo a Betlemme, in uno dei tre grandi campi profughi che dal 1948 ospitano centinaia di migliaia di persone che non sono mai più potute tornare nelle loro case, quelle in cui oggi sorge lo Stato di Israele.
Qui il muro di apartheid racchiude con oscena violenza un villaggio in miniatura che, dopo decine di anni, non ha più l'aspetto di un campo profughi. Non almeno come questo appare nell'immaginario comune: qui non ci sono tende, ma case, incastonate tra strettissime stradine e otto metri di muro.
“Odio la parola ‘futuro'”, Abod risponde così quando gli si chiede cosa immagina nel suo. Guarda gli scaffali dove la storia della sua famiglia si intreccia con quella della Palestina. Tutto era iniziato molto prima che lui nascesse, ma i suoi ricordi nitidi partono dal 2009.
“Mio padre aprì questo negozio allora” racconta, “all'inizio era un'esposizione di artigianato tradizionale. Poi siamo passati ai ricami, al recupero di vecchi oggetti, persino al riciclo di forchette e cucchiai”, racconta.
Ma la realtà del campo, stretto tra il muro e le torrette militari, non permette mai una crescita lineare. Tra il 2012 e il 2014, mentre Gaza bruciava, ad Aida l'aria diventava irrespirabile.
“In quel periodo abbiamo iniziato a chiudere il negozio sempre più spesso. I militari israeliani sparavano gas lacrimogeni ogni giorno. Sparavano proiettili di gomma, armi di ogni tipo e noi dovevamo chiudere tutto e scappare”, continua il giovane.
Proprio da quella fuga, però, è nata l'idea che avrebbe dato un senso alla vita di Abod. Un giorno, il padre raccolse una di quelle granate di alluminio che gli avvelenavano le giornate e decise di tenerla.

“La pulì con cura, la aprì e la appiattì. Improvvisamente gli venne l'idea di ricavarne una mappa della Palestina”, continua mostrandocene una. Da strumento di repressione, il metallo del lacrimogeno divenne gioiello: collane, uccellini della pace, miniature dei graffiti di Banksy applicate sul legno d’ulivo.
“All'inizio avevamo paura di dirlo alla gente. Poi, nel 2017, venne pubblicata una ricerca che definiva il campo di Aida come il luogo più colpito dai lacrimogeni al mondo. Allora iniziarono ad arrivare i giornalisti, e videro mio padre che trasformava quelle bombe in collane”, spiega il giovane.
Abod è cresciuto tra il sogno di diventare chirurgo e la dura realtà dell‘occupazione: “Quando ero piccolo dicevo a tutti: voglio fare il chirurgo. Ma crescendo la tua mente cambia. Qui i bambini non hanno l'età della loro mente, perché vivi sotto occupazione e devi imparare cos'è la vita vera prima di quanto non lo debbano fare gli altri bambini in tutto il mondo”.
I suoi piani sono crollati più volte: prima la pandemia, che ha svuotato il campo dai turisti, poi la guerra su Gaza. “Volevo studiare oreficeria, lavorare l'argento e l'oro. Ma ogni volta che pianifichi qualcosa in questa terra, ogni volta che provi a sognare, ti ritrovi un grande muro davanti”, qui, nel vero senso della parola.

Eppure, nonostante la prigione a cielo aperto che Abod sente di abitare da 23 anni, negli ultimi mesi c'è stata una svolta. Grazie a una mostra a Dubai all'inizio del 2025, la famiglia è riuscita a raccogliere i fondi per i suoi studi.
“Mio padre mi ha portato con sé perché era faticoso viaggiare da solo. Lì abbiamo venduto i nostri lavori e ora posso finalmente iscrivermi all'università”, continua. Non è stata solo una questione di soldi, ma di scelta: “Amo lavorare con le mani. Noi ricicliamo la tristezza per farne felicità. Prendiamo cose morte e infondiamo loro la vita”, dice orgoglioso.
Anche qui, dopo il 7 ottobre 2023, l’esercito israeliano non ha fatto che disseminare morte e paura: “Sono aumentati tantissimo gli arresti arbitrari, nei primi mesi dopo ottobre 2023 l’esercito entrava nel campo ogni notte ad arrestare qualcuno, un tuo vicino di casa, un tuo familiare. La gente che è stata messa in prigione quando è uscita era irriconoscibile. Nessuno ti racconta cosa è successo, dicono solo cose generali perché qualcosa ha infranto la loro dignità per sempre”.

Nonostante tutto, il suo negozio è rimasto aperto, anche senza turisti, come un atto di resistenza quotidiana: “Abbiamo ancora speranza di vivere la nostra vita sotto l'occupazione. Di resistere a tutto. Anche se cadiamo ogni volta, ci rialzeremo”.
Poi si ferma, ripensa alla prima domanda, e aggiunge: “Se penso al futuro non vedo niente ma so che vorrei viaggiare, vedere il mare, respirare. Voglio vedere il mondo per respirare aria nuova. Per prendere ossigeno nuovo. Perché qui, il nostro ossigeno è sempre stato quello del gas lacrimogeno”.
Sorride amaramente ripensando a quell'odore acre: “Eravamo così abituati che se non ne sentivamo l'odore pensavamo ci fosse un problema”. Oggi Abod continua a limare il metallo delle granate, trasformando i resti della violenza in qualcosa che possa finalmente viaggiare oltre il muro.