La storia del soldato venezuelano salvo dalle bombe e portato via dopo l’attacco: “Può solo dire che sta bene”

I caccia americani nel cielo. Poi il fischio delle bombe e l’esplosione che colpisce il Fuerte Tiuna, la base militare più importante del Venezuela attaccata l’altro giorno dagli Stati Uniti. L’onda d’urto colpisce la stanza di un soldato che dorme nella caserma lì vicino. Attorno a lui il suono delle sirene e il forte ronzio nella testa. È ferito, confuso, non sta cosa sta succedendo. In pochi minuti viene preso e portato via da un gruppo di militari.
"Sto bene", una frase breve, secca, ma è l’unica che può dire alla sua famiglia. Che ora racconta a Fanpage.it: "L’hanno portato in un nascondiglio. Ha avuto pochissimo tempo per chiamarci". Spiegare loro la situazione, cosa era accaduto, dirgli dello shock e delle ferite, ma che comunque sta bene ed è in un luogo sicuro. Dopodiché le comunicazioni si devono abbreviare, nelle poche telefonate che potrà fare da quel momento dovrà dire solo se la situazione va bene o va male. Per adesso va bene.
Da anni, raccontano, il militare voleva lasciare l’esercito, ma la richiesta non è mai stata accettata. Come lui tanti altri che vogliono abbandonare la mimetica dal 2019, cioè da quando il Venezuela è entrato in un periodo di grave crisi economica e l’ormai ex presidente Nicolás Maduro ha accusato i disertori di essere mercenari e traditori.
"Li metteva in prigione, li torturava", dice chi conosce bene la situazione del paese. E ricorda il caso di Ronald Ojeda, ex ufficiale dell’esercito venezuelano esiliato in Cile nel 2023, dopo esser stato accusato di ribellione e tradimento, poi rapito da un commando travestito da poliziotti e ammazzato. Secondo le accuse mosse dalle autorità cilene, l’omicidio venne eseguito da una gang transnazionale che aveva rapporti con il Venezuela.
E in queste ore così delicate per il paese latino americano, la famiglia di quel soldato sfuggito al bombardamento del primo dell’anno a Fuerte Tiuna si chiede dove sia finito il loro figlio. "Ci ha solo detto che sta bene, ma non ha specificato dove si trova. Dice che non può dare dettagli. Che sia stato preso dai paramilitari chavisti? Da un gruppo di dissidenti? O dagli americani?". I parenti proseguono: "Teniamo con ansia il telefono sempre accanto, non possiamo rischiare di perdere le sue chiamate". E ancora: "Finché sappiamo che sta bene non possiamo che essere sollevati, ma c’è il rischio che la situazione cambi davvero velocemente". Ieri il governo venezuelano, con la presidente ad interim Delcy Rodriguez, ha ordinato alla polizia di "iniziare immediatamente la ricerca nazionale e la cattura di tutti coloro che sono coinvolti nella promozione o nel sostegno all'attacco armato da parte degli Stati Uniti".