video suggerito
video suggerito

“La riforma del lavoro di Milei è schiavista, si torna indietro di 100 anni”: l’analisi della politologa

La politologa e docente Belén Sotelo commenta con Fanpage.it la riforma del mercato del lavoro approvata dal parlamento in Argentina: “Non concepisce che il lavoratore possa avere una vita oltre le ore che sono dedicate alla produzione, questa è una concezione schiavista del lavoro”
Intervista a Belén Sotelo
politologa e docente alla Universidad de Buenos Aires
0 CONDIVISIONI
Immagine

Il parlamento argentino ha approvato definitivamente la riforma del mercato del lavoro che Milei inquadra nella modernità e l’opposizione definisce di segno schiavista. Tra i principali capitoli della nuova legge ci sono l’allungamento della giornata lavorativa fino a 12 ore, una nuova disciplina sui licenziamenti che li rende più convenienti, la riduzione delle libertà sindacali e le limitazioni al diritto di sciopero, la prevalenza del contratto aziendale su quello di categoria. Ne parliamo con Belén Sotelo, politologa e docente alla Universidad de Buenos Aires (UBA), segretaria aggiunta del Sindicato Trabajadores Docentes della UBA (FEDUBA) e segretaria aggiunta del sindacato CTA CABA (Ciudad Autónoma Buenos Aires).

Il parlamento argentino ha approvato la riforma del lavoro di Milei: che rappresenta questa legge per il mondo del lavoro e in generale per il sistema democratico argentino?

In termini generali è un arretramento di cento anni per quanto riguarda la normativa e i diritti del lavoro. La riforma cancella dal testo della legge concetti come quello della giustizia sociale. La legge che regolava il mercato del lavoro precedentemente diceva che per la sua interpretazione la giustizia doveva basarsi sul principio della giustizia sociale: questo ora si è eliminato. Perché ciò che è in discussione è l’equilibrio che si era riusciti a costruire tra lavoro e capitale in Argentina. La riforma ci fa retrocedere in termini storici a una situazione di vulnerabilità dei lavoratori com’era in Argentina prima degli anni quaranta. E’ una legge in cui il potere discrezionale dell’impresa nei confronti dei suoi dipendenti è molto accresciuto rispetto ad adesso.

Quello che la riforma sottende è che ci sia una parità di condizioni di forza tra lavoratori e imprenditori, è così?

Con il tema della libertà, questa riforma considera il lavoratore in condizioni di negoziare liberamente con l’imprenditore, al di fuori di qualunque regolamentazione, ma questo non è vero. Il diritto del lavoro e le organizzazioni sindacali nacquero appunto per livellare la diseguaglianza di condizioni di forza tra lavoratori e imprese.

Milei parla di modernità, l’opposizione di legge schiavista, che ne pensa?

In Brasile Lula ha detto che discuteranno della giornata di lavoro per ridurla e in Argentina, invece, stiamo facendo il contrario: si vogliono basare i profitti del capitale sullo sfruttamento della manodopera, si permette infatti che la giornata di lavoro possa allungarsi fino a dodici ore. Prima delle scorse elezioni presidenziali si stava discutendo nel parlamento argentino di un progetto di legge di riduzione della giornata lavorativa e quello che adesso è ministro del Lavoro, Julio Cordero, ebbe a dire: “Perché vogliono ridurre l’orario di lavoro? Cosa ha da fare il lavoratore quando esce dalla fabbrica?”. Ossia, questa gente non concepisce che il lavoratore possa avere una vita oltre le ore che sono dedicate alla produzione: questa è una concezione schiavista del lavoro, significa considerare la persona solo come un fattore di produzione.

Andiamo al merito dei contenuti: lei ci ha appena parlato dell’allungamento della giornata lavorativa a 12 ore, vediamo ora la questione dei licenziamenti che la legge rende meno onerosi. 

Quello è un aspetto particolarmente grave della riforma. Attualmente sia i lavoratori che le imprese contribuiscono per una quota al pagamento delle pensioni. Quello che succede con la nuova legge è che il contributo del 3% delle imprese destinato prima alle pensioni non va più alla previdenza, ma obbligatoriamente finisce in un Fondo di Assistenza Lavorativa (FAL) per pagare le indennità di licenziamento, che viene facilitato per l’esclusione di diverse voci dal calcolo dell’indennizzo. La cosa grave è che così si toglie parte del finanziamento alle pensioni che non si dice come venga rimpiazzato, mentre il FAL può essere amministrato dal settore privato come qualunque fondo di investimento, generando rendite finanziarie.

Parliamo delle limitazioni al diritto di sciopero che la riforma impone.

La legge distingue tra attività essenziali e attività trascendentali, nelle seconde i servizi minimi devono coprire il 50%, nelle prime il 75% del servizio. Amplia la categoria dei servizi essenziali, mentre nell’altra entrano quasi tutte le attività, rendendo molto difficile l’esercizio del diritto di sciopero. Inoltre, introduce molti ostacoli alle organizzazioni sindacali, come per esempio dover avere l’autorizzazione del datore di lavoro per svolgere un’assemblea sindacale, senza alcuna remunerazione e con un taglio all’agibilità oraria dei delegati sindacali.

C’è una prevalenza del contratto di azienda su quello di settore, ma in più viene meno l’ultrattività dei contratti (la vigenza contrattuale tra la scadenza e il rinnovo di un contratto, ndr).

La riforma fa prevalere il contratto aziendale su quello di categoria e cancella l’ultrattività dei contratti. Normalmente il nucleo centrale di un contratto nazionale, la parte normativa che regola i diritti individuali e collettivi dei lavoratori, rimane più o meno lo stesso nel tempo. Adesso, invece, questa parte, in mancanza di accordo tra le parti, verrà meno e non è chiaro come i lavoratori possano recuperare anche la parte salariale. La riforma introduce anche il concetto di salario dinamico, ossia di un salario formato parte in danaro e parte in beni, un po’ com’era fino al 2003-2004 quando una quota del salario era riconosciuta in ticket per comprare beni alimentari.

Milei dice che con questa legge i datori di lavoro saranno incentivati ad assumere, è così?

Non c’è alcuna evidenza empirica che una riforma del mercato del lavoro generi più occupazione, quello che genera lavoro è il modello produttivo, il modello economico. E con Milei ci sono stati oltre 200.000 licenziamenti. Inoltre, la legge definisce il lavoro regolato dalle applicazioni come autonomo, credo che sia l’unico paese al mondo in cui si regola questo tipo di lavoro per definirla un’attività non dipendente.

Com’è ora la situazione economica in Argentina? E quella sociale? Pare che il tasso di mortalità infantile sia aumentato per la prima volta negli ultimi venti anni.

E’ aumentato il tasso di mortalità infantile, com’è aumentato il tasso di suicidi, specie tra gli adolescenti, in questo momento nella regione latino-americana siamo il paese con il tasso di suicidi più elevato. Stanno succedendo tutte queste cose, come l’approvazione di questa riforma, molto rapidamente, c’è come uno stato di calma apparente, di assenza di reazione…

Perché, secondo lei?

La discussione sulla riforma del lavoro è stata molto rapida, in piena estate quando l’attenzione comunque si abbassa, il testo si è conosciuto solo alla fine, noi del sindacato abbiamo promosso la mobilitazione, diverse azioni di informazione, ma tutto è stato molto difficile con i media e i social contro. La gente è sempre più preoccupata per la propria sopravvivenza, si lavorano più ore perché non si arriva alla fine del mese con un solo lavoro e questo si nota perfino nella disponibilità alla militanza sindacale. E’ sempre più caro e difficile vivere, perché i salari sono rimasti fermi, con una loro svalutazione importante nel settore pubblico. Mentre il peso argentino in questo momento si apprezza rispetto al dollaro e questo rende più cari tutti i prodotti con tariffe che si riferiscono al dollaro, come quelli energetici e dei trasporti.

Il sindacato si è mobilitato in piazza contro questa riforma. L’opposizione politica sta costruendo un’alternativa a Milei per le presidenziali del 2027?

Il peronismo è immerso in una discussione interna attorno alla leadership del movimento e c’è una parte del peronismo che si accorda col governo, si tratta per lo più di settori che governano alcune province che hanno votato in parlamento per la riforma del mercato del lavoro. Giusto in questi giorni un paio di senatori peronisti hanno annunciato che romperanno il blocco peronista per sostenere il governo e sono senatori delle stesse province che hanno votato per la riforma.

Dopo la vittoria alle elezioni di mezzo mandato in Argentina grazie al riscatto concesso da Trump, Milei è diventato più pericoloso?

Certo, Milei è ora in un momento di forza, è il loro momento. Con condizioni che forse non avranno più, per andare a fondo e avanzare nel progetto, e ne stanno approfittando.

Trump affonda i governi che non gli piacciono, come quelli del Venezuela e Cuba e premia quelli che gli sono affini, come quello argentino: che significa per l’America Latina?

Credo che l’azione di Trump vada intesa in termini di riassestamento geopolitico. C’è un ritorno all’America Latina come al cortile di casa, con una politica estrattivista, si spiegano così l’intervento sul Venezuela e quello minacciato sul Messico. Come pure l’accordo di sottomissione che Milei ha firmato con Trump per il libero accesso delle imprese statunitensi alle risorse naturali argentine. E’ un ritorno degli Stati Uniti in America Latina, che altri governi americani avevano abbandonato. Si ritorna alla vecchia logica americana del bastone e la carota, Milei va felice dietro la carota, il bastone è stato utilizzato invece per il Venezuela.

0 CONDIVISIONI
autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views