Israele vuole demolire un campo di calcio a Betlemme: “Vogliono togliere ai bambini anche il diritto di giocare”

Il campo profughi di Aida, a Betlemme, è stato fondato nel 1950 dall'UNWRA e ospita i rifugiati palestinesi della Nakba, la grande migrazione forzata successiva al 1947 dopo la prima occupazione di Israele dei territori palestinesi. È diventato ormai un quartiere vero e proprio, ospita quasi 3.000 persone ed è diventato anche un centro di iniziativa politica e sociale del movimento non violento palestinese. È qui che si trova il campo di calcio costruito grazie alla solidarietà internazionale.
Un campo in erba sintetica dove giocano i ragazzi e le ragazze di Aida Camp, tutti insieme. Un campo che ha le ore contate dopo che i militari israeliani il 3 novembre scorso hanno affisso all'ingresso del campo un ordine di demolizione, e il tempo sta ormai per scadere. Quel campo è molto più di un luogo di gioco e formazione, è un barlume di normalità per bambini costretti a vivere sotto occupazione, è uno strumento di collegamento internazionale tra le gente di Aida ed il resto del mondo. Un simbolo di vita che evidentemente il governo israeliano non può tollerare.
La mobilitazione degli attivisti dell'Aida Youth Center non si è fatta attendere ed è partita subito una petizione internazionale per chiedere alla FIFA e all'UEFA di opporsi alla distruzione del campo. Un gesto, quello della demolizione, che non ha alcun senso: qui non ci sono terroristi, ma bambini che giocano, non ci sono pericoli, se non quelli provenienti dall'esercito israeliano, non c'è odio, ma solo vita.

Il campo sotto al muro che rischia di scomparire
Il campetto di calcio di Aida sorge proprio sotto al muro di separazione eretto da Israele per dividere la Cisgiordania occupata dai territori israeliani. Alle spalle del rettangolo di gioco, su quello che è stato ribattezzato "il muro della vergogna", c'è una enorme scritta "Hope", speranza. Grazie ai tanti progetti di mutuo aiuto portati avanti dall'Aida Youth Center, che riguardano la scuola, la formazione lavoro, il sostegno agli abitanti dei villaggi vittime della violenza dei coloni, il campo profughi di Aida è diventato un polo di iniziativa sociale, e il campo da calcio era il coronamento di un percorso che prova a sviluppare percorsi di socialità, nonostante l'occupazione e nonostante la violenza quotidiana.
"Il nostro nuovo anno si è aperto con il dolore della notizie dell'ordine di demolizione del campo per i nostri bambini – spiega Munther Amira, uno dei leader del movimento non violento – qui regnavano gioia e speranza, ora il nostro campo è destinato alla demolizione per un ordine ingiusto che priva centinaia di bambini del loro semplice diritto a giocare, ad allenarsi e ad imparare. Non è la semplice demolizione di un campo da calcio, ma è la speranza nella vita che l'occupazione intende sradicare dai nostri cuori per imporre lo sfollamento forzato".
Lo scorso 27 dicembre anche l'allenatore della nazionale palestinese, Ehb Abu Jazar, aveva visitato il campo da calcio di Aida, che oltre a servire i ragazzi della zona, è a disposizione di tutti gli atleti che non hanno un posto dove potersi allenare. "La Palestina rimane a testa alta, insegnando ai suoi figli che la speranza non viene schiacciata dalle macerie, ma nasce da esse" ci sottolinea Munther Amira, e infatti l'appello alla mobilitazione internazionale non si è fatto attendere.

L'appello a FIFA e UEFA e la solidarietà internazionale
La prima mossa che gli abitanti di Aida Camp hanno deciso di fare è stato denunciare alla stampa internazionale quanto sta avvenendo al campo di calcio. I primi a essere chiamati in causa sono stati il presidente della FIFA, l'italiano Gianni Infantino e il presidente della UEFA, Alexander Ceferin, con una petizione sottoscritta in poche ore da oltre 5.000 persone in tutto il mondo.
Gli abitanti di Aida chiedono ai leader del calcio mondiale di opporsi alla demolizione del campo da calcio. La stessa nazionale israeliana è stata oggetto della campagna internazionale "Red card Israel" portata avanti da tifosi di calcio di tutto il mondo per l'esclusione di Israele dalle competizioni internazionali a causa del genocidio a Gaza. Il campo è stato edificato su terra palestinese di proprietà della chiesa apostolica armena di fede cristiana, ed è regolarmente affittato al comitato popolare che gestisce la scuola calcio, ma per le autorità israeliane non ci sarebbero stati i permessi per costruirla.
Una motivazione che sta alla base di ogni demolizione compiuta dalle autorità israeliane nei territori palestinesi, che di fatto hanno il solo scopo di allontanare la popolazione palestinese dalla loro terra. Nel campo profughi è attiva anche l'associazione "Pro Terra Sancta" legata ai custodi di Terra Santa, e il Christian Media Center, organizzazioni cristiane che supportano la vita sociale delle persone nel campo profughi.
Il campo profughi di Aida è da tempo terreno di scorribande ed azioni violente da parte dell'esercito israeliano. Raid notturni a colpi di lacrimogeni, ma anche fermi ed arresti, spesso senza mandato o accuse specifiche, le cosiddette "detenzioni amministrative" denunciate da decine e decine di organizzazioni internazionali come una palese violazione dei diritti umani. Ma ad Aida ci sono stati anche casi di ragazzini uccisi, come Mohammad Ali Mohammad Azya, di 17 anni, ucciso il 9 ottobre 2025. Era sul balcone di casa nel campo profughi, intento a studiare. Fu colpito da un proiettile sparato dalle postazioni di guardia sul muro di separazione, che incombe sul campo profughi. I suoi familiari provarono a portarlo al vicino ospedale di Beit Jalla, ma appena uscita dal campo profughi, la macchina su cui veniva trasportato fu fermata dai militari. Mohammad morì dissanguato.
Il suo volto è raffigurato in diversi murales del campo. Quel campo di calcio che oggi le autorità israeliane vogliono demolire è stato costruito per dare una speranza ed una carezza ai ragazzini come Mohammad. Una speranza che Israele vuole distruggere.