"Il nuovo attentato in Iraq non può che riaprire una ferita, mai rimarginata". A parlare è Marco Intravaia, figlio del brigadiere Domenico, morto nella strage di Nassiriya, di cui proprio domani ricorre il sedicesimo anniversario e che ha commentato l'attentato verificatosi ieri a Kirkuk contro un convoglio delle nostre Forze speciali, che ha provocato il ferimento di 5 militari, di cui 3 in maniera grave. Un drammatico tuffo nel passato per Intravaia, che ha perso il padre dopo che un camion imbottito di esplosivo si è lanciato contro la palazzina che ospitava i carabinieri della Msu. "Abbiamo seguito con apprensione e tristezza l'evolversi della situazione, minuto per minuto – ha sottolineato Marco, che oggi è Presidente del Consiglio Comunale del Comune di Monreale -. Il dolore oggi è molto grande. Ai militari feriti, alle loro famiglie e a tutti i loro colleghi va la nostra affettuosa vicinanza".

Dalle sue parole emerge tutta l'amarezza per il ripetersi di una situazione dolorosa. "Tutto quello che è successo dopo – ha sottolineato -, le verità nascoste, il tentativo di opporre il segreto di Stato (sventato all'ultimo momento avviando un procedimento legale), l'emergere delle responsabilità dei vertici militari non hanno sfilacciato l'amore, il mio amore, il nostro amore, per le istituzioni. Mi fa male sapere che nessuno li ha protetti, anche se sapevano tutti, compresi i servizi segreti, che a Nassiriya era arrivata un'ingente quantità di tritolo e che la base italiana sarebbe stata colpita di li' a poco. Ma le persone che non hanno fatto e non fanno il loro dovere non sono lo Stato. Mio padre è lo Stato".

Era il 12 novembre 2003 quando il brigadiere Domenico Intravaia morì nell'attentato che provocò 28 morti, 19 italiani e 9 iracheni. "Sono passati 16 anni da quando ci ha lasciati; anni terribili durante i quali io, mia sorella e mia madre abbiamo versato tante lacrime. Ci ha lasciati soli troppo presto, persi in un dolore immenso e costretti ad affrontare la vita nelle sue difficoltà quotidiane, ma lo abbiamo fatto con la schiena dritta, con dignità, sobrietà, con orgoglio, senza mai mostrare un attimo di cedimento e soffocando, almeno pubblicamente, il nostro dolore. Ci manca il suo affetto, il suo amore di padre, la sua gioia e il suo sorriso. Ci ha insegnato ad amare la nostra Nazione e a rispettare le sue istituzioni, indipendentemente dagli uomini che le rappresentano. Ci ha insegnato che il dovere viene prima di tutto, che la Patria e la sua difesa va al di sopra di tutto. E' stato un padre ed un marito meraviglioso, un vero e fedele servitore dello Stato, un modello esemplare di cittadino italiano".