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“Il petrolio scatenerà guerre infinite, rinnovabili unica energia di pace”: parla l’accademico russo Etkind

“Combustibili fossili, politica di potenza e sovranismi provocheranno conflitti e crisi economiche continue, solo un’accelerazione della transizione energetica può evitarlo”. Putin, Trump e l’estrema destra vanno a braccetto contro tutela ambientale e diritti, accusa lo storico delle risorse naturali.
Intervista a Alexander Etkind
docente presso il Dipartimento di relazioni internazionali all’Università dell’Europa Centrale (CEU)
A cura di Riccardo Amati
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Minimizzare il cambiamento climatico, costruire il sovranismo, promuovere opportunismo e relazioni ad hoc in politica internazionale: è ciò che secondo le destre più o meno alternative avrebbe risolto i guai del mondo. Provocati da multilateralismo, coscienza ambientale, politiche di inclusione, giustizia sociale e welfare. E dal moralismo dei diritti umani. Cose di sinistra.

Una narrativa che ha molto in comune con quelle del regime di Vladimir Putin e dell’amministrazione Trump. E che oggi sbatte contro l’evidenza: guerre dappertutto. Economia strangolata da dazi, protezionismo e prezzi petroliferi. Bibi Netanyahu merita un discorso a parte. Non lo faremo qui. Per certo, condivide con Trump e Putin – come lui imputato per crimini di guerra di fronte alla Corte penale dell’Aia- il disprezzo del diritto internazionale. Quindi, fa parte del problema.

La possibilità di evitare un lungo periodo di conflitti e declino economico “dipende dal fatto che le società adottino in fretta le nuove energie, prima che il vecchio sistema fossile provochi una nuova catastrofe globale”, dice a Fanpage.it l’intellettuale russo Alexander Etkind. Si tratta di sconfiggere la “rivolta contro la modernità” in cui sono impegnati i movimenti di estrema destra, le “petro-potenze” e gli autoritarismi o aspiranti tali.

Etkind è l’autore di La Russia contro la modernità (Bollati Boringhieri, 2025). Identifica il motivo di fondo dell’invasione dell’Ucraina nello sfruttamento “coloniale” da parte di Mosca delle risorse naturali. A scapito dello sviluppo economico e sociale (vedi anche: Etkind, Nature’s Evil. A Cultural History of Natural Resources, Polity Press, 2021). Una lotta contro la modernità. Una battaglia retrograda per la quale – osserva l’accademico – da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca Putin ha trovato un alleato formidabile.

Alexander Etkind, storico della cultura, delle risorse naturali e dell’economia, è docente presso il Dipartimento di relazioni internazionali all’Università dell’Europa Centrale (CEU).

Alexander Etkind
Alexander Etkind

Professor Etkind, nel suo ultimo libro descrive la Russia come un sistema plasmato dalla colonizzazione interna”. In che modo questa logica coloniale opera allinterno del Paese?

"Il concetto di colonizzazione interna si riferisce a un modello storico in cui lo Stato russo ha trattato i propri vasti territori e le proprie popolazioni come oggetti di estrazione, amministrazione e sfruttamento. Non come cittadini politicamente autonomi.

Dall’espansione imperiale in Siberia ai progetti di industrializzazione sovietica, lo Stato ha sempre mobilitato risorse lontane – terra, foreste, minerali e lavoro – attraverso un potere centralizzato, governando le popolazioni periferiche tramite istituzioni coercitive come l’esercito, l’esilio e il lavoro forzato.

Questa logica coloniale ha creato un’economia politica in cui il centro estrae ricchezza dalle periferie interne, legittimando il dominio attraverso narrazioni di modernizzazione e sicurezza".

La logica coloniale si applica anche all’espansione esterna, alle guerre?

"L’invasione dell’Ucraina riproduce in forma revanscista il modello della colonizzazione interna. L’Ucraina è un paese indipendente, ma la leadership russa continua a considerarla una propria colonia interna, presentata come storicamente “nostra”. Alle popolazioni ucraine viene negata soggettività politica non meno che ai popoli della Federazione Russa.

Ma, a differenza dei russi, gli ucraini si ribellano, e questo innesca un nuovo ciclo di violenza. La guerra esterna rispecchia quindi la struttura interna: un sistema imperiale che per autoconservarsi trasforma la crisi politica in espansione territoriale".

Invadendo lUcraina la Russia ha sdoganato la politica di potenza? Quella del periodo a cavallo tra diciannovesimo e il ventesimo secolo? Imperialismo e Belle Époque? Gli Stati si sentono nuovamente legittimati a impadronirsi con la forza di territori, risorse o sfere di influenza?

"Per decenni la norma dominante nel sistema internazionale – fondata sulla Carta delle Nazioni Unite – è stata il divieto formale della conquista territoriale. La Russia ha sfidato direttamente questa norma, presentando l’aggressione imperiale, l’annessione e la colonizzazione come strumenti legittimi della politica statale.

Anche se la maggior parte degli Stati ha respinto questa pretesa, il precedente ha un peso simbolico e strategico. Segnala che una grande potenza è disposta a perseguire una revisione territoriale a qualsiasi costo. E ciò mette alla prova la credibilità dei meccanismi internazionali di applicazione delle regole".

E questo può innescare emulazione?

"Altre potenze possono trarre la lezione che l’influenza geopolitica possa essere garantita attraverso la capacità militare e il controllo delle risorse strategiche, piuttosto che tramite il soft power, il commercio o la diplomazia. In questo senso, la guerra ha accelerato la transizione dall’ordine relativamente stabile del periodo post-Guerra fredda verso un sistema di sfere di influenza competitive, in cui il controllo dei corridoi logistici – dagli oleodotti e gasdotti alle rotte marittime – diventa decisivo".

È un cambiamento che può diventare permanente?

"Dipenderà in larga misura dall’esito della guerra in Ucraina. Una revisione territoriale potrebbe legittimare rivendicazioni simili altrove. Un fallimento dell’invasione invece rafforzerebbe il principio secondo cui l’aggressione porta isolamento strategico e punizione. Senza alcuna ricompensa".

In più paesi crescono movimenti di destra che celebrano lindustria pesante, i combustibili fossili e la potenza militare. Mentre attaccano tutela ambientale e regolamentazione. È una rivolta politica contro la modernità?

"Sì, lo è. Rivolta contro la modernità, negazione dei suoi modi, delle sue promesse e dei suoi limiti. Dalla fine della Guerra fredda, la modernità è stata associata alla globalizzazione, alla transizione energetica, al progresso ambientale e all’espansione dei diritti sociali. In risposta, i movimenti anti-moderni dell’estrema destra sostengono che questa nuova modernità abbia indebolito la sovranità nazionale, l’occupazione industriale, la forza militare e l’alta cultura.

Nella loro retorica, i combustibili fossili, le industrie pesanti, gli eserciti forti e le agende patriottiche diventano simboli di autonomia politica e di progresso culturale. Si tratta di un vecchio modello di modernità che io chiamo paleomodernità. Ed è l’opposto delle nuove forme di vita civile".

Ma questi movimenti mica predicano la rinuncia alle tecnologie avanzate. Elon Musk è un loro idolo…

"La paleomodernità non implica tanto un rifiuto della tecnologia moderna quanto un rifiuto delle interpretazioni cosmopolite ed ecologiche della modernità emerse nella policrisi che il mondo sta vivendo. Movimenti legati a leader come Vladimir Putin o Donald Trump presentano la regolazione ambientale, le politiche climatiche e le istituzioni internazionali come vincoli imposti dalle “élite” alla dignità e alla potenza nazionale.

Avviando guerre e innescando circoli viziosi di violenza, questi leader finiscono di fatto per demodernizzare i propri paesi, i loro vicini belligeranti e il mondo nel suo insieme".

Secondo lei la Russia è “contro la modernità” perché è una “petro-potenza” guidata dai combustibili fossili, dalle risorse strategiche e dalla competizione militare. Lo stesso vale anche per gli Stati Uniti? Il blitz in Venezuela ha avuto esplicite motivazioni “petrolifere”. E l’attacco all’Iran riguarda direttamente il controllo della logistica e delle rotte del greggio.

"Il paragone tra gli Stati Uniti e le classiche petro-potenze come la Russia, l’Arabia Saudita o l’Iran è esagerato. Ma non infondato. Gli Stati Uniti differiscono in modo fondamentale perché le loro istituzioni politiche, l’economia diversificata e l’ampio mercato interno impediscono che gli idrocarburi dominino lo Stato. I proventi del petrolio costituiscono solo una piccola quota delle entrate federali e il potere politico non dipende strutturalmente da un singolo settore merceologico".

Però il paragone ha motivo di essere, diceva…

"Mette in luce una tensione strutturale reale nella geopolitica contemporanea. Il cosiddetto “petro-potere” riflette una caratteristica più ampia dell’ordine internazionale: finché la decarbonizzazione non ristrutturerà i sistemi energetici globali, la politica delle grandi potenze continuerà a ruotare attorno alle risorse di idrocarburi.

In competizione con i petrostati, gli Stati Uniti sono diventati uno dei maggiori produttori mondiali di petrolio e gas. Donald Trump ha abolito molte regolamentazioni e limitazioni sulle trivellazioni petrolifere e sulle emissioni industriali. Le sue politiche penalizzano sistematicamente gli utenti e i produttori di energie rinnovabili. Come se l’aumento del consumo di petrolio fosse tanto vantaggioso per gli Stati Uniti quanto lo è per i petrostati".

Se non portano poi così tanti vantaggi, perché queste politiche pro-idrocarburi?

"Le ragioni sono il lobbying delle corporation petrolifere e petrolchimiche, ma anche un peculiare gusto culturale fortemente incentrato su oro, petrolio, potenza e abbondanza. Guidate dall’idea che “il grande è bello”, le politiche dei combustibili fossili, dei corridoi logistici e delle capacità militari restano centrali per il MAGA. Tanto quanto per Reform UK o per Russia Unita".

Da una parte le potenze dei combustibili fossili, dall’altra società che cercano di superarli. Cosa ci attende nel prossimo futuro: nuove guerre per le risorse? O magari una trasformazione politica in senso “moderno”, un po’ come negli anni della decolonizzazione, tra i ’50 e i 70 del secolo scorso?

"Assisteremo a entrambe le tendenze. Finché l’economia globale resterà dipendente dal carbonio, la competizione per petrolio, gas e infrastrutture strategiche (raffinerie, oleodotti, porti, rotte marittime) genererà attriti geopolitici. Il petrolio non si esaurirà. Finirà prima l’aria che respiriamo. Nel frattempo, i profitti diminuiranno. E i conflitti aumenteranno.

Le guerre in Ucraina e in Medio Oriente mostrano quanto fossili, rotte di transito e azioni militari siano intrecciati. Declino economico, migrazioni climatiche e regolazioni forzate intensificheranno la rivalità tra grandi potenze e attori regionali, producendo guerre locali, sanzioni e lotte sui corridoi energetici. In questo senso, la tarda era dei fossili può assomigliare al tardo colonialismo. Quando imperi in declino lottavano per mantenere accesso a territori e risorse strategiche".

E questo è lo scenario strettamente “anti-moderno”. L’altro?

"Parallelamente, la traiettoria storica ricorderà la decolonizzazione, che rese il XX secolo così violento. Politiche climatiche, elettrificazione, energie rinnovabili e decentralizzazione eroderanno le basi del potere fossile. Petrostati e rivali subiranno pressioni simili a quelle che indebolirono gli imperi coloniali prima e dopo le guerre mondiali. Potrebbero emergere ideologie violente e bizzarre, simili a fascismo, nazismo e comunismo.

Il fattore decisivo sarà se le società riusciranno a riorganizzare le economie politiche attorno a nuove energie abbastanza rapidamente da evitare conflitti prolungati sul residuo sistema fossile, o se quest’ultimo si rifiuterà di morire senza una nuova catastrofe globale. In sintesi, i prossimi decenni potrebbero assomigliare al declino e crollo di un impero carbonifero transnazionale: un periodo turbolento, militante. Che promette al contempo sconvolgimento ed emancipazione".

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