
Il profondo e duraturo legame tra Hezbollah e l’Iran ha spesso fatto considerare il primo come un proxy del secondo, una marionetta i cui fili venivano e vengono mossi da Tehran. Se è innegabile, certamente, la connessione culturale, economica, religiosa, politica tra il Partito di Dio e il sistema di potere persiano, tuttavia ciò che li distingue nettamente è il fattore territoriale, la prossimità geografica tra Libano e Israele.
Hezbollah nasce nel 1982 in piena guerra civile libanese (1975-90) nella scia ideologica della rivoluzione iraniana proprio come forza di resistenza all’invasione terrestre israeliana. Israele, infatti, è stato uno degli attori principali – assieme all’Olp, alla Siria e ad altre potenze internazionali, in primo piano gli Stati Uniti – della guerra tra i gruppi comunitario-religiosi libanesi, nella quale sono emerse tutte le contraddizioni dell’ex-protettorato francese, la mancanza di una vera e propria unità nazionale che anche oggi è uno dei principali anelli deboli della catena che dovrebbe tenere insieme il paese, i suoi gruppi, le sue identità.
Il fattore territoriale è centrale. Israele ha già invaso molteplici volte il Libano negli ultimi 50 anni. La spinta di Tel-Aviv a creare una buffer zone, una zona cuscinetto, in sostanza controllata dell’esercito israeliano, nell’area che va dal fiume Litani all’attuale confine, diventa sempre più un atto concreto. Le truppe israeliane, che fino a questa fase del conflitto hanno mantenuto solo cinque posizioni in Libano, utilizzandole come avamposti militari, dopo gli ordini di evacuazione di buona parte del Libano meridionale, avanzano via terra.

Per Hezbollah si tratta di una guerra esistenziale. La superiorità tecnologica israeliana – apparsa lampante in una guerra che Israele ha combattuto quasi totalmente dall’alto con l’aviazione e con un massiccio impiego di droni – ha messo in luce anche molte mancanze e molte faglie nell’organizzazione interna di quella che fino al 2023 era ritenuta una struttura perfetta. Il lunghissimo decennio di guerra a supporto di Bashar al-Assad in Siria, ha allentato le maglie della struttura del partito-milizia e favorito infiltrazioni che si sono rivelate letali.
Il caso più emblematico e il vero punto di svolta della guerra cominciata l’8 ottobre 2023 tra Hezbollah e Israele è stato sicuramente quello dell’esplosione dei cercapersone e quella successiva dei walkie talkie del 17 e 18 settembre 2024, che hanno causato una cinquantina di morti e circa 5mila feriti. Si è vista allora una permeabilità impensata fino a quel momento, resa ancora più evidente dall’assassinio il 27 settembre 2024 del carismatico leader Hassan Nasrallah. Da lì a due mesi, il 27 novembre, ci sarebbe stata una tregua altamente svantaggiosa per il Partito di Dio che israele, secondo i dati unifil, ha violato oltre 10mila volte prima di questa nuova escalation.
Una questione esistenziale perché, fortemente indebolito dalla guerra, Hezbollah si trova stretto fra lo strapotere israeliano da un lato, la mancanza di supporto da parte dello stato – il premier libanese Nawaf Salam ha dichiarato all’inizio di quest’ultima escalation "fuori legge tutte le attività militari e quelle di sicurezza" di Hezbollah – e senza il supporto dello storico alleato siriano, rimpiazzato il 29 gennaio 2025 dall’attuale governo con a capo Ahmed el-Sharaa, dopo la caduta del regime Ba’athista degli Assad.
Un ulteriore motivo di destabilizzazione è la chiusura della missione Unifil – United Nations Interim Forces in Lebanon – fortemente voluta da Netanyahu e da Trump e prevista per fine anno, che a fatica ha, se non mantenuto la pace, quantomeno monitorato e bilanciato i difficili rapporti tra Israele e il Libano dal 1978 ad oggi.
Le questioni sul tavolo sono allora tante, ma su tutte le altre quelle dell’integrità territoriale del Libano e quella del confine marittimo. Nonostante i molteplici tentativi, incluso l’ultimo del Meccanismo (comitato a guida franco-statunitense che include Israele, Libano e Unifil, creato dopo la tregua per affrontare le questioni legate alla fase post-bellica), di definire una linea di confine chiara e condivisa tra Libano e Israele, ad oggi non si è arrivato all’accordo. Il sud del Libano è un’area fertile e ricca d’acqua.
Per quanto riguarda il confine marittimo, invece, un accordo era stato raggiunto il 29 giugno 2022 con la mediazione americana, dopo anni di dispute. Tale accordo è servito per cominciare le estrazioni di gas naturale a largo delle coste libanesi. Membri del Likud e del governo israeliano avevano già espresso perplessità sui termini e oggi, questa nuova fase della guerra, potrebbe annullare l’accordo e ridisegnare la mappa dell’area e con essa la distribuzione delle ricchezze naturali.
Hezbollah, come ha chiaramente affermato il neo-leader Naim Qassem, non ha alcuna intenzione di indietreggiare, cosa che in questo momento equivarrebbe non tanto a una sconfitta, quanto alla definitiva scomparsa della milizia e una riduzione sostanziale dell’egemonia del partito sul territorio. L’impotenza dell’esercito libanese, che non possiede né una flotta navale né una flotta aerea, di fronte alla superiorità schiacciante israeliana che si è già palesata durante quest’ultimo conflitto, è servita al numero uno di Hezbollah per legittimare la ripresa dello scontro frontale: "Invece di opporsi all’aggressione (israeliana), il governo (libanese) si oppone alla resistenza. (…) Ora siamo davanti a una difesa esistenziale. La nostra decisione è di far fronte (a Israele): non abbiamo alcuna intenzione di arrenderci! (…) Incombe sul governo libanese la necessità di operare per la sovranità nazionale e di proteggere il suo popolo e il nostro diritto alla resistenza…questa è un’aggressione contro tutto il Libano".
Resta adesso poco chiaro quanto questa guerra durerà e quale sarà la sua portata. Gli assetti completamente nuovi della regione – la caduta del regime degli Assad in Siria, gli attacchi all’Iran e quelli dell’Iraq – rendono difficile ogni previsione, in quanto gli equilibri di potere stanno cambiando giorno per giorno e non sono ancora ben delineati. Quello che invece è evidente è che questa fase della guerra rappresenta un giro di boa per Hezbollah, per il Libano e per i suoi rapporti con Israele. E più in generale per i rapporti di forza, di equilibrio e di disequilibrio dell’intera regione.