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Il mondo non può permettersi che la Cina entri in crisi, ma forse sta succedendo davvero

La Cina potrebbe non stare semplicemente rallentando, ma cambiando strategia. E se la sua crescita crollasse davvero, la domanda diverrebbe: quanto potrebbe permetterselo il resto del mondo?
A cura di Gian Luca Atzori
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Ogni volta che la Cina annuncia un rallentamento economico, il racconto globale sembra già scritto. La narrativa dominante, soprattutto negli Stati Uniti e in Europa, è sempre la stessa: la crescita cinese sta crollando, il modello di sviluppo di Pechino sarebbe arrivato al capolinea e la pressione occidentale – tra dazi, sanzioni, decoupling e ora interventi armati – starebbe finalmente piegando la seconda economia mondiale, o peggio, mostrando la superiorità del modello Occidentale.

Il nuovo target di crescita annunciato a Pechino sembra offrire materiale perfetto per questa lettura, fissando per quest’anno un obiettivo compreso tra il 4,5% e il 5%, il più basso dal 1991. Secondo alcuni osservatori occidentali questo sarebbe il segnale definitivo che il “miracolo economico” cinese sta rallentando strutturalmente, schiacciato da crisi immobiliari, demografia sfavorevole e tensioni geopolitiche. Ma fermarsi a questo dato rischia di perdere il quadro reale. Perché ciò che sta accadendo a Pechino non è soltanto un rallentamento economico. È un cambiamento di strategia che si allinea all’evoluzione del contesto interno e internazionale. E soprattutto non riguarda solo la Cina.

Il rischio di stagflazione

Nel dibattito occidentale la crescita cinese viene spesso analizzata come se fosse un fenomeno isolato, avulso nello spazio e nel tempo. In realtà, il rallentamento economico di Pechino si inserisce in un contesto globale sempre più instabile, segnato da crisi energetiche, guerre regionali e frammentazione economica. I conflitti in Medio Oriente e in Sud America – in particolare le tensioni legate a Iran e Venezuela – stanno diventando variabili strutturali per l’intera economia globale. Per un paese come la Cina, che resta il più grande importatore mondiale di petrolio e il quinto produttore, queste crisi non sono semplici eventi geopolitici lontani. Sono fattori economici diretti.

Come ha spiegato l’economista Su Jian della Peking University, il rischio principale per Pechino oggi non è tanto una recessione, quanto una possibile stagflazione: una combinazione di crescita lenta e aumento dei costi energetici causati dall’instabilità internazionale. Ed è qui che la narrativa del “declino cinese” diventa molto più complessa.

Il costo (in)visibile della geopolitica

Negli ultimi anni la Cina ha potuto contare su un vantaggio energetico: l’accesso a petrolio scontato proveniente da paesi sotto sanzioni occidentali, in particolare Iran e Venezuela. Secondo diverse analisi di mercato, il greggio proveniente da questi paesi veniva spesso venduto alla Cina con sconti di circa 8 dollari al barile rispetto al Brent. Una differenza enorme su scala industriale. L’instabilità geopolitica degli ultimi mesi ha però cambiato lo scenario. Se l’accesso a quel petrolio scontato dovesse ridursi, i costi energetici per l’industria cinese aumenterebbero significativamente.

Alcune stime indicano che la perdita di questi vantaggi tra Iran e Venezuela potrebbe costare a Pechino oltre $6 miliardi all’anno in costi energetici aggiuntivi. Tuttavia, $6 miliardi pur essendo un duro colpo, vanno raffrontati ad un pil di $20 mila miliardi. Il problema non è dunque economico, ma strutturale. La Cina sta già cercando alternative, aumentando l’importazione di petrolio russo e rafforzando la diversificazione delle forniture energetiche. Tuttavia, il messaggio è chiaro: la geopolitica sta diventando un costo economico diretto sempre più centrale e difficile da celare.

La Resilienza energetica cinese

È vero, buona parte delle esportazioni di petrolio mediorientale dirette verso Cina, Giappone, Corea del Sud e Taiwan passa attraverso lo Stretto di Hormuz, uno dei chekepoint energetici più strategici del pianeta. Tuttavia, gli analisti su Atlantic Council sottolineano che Pechino potrebbe soffrire meno dei suoi principali concorrenti asiatici. A differenza di economie come Giappone, Corea del Sud e Taiwan – molto dipendenti dalle importazioni energetiche – la Cina dispone infatti di una produzione domestica significativa, che copre oltre un quarto della domanda interna, oltre ad aver accumulato ampie riserve strategiche di petrolio negli ultimi anni, equivalenti a circa 3-4 mesi di fabbisogno complessivo.

Inoltre, la struttura energetica cinese è meno esposta al gas naturale liquefatto rispetto a molte economie avanzate: il gas rappresenta una quota relativamente ridotta del suo mix energetico e Pechino può contare su forniture via pipeline provenienti da Russia, Asia Centrale e Myanmar. Questo significa che una crisi che colpisse in modo particolare il mercato globale del GNL potrebbe danneggiare soprattutto Europa e alleati asiatici degli Usa, mentre la Cina, pur subendo costi economici significativi sul petrolio, risulterebbe relativamente più resiliente. In altre parole, un conflitto energetico nel Golfo Persico rappresenterebbe senza dubbio un rischio per Pechino, ma potrebbe allo stesso tempo alterare gli equilibri regionali a suo favore, indebolendo economie molto più dipendenti dalle importazioni energetiche. Come l’Italia.

Qualità sulla quantità

Per capire davvero il nuovo target di crescita cinese bisogna guardare alle Due Sessioni che si stanno svolgendo a Pechino. Questo appuntamento politico annuale, il più importante del calendario istituzionale cinese, segnato quest’anno dalla cornice attuativa del 15° Piano Quinquennale (2026-2030). Nel rapporto presentato dal premier Li Qiang, la Cina non vuole più inseguire la crescita a ogni costo. Per oltre quarant’anni il modello economico si è basato su espansione industriale, urbanizzazione accelerata e investimenti infrastrutturali giganteschi. Questo modello ha portato centinaia di milioni di persone fuori dalla povertà, ma ha anche generato squilibri profondi: debito locale, sovracapacità produttiva, ineguaglianza sociale e una gigantesca bolla immobiliare.

Il nuovo piano quinquennale punta invece a un concetto diverso: “sviluppo di alta qualità”. In altre parole, crescere meno ma crescere meglio come sintetizza Simone Pieranni di Chora media su Tagadà. Questo significa spostare le risorse dai settori tradizionali – come l’edilizia e l’industria pesante – verso tecnologie avanzate e settori strategici. Tra questi spiccano le cosiddette “nuove tre industrie”: veicoli elettrici, batterie al litio e tecnologie fotovoltaiche. Non è un caso che la Cina sia oggi il principale produttore mondiale in tutti e tre questi settori. Il piano quinquennale include inoltre massicci investimenti in intelligenza artificiale, tecnologie quantistiche e fusione nucleare, aree considerate fondamentali per la competitività tecnologica del paese nei prossimi decenni.

Casca la Cina, casca il mondo

Il rallentamento della crescita cinese non è dunque un fenomeno isolato. La Cina resta il principale motore della domanda globale di materie prime, energia e beni industriali. Quando la sua economia rallenta, l’impatto si riflette su intere regioni del pianeta: dall’Europa al Sud-est asiatico, dall’Africa all’America Latina.

Le tensioni militari e le sanzioni economiche stanno generando un effetto domino sull’intero sistema commerciale mondiale. Se i costi energetici aumentano e il commercio globale si frammenta, la crescita rallenta ovunque. “Tutti giù per terra”, non solo Pechino. In questo senso, la domanda più corretta non è se la Cina stia rallentando. La domanda è se l’intero sistema economico globale stia entrando in una fase di crescita completamente diversa dal passato.

Nuova fase, nuova logica, stessi dubbi

Naturalmente, ogni discussione sulla crescita cinese si scontra con una questione ricorrente: la credibilità dei dati ufficiali. Alcuni studi occidentali suggeriscono che in passato la crescita reale dell’economia cinese possa essere stata sovrastimata anche di quasi due punti percentuali. Think tank come il Rhodium Group stimano che la crescita effettiva potrebbe essere significativamente più bassa rispetto ai dati ufficiali, sotto il 3%.

Ma proprio per questo il nuovo obiettivo di crescita più contenuto potrebbe avere una funzione politica importante. Un target troppo alto crea pressioni enormi sulle amministrazioni locali, che spesso reagiscono aumentando gli investimenti pubblici e accumulando debito per raggiungere gli obiettivi fissati dal governo centrale. Ridurre l’obiettivo ufficiale significa anche ridurre questa pressione. In altre parole, il nuovo range del 4,5-5% potrebbe essere meno un segnale di debolezza e più un tentativo di stabilizzare il sistema economico.

La strategia di lungo periodo

Il cambiamento in corso a Pechino riflette una trasformazione più ampia della strategia cinese. Negli ultimi anni la leadership di Xi Jinping ha progressivamente spostato l’attenzione dalla crescita pura alla sicurezza economica: sicurezza energetica, sicurezza alimentare, autonomia tecnologica.

Non è un caso che durante le Due Sessioni sia stato annunciato anche un aumento del budget militare del 7%, mentre il nuovo piano economico prevede una riduzione dell’intensità di carbonio del 17% entro il 2030. L’obiettivo non è solo crescere, ma costruire un’economia ancora più resiliente in relazione all’aumento degli shock esterni. Una fase in cui la Cina cerca di passare da fabbrica del mondo a potenza tecnologica autosufficiente.

Il vero test sarà globale

Nel mentre Trump ha previsto una visita ufficiale in Cina a fine mese ma il possibile incontro resta per ora incerto. Pechino ha fatto sapere che saranno necessarie “preparazioni approfondite” prima di qualsiasi vertice tra i due leader, lasciando intendere che l’appuntamento potrebbe essere rinviato se non si creeranno le condizioni politiche adeguate. Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha ribadito che il dialogo tra le due potenze è fondamentale, avvertendo che "il mancato confronto porterebbe solo a incomprensioni e errori di calcolo" mentre a Xi probabilmente converrebbe gestire Trump prima che il rapporto bilaterale e multipolare diventi ancora più frammentato e instabile.

Il paradosso è che proprio nel momento in cui la Cina rallenta la sua crescita, il mondo continua a dipendere dalla sua economia. L’Ue e la Cina sono tra i principali partner commerciali al mondo. La transizione energetica globale dipende dalle batterie e dai pannelli prodotti in Cina. Le catene di approvvigionamento tecnologiche dipendono da componenti e materiali lavorati in Cina. La domanda globale di materie prime dipende in gran parte dalla crescita cinese. Se Pechino rallenta davvero, l’impatto non sarà solo cinese. Sarà globale. Ed è per questo che il dibattito sulla crescita cinese non può essere affrontato con distacco, supponenza o superficialità, perché non riguarda soltanto il futuro della Cina. Riguarda il futuro di tutti noi.

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Classe 1989, Sinologo e giornalista freelance, è direttore tecnico e amministrativo di China Files, canale di informazione sull'Asia che copre circa 30 aree e paesi. Collabora con diverse testate nazionali e ha lavorato per lo sviluppo digitale e internazionale di diverse aziende tra Italia e Cina. Laureato in Lingue e Culture Orientali a La Sapienza, ha proseguito gli studi a Pechino tra la BFSU, la UIBE e la Tsinghua University (Master of Law – LLM).  Atzori è anche Presidente e cofondatore dell'APS ProPositivo, organizzazione dedita allo sviluppo locale in Sardegna e promotrice del Festival della Resilienza.  
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