Come spesso accade, eventi di cronaca particolarmente cruenti od eclatanti finiscono per amplificare riflessioni di carattere più generale, esasperare contrasti e dare risonanza a prese di posizione spesso approssimative e strumentali. Quanto accaduto nelle ultime ore in seguito al cruento attentato di Parigi, in particolare, ha autorizzato riflessioni e considerazioni (più o meno sensate) sullo scontro fra civiltà, sulla dichiarazione di guerra da parte dei terroristi islamici, addirittura sulla insussistenza di differenze “concettuali” fra “integralisti e musulmani”. E, non in secondo piano, in molti hanno rilanciato l’allarme sulla “invasione” islamica in Europa e in Italia, spesso citando a caso numeri, dati e “riflessioni” (non sempre lucidissime).

Ecco, tralasciando per il momento ogni considerazione di carattere politico – ideologico su matrice, scopo, senso e opportunità di riflessioni di tale segno e tenore, è però interessante capire quali sono le esatte dimensioni della presunta invasione. Al di là di ricostruzioni strumentali e faziose, in un senso o nell’altro, qual è la portata dell’invasione islamica? Siamo davvero di fronte ad una lenta ma inesorabile “colonizzazione” del Vecchio Continente, magari in ragione di un “piano” studiato a tavolino? Ha senso parlare di “limite raggiunto” per quel che concerne la coesistenza di “religioni e culture diverse” nel nostro Paese?

Per il momento accontentiamoci dei dati, sul “senso” stesso di tali domande torneremo in seguito. Ecco, partiamo da un presupposto, ben spiegato da Andrea Spreafico nella sua inchiesta sulla presenza islamica in Italia, sui limiti dell’indagine statistica e degli “allarmi” ad essa correlati: “Non è corretto far coincidere appartenenza nazionale ed appartenenza religiosa: la provenienza dell'immigrato da un paese musulmano non comporta necessariamente il suo essere religioso ed il suo essere musulmano. Inoltre, se difficilmente in un paese musulmano ci si dichiara laici, le cose possono cambiare quando si finisce per vivere stabilmente in un paese come l'Italia. Quando si cerca di stimare il numero di musulmani in Italia si fa allora riferimento alla percentuale di musulmani presente nel paese di provenienza dell'immigrato e la si applica al totale degli immigrati da quel paese; in questo modo non si distingue tra praticanti e non praticanti ma ci si accontenta di intendere come musulmani tutti quelli che in qualche modo trovano nell'islam un riferimento identitario più o meno intenso”. È un discrimine essenziale, da affiancare a quello sull’insussistenza della correlazione immigrato = musulmano, considerando che solo il 33% di chi immigra nel nostro Paese è di fede islamica. Non tenere conto di queste obiezioni preliminari è limite quasi grottesco ad ogni considerazione di merito.

Gli ultimi dati completi sono quelli riportati da Flavio Bini su Repubblica, relativamente alle rilevazioni di Caritas e Ismu del 2009: in Italia gli immigrati di religione musulmana sono 1,4 milioni, cui bisogna aggiungere circa 100mila convertiti. Il trend è in crescita e la proiezione parla di circa 2,8 milioni di musulmani entro il 2030. Una presenza sensibile, dunque, ma che al momento (stimando nel frattempo aumentata la presenza musulmana nel nostro Paese e aggiungendo un fattore di correzione relativo alla presenza di immigrati irregolari) non supera il 4% della popolazione. (Qui e qui, invece, qualche numero verificato sulla presenza di clandestini, irregolari e richiedenti asilo sul territorio italiano).

La percezione della presenza musulmana in Italia ed in Europa – È questo un fattore cruciale che influenza in modo determinante l’opinione pubblica: la differenza fra presenza reale di credenti musulmani e presenza “percepita”. Sul punto in queste ore si segnala l’ottimo lavoro del The Economist che, su dati Bertelsmann Stiftung, Pew Research, Europol ed Ipsos ha elaborato una mappa del confronto fra presenza reale della popolazione di credo musulmano e presenza percepita dall’opinione pubblica. Ecco una nostra rielaborazione per la parte che ci interessa:

 

Nella sostanza, è evidente come ci sia una disparità enorme fra “dati reali” e condizioni di vita percepite (sempre ammesso, lo ripetiamo, che le differenze religiose siano una barriera “sensibile”…), che influenza opinioni e analisi. Del resto, andrebbe banalmente ricordato come, ad esempio, il nostro Paese sia interessato “in misura minore” dal presunto processo di “islamizzazione dell’Europa”, nonostante il suo ruolo di porta di ingresso per un numero consistente di migranti provenienti da Paesi a forte presenza islamica. Poi, solo per inciso e sempre con molta cautela, andrebbe ricordato come il numero di migranti proveniente da Paesi in cui è radicato il “terrorismo di matrice islamica” è comunque molto basso, considerando che oltre il 30% dei musulmani italiani è di origine marocchina ed un altro 30% è albanese.

Infine, senza dilungarci ulteriormente e senza aggiungere ulteriore inchiostro al mare riversato in queste ore dai media italiani (in maniera più o meno discutibile), crediamo sia giusto ricondurre la questione a due punti, che ci sembrano quasi una precondizione di ogni valutazione che si vuole sensata. Come scriveva Ambrosini su LaVoce, non dobbiamo sottovalutare né il tessuto nel quale attecchisce la predicazione fondamentalista, né l’incidenza delle condizioni “economiche e reddituali”: “Il fondamentalismo si nutre della discriminazione e dell’'esclusione economica e sociale. I mussulmani in Europa non vivono in ghetti per loro scelta, ma perché non riescono a uscirne. E nei ghetti l’identità culturale e religiosa, l’’unica risorsa accessibile a tutti, diventa facilmente un simbolo di opposizione a una società ostile ed escludente. In quei contesti la predicazione fondamentalista attecchisce più agevolmente”. E ancora: “In realtà noi produciamo ogni giorno la società multietnica, quali che siano le nostre opinioni al riguardo. Non è possibile utilizzare le braccia e rifiutare le persone, o negare loro di poter entrare un giorno a pieno diritto nella comunità dei cittadini di cui ormai, di fatto, fanno parte”.

E infine, ma questo sinceramente ci spiace finanche scriverlo, sarebbero proprio quei valori di cui ora ci riempiamo il petto a dover guidare le nostre azioni ed i nostri pensieri: “Non è possibile, in un ordinamento democratico, né comprimere la libertà di culto, né impedire l’'accesso alla cittadinanza per motivi religiosi, né indagare le opinioni di chi chiede di lavorare in Italia, di ricongiungersi con la famiglia o di diventarne cittadino".