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Opinioni
Guerra in Ucraina
12 Marzo 2022
13:12

Guerra Russia-Ucraina, perché avremmo dovuto fare di più per le Forze armate italiane

L’Italia sarebbe pronta ad affrontare un conflitto? Come sono state suddivise le risorse economiche negli ultimi anni? A Fanpage.it l’analisi del generale di Corpo d’armata, Luigi Chiapperini.
A cura di Luigi Chiapperini
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Guerra in Ucraina

La crescente pericolosità e variabilità delle attuali e future minacce, come ad esempio quelle palesatisi in Ucraina ma non solo, impone alle Forze armate di adeguare tutte le proprie capacità per poter operare nell’intero spettro di operazioni, ambiti operativi che nella storia si sono succeduti dapprima lentamente e poi a ritmi sempre più sostenuti man mano che lo sviluppo tecnologico lo ha consentito: terraferma e poi mare nell’antichità, sotto i mari a inizio ‘900, nei cieli nel 1912 nella guerra italiana in Libia e poi nella Prima guerra mondiale, nell’etere per tutto il secolo scorso, nella stratosfera con il nucleare durante la Guerra fredda, nella rete informatica negli anni più recenti, nell’aerospazio a breve. Oggi tutti detti ambiti si intrecciano e vengono considerati coesistenti tanto che si parla di multi-dominio.

Uno degli incipit più usati negli ultimi decenni è stato “Con la caduta del muro di Berlino…” seguito spesso dalla successiva frase che il più delle volte prediceva la fine dei conflitti tradizionali, in particolare quelli terrestri, e la sempre maggiore importanza di quelli nei domini aereo e navale. Oggi poi si parla sempre più spesso di guerra aerospaziale per affrontare la quali si costituiscono veri e propri comandi militari dedicati.

E l’antica guerra terrestre? “Con la caduta del muro di Berlino” non doveva essere più in agenda, a parte gli interventi di forze pressoché leggere per operare in conflitti essenzialmente asimmetrici volti alla stabilizzazione del nuovo mondo globalizzato. Ecco allora il proliferare di “operazioni di pace” con annessi “soldati di pace” che hanno portato ancor di più a pensare, erroneamente, che non ci sarebbero più stati conflitti simmetrici tradizionali tra componenti terrestri.

È stato così?

Ripartiamo sempre dalla caduta del muro di Berlino e esaminiamo i principali conflitti avvenuti da allora nel mondo: prima guerra del Golfo (agosto 1990-febbraio 1991), seconda guerra del Golfo (marzo 2002-dicembre 2011), guerra in Kosovo (febbraio 1998-giugno 1999), guerra del Nagorno-Karabakh tra Azerbaijan e Armenia (gennaio 1992 – maggio 1994 e settembre – novembre 2020), seconda guerra israelo-libanese (2006), guerra in Libia (febbraio-ottobre 2011), guerra civile siriana (2011 – in corso).

L’elenco non è esaustivo e non sono riportati altri importanti conflitti dove è minimale la componente pesante terrestre come ad esempio in Yemen, nel Sahel o in Somalia. Riporta solo alcune di quelle situazioni nelle quali pur impiegando massivamente forze aeree e talvolta navali, è stata fondamentale la componente terrestre con mezzi da combattimento protetti per la fanteria e altri con grande potenza di fuoco come i carri armati.

Ma quelle drammatiche esperienze erano viste come l’ultimo retaggio e rigurgito delle vecchie guerre, considerate comunque limitate ad aree quasi sempre lontanissime dai confini europei e che non ci avrebbero mai visto protagonisti con le nostre Forze armate. Finché non è scoppiata la guerra russo-ucraina.

Ora la domanda che molto spesso viene posta è: ma le nostre Forze armate e in particolare l’Esercito italiano sarebbero pronti ad un conflitto tipo quello che è in corso? La prima risposta che viene da dare è che dubbi del genere dovremmo farceli venire in tempo di pace e non quando la guerra è già in atto. In Italia lo abbiamo fatto? Sì ma parzialmente.

Ciò a causa di un budget dedicato alla Difesa da anni di poco superiore all’un percento del PIL a fronte del 2% che viene indicato dalla NATO come soglia minima per mantenere ad un sufficiente livello di efficienza ed efficacia le Forze armate. Si sono parzialmente salvate la Marina Militare, anche grazie ad un provvedimento ad hoc, la cosiddetta “legge navale” del 2015, e l’Aeronautica Militare che ha nell’ultimo decennio drenato una fetta consistente del bilancio della Difesa per acquisire i più avanzati sistemi attualmente disponibili nel mondo.

Pertanto, senza tener conto dei Carabinieri che in caso di conflitto armato avrebbero un ruolo importante ma quantitativamente marginale, mentre la M.M. ha in linea un pletora di navi quasi tutte moderne (una portaerei che imbarcherà anche quindici modernissimi caccia bombardieri a decollo verticale F35B, una portaeromobili, una portaelicotteri d'assalto anfibio, tre navi anfibie, otto sottomarini dei quali quattro moderni, quattro cacciatorpediniere, una decina di fregate, dieci pattugliatori d’altura e altre navi minori) e l’Aeronautica militare ha in linea un centinaio di caccia intercettori Eurofighter (otto dei quali rischierati in questi giorni in Romania), settantacinque aerei di ultimissima generazione F-35 dei quali quindici a decollo verticale (alcuni già operativi con l’acquisizione dei rimanenti nei prossimi anni), altri cinquanta anziani Tornado, una decina di aerei a pilotaggio remoto, moderni aerei da trasporto e parecchi altri aerei di varia tipologia, l’Esercito è stato da anni relegato al ruolo di Cenerentola.

Gli EuroFighter
Gli EuroFighter

La scelta fatta è stata quella di riservare la maggior parte dei fondi destinati all’investimento, come abbiamo visto, a Marina e Aeronautica mentre l’Esercito ha avuto a disposizione scarse risorse che sono state dedicate a mantenere in efficienza e ammodernare, per altro con grandi difficoltà, tendenzialmente i mezzi utilizzati in operazioni di supporto alla pace (Kosovo, Libano, Iraq, Afghanistan) e sul territorio nazionale (Strade Sicure) e pertanto, riferendoci solo ai principali, solamente quelli leggeri per trasporto truppa come i Lince e i nuovi veicoli ruotati blindati Freccia.

Invece quasi tutta la componente corazzata (carri armati Ariete e veicoli da combattimento e trasporto truppe Dardo) è stata necessariamente messa in stand-by mentre anche l’approvvigionamento delle scorte e delle parti di ricambio si è rivelato sempre più arduo. Nello stesso tempo i mezzi più efficienti e ammodernati, proprio perché utilizzati in maniera continuativa, sono stati soggetti a un’usura precoce.

Il blindato Lince
Il blindato Lince

In sintesi, ci si è trovati in una situazione in cui, a causa della crescente vetustà e inefficienza delle piattaforme corazzate, è aumentato progressivamente il rischio operativo e contestualmente si è ridotta la flessibilità di impiego nel fare fronte a esigenze impreviste come quella attuale.

Dobbiamo qui sottolineare che questa situazione critica negli ultimi dieci anni è stata ininterrottamente messa in risalto dai vertici delle Forze armate. Basta andare a rileggere i verbali delle audizioni dei Capi di Stato Maggiore della Difesa e dell’Esercito presso le Commissioni Difesa del Senato e della Camera. Se prendiamo quella del 7 ottobre del 2015, leggiamo che causa della presenza di piattaforme meno rispondenti alle esigenze degli attuali teatri di operazione e la cui vita tecnica si sarebbe esaurita in un orizzonte temporale variabile tra i 5 e i 10 anni (quindi proprio in questo periodo), l’Esercito avrebbe potuto impiegare nei teatri operativi soltanto una parte di esse, a meno dell’accettazione di maggiori rischi.

Si evidenziava che si trattava di una situazione che sarebbe potuto essere minimizzata soltanto investendo adeguate risorse finanziarie, da focalizzare prioritariamente sul sostegno logistico dei mezzi, nonché sull’acquisizione o ri-acquisizione di alcune capacità. Veniva in particolare messo in evidenza che buona parte delle piattaforme in uso avrebbe esaurito la propria vita tecnica nel decennio successivo e che quindi si rendeva indispensabile prevederne la sostituzione ovvero effettuare un upgrade al fine di prolungarne la disponibilità, la cosiddetta vita operativa. Si evinceva chiaramente che il mancato ammodernamento/sostituzione delle piattaforme che stavano giungendo al termine della loro vita tecnica avrebbe provocato significative ricadute sull’operatività della Forza armata.

Durante quella audizione veniva illustrato l’intervallo di tempo tra la dismissione delle principali piattaforme in uso e l’introduzione teorica di quelle in via di acquisizione per ammodernare le brigate e veniva illustrato il piano di ammodernamento e rinnovamento posto alla base della pianificazione generale dell’Esercito che prevedeva interventi di modernizzazione nell’area manovra (con le sue componenti terza dimensione, meccanizzata/corazzata, media/anfibia e leggera) nell’area ISTAR (Intelligence, Sorveglianza, Acquisizione obiettivo e Ricognizione) e in quella delle forze speciali.

Di prioritaria importanza era poi l’introduzione in servizio dei sistemi individuali da combattimento, che assicurano al personale protezione, precisione di ingaggio e comunicazioni sicure. Tutti i sistemi d’arma dovevano inoltre essere compatibili col programma denominato « Forza NEC» (in sintesi la digitalizzazione), il quale avrebbe rappresentato un valore aggiunto per le forze schierate sul terreno.

Infine ai parlamentari si disse: … con le scarse risorse disponibili si dovrà assicurare la priorità a quelle unità impegnate ”nei teatri operativi a più alto indice di occorrenza (brigate leggere e medie), senza però trascurare la disponibilità in tempi ridotti della componente pesante che, ancorché impiegabile nei cosiddetti «scenari meno probabili», mantiene comunque una minima possibilità di impiego e attualità anche nei moderni teatri di operazione. Si veda la crisi russo-ucraina”.

Correva l’anno 2014 e ci si riferiva alla crisi dell’Ucraina dell’anno precedente che, come noto, è stata prodromica, insieme ad altre cause, della guerra a cui stiamo assistendo in questi drammatici giorni.

Concludendo, oggi di fronte a sfide che continuano ad essere di tipo convenzionale ed essenzialmente terrestri, constatiamo la disponibilità di Forze armate sbilanciate, con l’Esercito che ha urgente bisogno di risorse per assicurare al nostro Paese e in prospettiva all’Europa uno strumento militare che deve necessariamente essere caratterizzato da una forte interoperabilità e integrazione interforze e da un corretto bilanciamento tra le diverse componenti operative delle Forze armate, in linea tra l’altro con quanto era stato indicato nel Libro bianco della Difesa.

Se così non fosse, continueremo a porci con ansia la domanda se siamo pronti, sperando in una risposta che al momento non può che essere solo parzialmente positiva. Si vis pacem para bellum (se vuoi veramente la pace dovresti essere sempre pronto alla guerra).

Riferimento: 

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Generale di Corpo d'Armata dei lagunari Luigi Chiapperini, già pianificatore nel comando Kosovo Force della NATO, comandante dei contingenti nazionali NATO in Kosovo nel 2001 e ONU in Libano nel 2006 e del contingente multinazionale NATO su base Brigata Garibaldi in Afghanistan tra il 2012 e il 2013, attualmente membro del Centro Studi dell’Esercito e autore del libro Il Conflitto in Ucraina (Francesco D’Amato Editore 2022).
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