8 Ottobre 2013
09:44

Dove va l’Egitto del ‘tiro al Fratello Musulmano’

I continui massacri di attivisti e simpatizzanti della Fratellanza Musulmana mostrano il reiterato volto sanguinario delle Forze Armate del Cairo, accanto a limiti ed errori del fronte laico succube e di fatto complice del grave attacco alla libertà.
A cura di Enrico Campofreda

Il ‘tiro al Fratello’ spesso letale (le vittime oscillano fra le mille e le duemila secondo le diverse versioni) è la cruda realtà offerta dalla cronaca egiziana da tre mesi a questa parte. Rappresenta l’inquietante esercizio delle Forze Armate del generale Al Sisi, con piena soddisfazione di tanti laici indubbiamente militaristi e a detta di chi li incrocia quotidianamente un po' “fascisti” nel senso più reazionario, aggressivo, canagliesco, servile che il termine ha acquisito nel percorso storico. La prassi del massacro è nota nel popoloso Paese arabo, compiuta dalle strutture repressive e dai movimenti di rivolta, reali o presunti. La storia della Fratellanza Musulmana è costellata anche di propositi violenti da parte di illustri teorici ma nessun gesto di jihad come quelli praticati nel ’97 a Luxor da Gamal al-Islamiya per colpire l’industria turistica nazionale. La Fratellanza del nuovo Millennio, quella restituita a vita pubblica coi dirigenti liberati dopo lunghe detenzioni non offre – finora – nessun segnale guerrigliero. Prevalgono gli intenti moderati, nella politica che accetta il confronto dell’urna, in economia dove non si parla di sovvertimenti sociali e si sposano a pieno capitalismo statale e di mercato, in ambito confessionale il cui riferimento alla Shari’a quale fonte del diritto non assume i toni esasperati richiesti dal salafismo.

Cartina al tornasole degli ultimi orientamenti della Confraternita era stata la contestatissima Carta Costituzionale che Morsi promulgò con sospetta celerità. Quella Costituzione (poi congelata dai militari) nei confronti della Shari’a non si discostava granché dalla Costituzione voluta da Sadat nel 1971. La sua contestazione, che ha acuito il contrasto fra due blocchi ormai a rischio di guerra civile, era stata preceduta da un aperto boicottaggio della componente laica in ben due Assemblee Costituenti dalle quali avevano ritirato i propri membri. Questo marcato autoisolamento, la volontà di non dialogare con chi rivendica l’identità dell’Islam politico, l’intento di contrapporsi a esso devastandogli le sedi (dal dicembre 2012 gli uffici centrali della Brotherhood a Moqqatam sono stati incendiati svariate volte sotto lo sguardo immobile dei poliziotti) fa parte d’un disegno volto a spaccare la nazione facendola precipitare in un caos peggiore di quello prodotto dalle carenze alimentari per lo stallo economico e il blocco dei finanziamenti esteri. Secondo alcuni osservatori a questo piano, attuato col benestare del grande tutor statunitense, hanno offerto ampio sostegno partiti come quello Costituzionale di ElBaradei e della Dignità di Sabbahi.

Di più: forze della sinistra che animano settori dei Tamarod e partiti come Tagammu con l’iniziativa della raccolta di firme contro Morsi (ne sono state dichiarate 13, poi 18 e addirittura 23 milioni ma nessuno le ha mai verificate) hanno scelto di offrire una veste legittima all’iniziativa illegittima di deporre un presidente votato dalla popolazione un anno prima. Mossa diventata un vero golpe bianco quando Mursi è stato arrestato. Da quel 3 luglio il Paese, già diviso, s’è spaccato. Il Fronte di Salvezza Nazionale, come la triade Moussa-ElBaradei-Sabbahi denominava la componente anti Fratellanza, ha ceduto l’iniziativa politica ai militari che, pur mascherandosi dietro un presidente ad interim (Al Mansour) e un premier (Al Beblawi), dirigono direttamente la nazione tramite un nuovo uomo forte in divisa: Adbul Al Sisi. Lui, oltre a difendere potere personali e di lobby che com'è noto sono amplissimi (con in testa il controllo dei dazi sui transiti di Suez e una grossa fetta di attività turistica, pur da due anni in grave sofferenza), attua una repressione degna dei peggiori Al Hadly e Tantawi, i due leader militari contro cui si scagliava la piazza del sogno di Primavera.

Un ideale non solo irrealizzato, ma scomparso dalla voce delle strade. Perché le componenti sinceramente rivoluzionarie come il "6 Aprile" hanno evidenziato i loro limiti dimostrando da tempo di non poter guidare una massa enorme dalle tante anime. La stessa sinistra, comunista, sindacale, neo nasseriana palesa tutta la sua pochezza rasentando l’impotenza. Continua a versare veleno sull’Islam politico che negli ultimi anni ne ha surclassato la capacità di egemonizzare gli strati più poveri della popolazione, ricevendo consenso fra gli stessi operai e contadini ai quali quella sinistra non prospetta alternative. Di fatto neanche la Fratellanza ne ha offerte, seppure in uno spazio temporale breve, tant’è che conta un calo di adesioni rispetto a due anni or sono. Ma il fantasma di un suo presunto integralismo, agitato dai laici di sinistra assieme all’accusa di “fascismo islamico” per le posizioni di chiusura verso un ruolo emancipato della donna, hanno spalancato la strada a un altro fascismo messo in atto da poliziotti e militari, reazionari e post mubarakiani, baltagheyah e agenti dei Servizi interni e stranieri che attacca gli islamici ma corrode la libertà

Così le strade sono cosparse del sangue di quei cittadini che, islamisti e no, cercavano di riconquistare dignità, inseguire la democrazia che necessita d’incontro e dialogo pur nella diversità, per far crescere una nazione che tutt’oggi ha oltre la metà della sua popolazione al di sotto dei 25 anni. Giovani che sperano in un futuro da vivere in patria, senza allargare la schiera dei migranti legali o clandestini che approdati da noi cambiano il nome da Gamal a Jimmy e nascondono il sentimento.

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