video suggerito
video suggerito

Deroga Usa sul petrolio della Russia, l’economista a Fanpage: “Aiuta Putin, ma Trump è imprevedibile”

La deroga Usa alle sanzioni sul petrolio russo e il rialzo del Brent danno ossigeno alle finanze di Mosca. Ma al Cremlino cresce il nervosismo per l’imprevedibilità di Trump. L’economista Vladislav Inozemtsev avverte: i vantaggi potrebbero essere temporanei e la Russia si prepara a puntare sempre più su forza militare e alleanze asiatiche.
Intervista a Vladislav Inozemtsev
cofondatore del Center for Analysis and Strategy in Europe (CASE).
A cura di Riccardo Amati
0 CONDIVISIONI
Immagine

Da una parte c’è soddisfazione: il barile di Brent a 100 dollari e la sospensione delle sanzioni petrolifere danno sollievo al bilancio dello Stato. Dall’altra, una brutta sensazione: quella che da Donald Trump ci siano da aspettarsi più brutti tiri che altri regali, nel futuro. Ed è questa sensazione che prevale, tra gli umori del Cremlino – dicono sia persone vicine ai vertici del regime, sia influenti commentatori in esilio. Una sensazione netta. Che crea nervosismo. Potrebbe indurre a decisioni sbagliate. Annullare i vantaggi appena incassati.

“Un precedente significativo”

“Ad avere effetti positivi immediati sulle finanze pubbliche è l’allentamento delle sanzioni, più che l’impennata dei prezzi del greggio”, dice a Fanpage.it l’economista russo Vladislav Inozemtsev, cofondatore del Center for Analysis and Strategy in Europe (CASE). “Il petrolio era già stato venduto e stoccato sulle petroliere. Ma era bloccato in mare. Ora può esser tutto consegnato e pagato. E poi se ne potrà vendere altro”.

La deroga degli Stati Uniti è temporanea: trenta giorni. Vale per i carichi già in mare. Riguarda circa 30 petroliere. Si trovano in acque asiatiche. Trasportano 19 milioni di barili di greggio e 310.000 tonnellate di prodotti raffinati. Tutta produzione russa. In gran parte, nafta. Usata per la plastica, e il diesel. Il greggio viaggia su 25 delle navi. La pregiata qualità light Sokol è su quelle che si trovano davanti alla Cina. Il più pesante e meno quotato Urals – perfetto per le raffinerie asiatiche -“Il petrolio in parte era già stato venduto e stoccato sulle petroliere., sulle petroliere nel Mare Arabico.

Perché l’aumento del fatturato petrolifero russo diventi davvero significativo, la deroga dovrebbe essere rinnovata per almeno altri due mesi, calcolano gli analisti. Possibile, se la guerra andrà avanti. Ma anche senza rinnovi, l’allentamento delle sanzioni costituisce “un precedente significativo”, afferma Inozemtsev: “Si è instaurato un meccanismo che in futuro renderà difficile ripristinare sanzioni rigide. Ufficialmente o meno, gli USA saranno più permissivi.

Scala reale servita a Putin

La solita fortuna di Vladimir Putin. Entrate insperate che arrivano proprio mentre i proventi dalla vendita di idrocarburi e quindi l’economia russa, che ne dipende, stavano collassando. A causa delle sanzioni ai colossi energetici Rosneft e Lukoil, e del ricatto a suon di dazi degli USA all’India, da novembre gli acquisti della maggior parte delle raffinerie indiane e cinesi erano fermi. Senza i suoi migliori clienti, la Russia aveva visto scendere l’export di gas e petrolio del 20 per cento. Il fatturato era stato penalizzato anche da un calo dei prezzi. Risultato: in febbraio, il deficit pubblico era già pari al 90 per cento di quello previsto dal governo per l’intero 2026.

“Con la nuova situazione, sarà possibile contenere il disavanzo all’interno delle previsioni”, ritiene Inozemtsev. La manna non è abbondante quanto può sembrare leggendo certi titoli di giornale. Il prezzo del greggio russo è sempre stato più basso di quello del Brent. In febbraio era 41,2 dollari al barile. Adesso, col Brent a 100 dollari il greggio Urals ne costa 75. Vladislav Inozemtsev calcola che le entrate potrebbero così salire dai 400 miliardi di rubli di febbraio (circa 5,2 miliardi di dollari)  a 650 o 700 miliardi (tra 8,4 e 9 miliardi di dollari).  “Così si recupera terreno, e se la situazione permane per almeno tre mesi, si rientra nella previsione di bilancio”. Che metteva in conto per il 2026 un prezzo di 59 dollari al barile. Non si arriverà al pareggio: “Impossibile, anche con prezzi a 100 euro per l’intero anno. Il rosso è troppo profondo”, spiega l’accademico.

Un “nuovo ordine” russo, ma con Trump alla guida

Le entrate recuperate non saranno investite nello sviluppo dell’economia. Nemmeno nell’industria petrolifera. “Quel che si ritroverà in più, Putin lo spenderà parte nella guerra in Ucraina”, sostiene l’accademico. “E in welfare — per garantirsi il sostegno della popolazione”. L’economia russa sembra destinata a rimanere uguale a se stessa. Industria militare a parte, si sfruttano le immense risorse naturali presenti nelle aree più remote del Paese e non si investe per affrancarsi dalla dipendenza da gas e petrolio. Dopo l’invasione dell’Ucraina, “il Cremlino ha una visione sempre più miope e limitata a ciò che è vicino. Non si guarda avanti”. L’orizzonte ridotto della leadership russa inquadra solo la guerra e ciò che serve alla élite per autoconservarsi.

C’è un nervosismo palpabile. Riguarda le mosse dell’amico della Casa Bianca, quella di Washington. Nonostante abbia appena servito a Putin una mano vincente, Trump è sempre meno “controllabile”. Forse l’attacco all’Iran “è un passo verso il nuovo ordine mondiale che la Russia vuole” — come hanno riferito persone vicine alla presidenza russa alla giornalista Farida Rustamova. Ma il nuovo ordine se lo sta facendo Trump per conto suo. Putin è impantanato in una guerra che in quattro anni non lo ha portato da nessuna parte. Prima il Venezuela, ora l’Iran. Alleati di Mosca. Su qualcosa di quanto accaduto potrà anche esserci stato qualche accordo informale con Washington. Ma è solo l’America a uscirne vincente. Ammesso che vinca la guerra con Tehran.

Lo zar ha paura, e spegne internet

La tensione al vertice “porterà il regime a fare errori sempre più gravi, tali da compromettere i vantaggi derivanti dalle maggiori entrate petrolifere”, afferma Inozemtsev. “Il primo sbaglio, lo ha già fatto: disconnettere la rete”. Da una settimana a Mosca la connettività mobile è ridotta al lumicino. Impossible usare le app e navigare appena si è fuori dal raggio di un router. Dal GPS si torna alle carte stradali. C’è chi propone di reinstallare le vecchie cabine telefoniche. Al Cremlino si usano solo telefoni fissi, ha ammesso il portavoce di Putin. “La gente è seccata e se la prende con il governo”, dice a Fanpage.it un moscovita. Racconta che non riesce a trovare un taxi. Yandex e altri servizi digitali per prenotarli sono tornati alle centraline telefoniche. Sempre occupate. “Una situazione da incubo”, è il commento su YouTube di una blogger con 13 milioni di follower. Non aveva mai criticato le autorità. “Manca solo che ci tolgano anche acqua ed elettricità e che ci dicano ‘sedetevi e morite’”, tuona. E conclude “non staremo in silenzio”.

Ufficialmente, il blackout è per contrastare eventuali attacchi di droni ucraini. In realtà, da tempo il regime sta preparando il Paese al sovranismo digitale: alcune app sono già state bandite e sostituite da software di stato. Ma potrebbe esserci una terza ragione, impellente: “Il blocco di internet è stato deciso solo due giorni dopo l’uccisione di Khamenei, individuato nell’immensa Teheran proprio utilizzando l’ecosistema della telefonia mobile e i dispostivi digitali che connettono la città”, nota Inozemtsev. Che il motivo sia questo, è solo un’ipotesi. Ma certo dai tempi delle primavere arabe Putin teme di essere il bersaglio di un attentato e di finire come un Gheddafi qualsiasi. Una vera ossessione, a giudicare da quanto detto pubblicamente dal leader russo e da quanto raccontato da più fonti che lo hanno frequentato.

La ricetta di Trenin

La più forte indicazione di inquietudine nei confronti di Trump arriva da una delle più influenti voci della politica estera russa: Dmitry Trenin. Ex colonnello del GRU, il servizio segreto militare, politologo, a lungo a capo del think tank Carnegie a Mosca, oggi è il direttore accademico dell’Istituto di economia e strategia militare mondiale all’università HSE. Non è solo un “consigliere” di Putin. È qualcosa di più. “Nessun accordo serio tra Washington e Mosca sarà possibile sotto Trump”, scrive oggi su Profil. “Trump ha tradito il suo credo. Addio MAGA. Trump — scrive — è “padrone della sua parola”. Cioè: la sua parola non vale”. Il vertice di Anchorage? Un picco isolato. “Le sanzioni aumenteranno”.

Se, come è successo in passato, Trenin interpreta e diffonde il pensiero strategico russo, questa è la ricetta: niente più controllo degli armamenti con Washington; nuova deterrenza insieme a  Cina, India, Pakistan, Corea del Nord. Economia rivolta solo al mondo non occidentale. Anche la non proliferazione, scrive, è morta. La guerra in Iran è una lezione: “solo l’arma nucleare ti protegge dagli Stati Uniti”. La sicurezza russa “dipende da una cosa sola: la forza militare”. Non è un commento. È un bollettino del Cremlino. E dice che Mosca si arma. Anche contro gli USA. Alla faccia dell’ultimo regalo “petrolifero” di Trump.

0 CONDIVISIONI
autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views