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Chi sta vincendo la guerra in Iran: “Successi di Israele, costi alti per USA, Teheran punta a logoramento”

A 12 giorni dallo scoppio della guerra in Iran un primo bilancio con Giuseppe Dentice, analista Osmed: Israele ottiene successi tattici importanti, per gli USA costi insostenibili sul lungo periodo. E l’Iran punta sul logoramento dei nemici colpendo obiettivi strategici nel Golfo e infrastrutture energetiche.
Intervista a Giuseppe Dentice
Analista esperto di Medio Oriente dell'Osservatorio sul Mediterraneo (Osmed) dell'Istituto di Studi Politici "San Pio V"
A cura di Davide Falcioni
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Novecento milioni di dollari al giorno. È questo il prezzo vertiginoso che l’amministrazione Trump starebbe pagando per sostenere l’offensiva contro l’Iran, un salasso che in soli dieci giorni ha già bruciato nove miliardi di dollari. Mentre la Casa Bianca oscilla tra la retorica della forza e il terrore di un tracollo economico che potrebbe alienare l’elettorato isolazionista, Israele consegue dei successi tattici e Teheran risponde con l'arma più efficace che gli è rimasta: il logoramento globale.

Le minacce di chiusura allo Stretto di Hormuz e il rincaro dei prezzi energetici non sono solo manovre difensive, ma il tentativo di rendere la guerra insostenibile per l'Occidente. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Dentice, analista dell'Osservatorio sul Mediterraneo (Osmed) dell'Istituto di Studi Politici "San Pio V", chiedendogli di tracciare un bilancio di questa prima fase del conflitto. Ne emerge il ritratto di un’America in difficoltà strutturale, costretta a inseguire la strategia espansionista di Israele, sempre più intenzionata a dare nuove slancio alle sue mire coloniali non solo a Gaza e in Cisgiordania, ma anche nel sud del Libano e in Siria.

Dottor Dentice, siamo a 11 giorni dall’inizio del conflitto in Iran. Se dovessimo tracciare un bilancio oggi, chi sta vincendo questa guerra?

È molto difficile rispondere a questa domanda. Se guardiamo puramente al piano militare, siamo in una fase in cui è impossibile dichiarare un vincitore netto. L’Iran non sta perdendo, se per "perdere" intendiamo il collasso istituzionale: finché il regime resta in piedi e l’ossatura dello Stato tiene, la Repubblica Islamica può rivendicare la propria sopravvivenza come una forma di vittoria. Tuttavia, il prezzo pagato è spaventoso. Teheran ha subito colpi che definire durissimi è riduttivo: la perdita della Guida Suprema e la decapitazione dei vertici politici e militari hanno gettato il Paese in uno stato di profonda difficoltà. Dall'altra parte, Israele sta ottenendo successi tattici importanti, ma non può dichiarare una vittoria politica finché il regime iraniano rimane una minaccia attiva. Qualsiasi esito che permetta alla struttura di potere di Teheran di rigenerarsi non sarà mai – per Tel Aviv – una vera vittoria.

E gli Stati Uniti?

Anche gli USA di Trump sono in difficoltà: l’idea di dover chiedere aiuto agli ucraini per abbattere i droni Shahed iraniani ci dice che la macchina bellica americana ha dei seri problemi strutturali.

I funerali delle studentesse uccise da un missile americano a Minab, nel sud dell’Iran
I funerali delle studentesse uccise da un missile americano a Minab, nel sud dell’Iran

Nonostante questa incertezza militare, sembra che Israele stia approfittando del conflitto per ridisegnare completamente i rapporti di forza regionali. È così?

È esattamente quello che sta accadendo. Israele sta utilizzando questa campagna militare per definire una nuova supremazia regionale, ponendosi come l'unico vero egemone capace di proiettare forza in ogni angolo del Medio Oriente. C’è un superamento fattuale della logica degli Accordi di Abramo: quella narrazione si basava su una sorta di normalizzazione tra pari o quasi pari, orientata alla stabilità commerciale e alla sicurezza condivisa contro un nemico comune. Oggi, Israele sta andando oltre: non cerca più partner, ma sudditi o attori che accettino la sua superiorità indiscussa. La guerra è diventata lo strumento per ridefinire i rapporti di potenza non in una visione di parità, ma di dominio.

 Spostiamoci sul fronte libanese. Le notizie che arrivano dal sud del Paese descrivono una situazione drammatica. C’è chi parla apertamente di un progetto coloniale israeliano che si estende oltre Gaza e la Cisgiordania. Qual è la sua analisi su questo punto?

Il Libano meridionale è diventato l'ultimo capitolo di una strategia che abbiamo già visto all'opera. Gaza e la Cisgiordania sono stati i cosiddetti "testing ground", i terreni di prova dove Israele ha perfezionato tecniche di controllo territoriale e di espulsione che ora sembrano applicabili altrove. L’obiettivo minimo è una buffer zone (zona cuscinetto) fino al fiume Litani, ma c’è il rischio concreto che le ambizioni siano molto più ampie. La narrazione delle ali ultra-radicali del sionismo, che oggi hanno un peso politico senza precedenti nel governo, punta all'incorporazione di territori per espandere fisicamente lo Stato. Non parliamo solo di sicurezza, ma di presenza politica, geografica e coloniale. Questo progetto potrebbe estendersi anche alla Siria meridionale, con l’incorporazione definitiva del Golan e potenzialmente di parte della regione di Suwayda. L’idea è creare una fascia di sicurezza abitata e difesa che renda Israele inattaccabile, ma al costo di una violazione sistematica della sovranità altrui.

Per l'Iran il discorso è diverso: l'occupazione fisica è impossibile data l'estensione del territorio, ma l'obiettivo lì è il regime change. Il fatto che Israele sponsorizzi apertamente figure come il nipote dello Scià ci dice che l'intenzione è trasformare l'Iran in un Paese satellite, o quantomeno in un attore non ostile.

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In tutto questo, gli Stati Uniti di Donald Trump sembrano muoversi in modo schizofrenico. Qualche giorno fa Trump ha dichiarato di poter combattere "all'infinito", poi ieri ha parlato di una "guerra breve". Cosa sta succedendo a Washington? 

Il problema è principalmente economico. Nessuno, nemmeno la superpotenza americana, può permettersi una guerra eterna a questi ritmi. Stime concrete parlano di costi che si aggirano sui 900 milioni di dollari giornalieri. In dieci giorni hanno già bruciato 9 miliardi di dollari. È una cifra mostruosa che mette a dura prova le casse americane, che ricordiamo essere il principale polmone finanziario e militare di Israele. Trump è intrappolato nella sua stessa retorica. Da un lato c'è l'esigenza di sostenere l'alleato israeliano per mantenere la credibilità internazionale, dall'altro c'è il suo elettorato MAGA, profondamente isolazionista. Per la sua base, le "guerre infinite" sono un tabù assoluto. Non per pacifismo, intendiamoci, ma per un totale disinteresse verso i "massimi sistemi" globali in favore del pragmatismo interno. Invece Trump ha già bombardato nove Paesi in un anno, ha sostenuto un tentativo di colpo di Stato in Venezuela e si trova impantanato a Gaza e ora in Iran. Con le elezioni di metà mandato (midterms) in autunno, questa guerra rischia di diventare un boomerang elettorale letale.

Se i costi sono il tallone d'Achille dell'Occidente e di Israele, l'Iran potrebbe puntare proprio su questo. Possiamo aspettarci una strategia di logoramento sul lungo periodo, magari attraverso la guerra ibrida?

È esattamente quello che Teheran sta già facendo. L’Iran ha capito che non può vincere uno scontro frontale simmetrico contro la tecnologia israeliana e il supporto americano, quindi punta tutto sulla fluidità dello scenario. La strategia è il logoramento dei vicini e dell'economia globale. Bloccare o minacciare lo Stretto di Hormuz, colpire le infrastrutture energetiche, provocare picchi vertiginosi nei prezzi di petrolio e gas: sono tutte armi economiche che servono a rendere il conflitto insostenibile per le opinioni pubbliche occidentali. L’obiettivo è creare un’ondata di impopolarità politica che costringa Washington a frenare Netanyahu. Tuttavia, è una strategia a doppio taglio. L'Iran si sta alienando completamente la regione e il mondo occidentale. Se anche il regime dovesse sopravvivere a questa guerra di attrito, si ritroverebbe in un isolamento diplomatico e commerciale quasi totale.

Per gli USA il costo della guerra in Iran si aggira sui 900 milioni di dollari al giorno
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In quest’ottica di isolamento, quanto può contare l’Iran sull’appoggio reale di giganti come Russia e Cina? 

La parola chiave qui è opportunismo. La Cina ha un bisogno disperato di stabilità energetica per alimentare la sua mastodontica macchina industriale. Se l'Iran dovesse bloccare Hormuz in modo permanente, Pechino sarebbe la prima a pagarne il prezzo in termini di approvvigionamento, nonostante le riserve strategiche. I cinesi sosterranno Teheran finché questo servirà a indebolire l’egemonia americana, ma non sacrificheranno la propria economia per salvare il regime degli Ayatollah. La Russia, dal canto suo, gioca una partita ancora più ambigua. Mosca utilizza il Medio Oriente come un teatro per distrarre l'Occidente e recuperare credibilità politica, ma i russi non fanno nulla che non garantisca loro un vantaggio immediato e tangibile. C’è una cooperazione militare, certo, ma è molto difficile immaginare che Mosca o Pechino scendano in campo in modo indefesso per un partner che considerano utile ma sacrificabile. È un'alleanza tattica, non un patto di sangue.

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