
Suona beffardo, che mentre il presidente ungherese Victor Orban ammetteva la sua sconfitta contro Peter Magyar dopo un regno ininterrotto di più di quindici anni, Donald Trump annunciava la fine della trattativa con l’Iran e un blocco navale di tutti i porti iraniani contro la chiusura dello stretto di Hormuz, cioè borse a picco, benzina alle stelle, inflazione e disoccupazione.
Perché si ok, l’economia ungherese è un disastro, la riforma della giustizia in Italia era quel che era, e probabilmente pure i candidati conservatori in Canada e Australia non erano granché.
Però c’è un dato che comincia a diventare statistica, da qualche mese a queste parte: chi sta con Trump, chi l’ha sostenuto, chi ha cercato di brillare della sua luce riflessa, o ha sperato di poter godere dello status di partner privilegiato del sovrano americano, oggi paga un prezzo politico salatissimo.
Non è una questione di portare sfortuna, intendiamoci. Parliamo proprio di una chiaro segnale politico, che gli elettori di mezzo mondo stanno dando alle destre: se state con Trump – forse sarebbe meglio dire con Trump e Netanyahu – scordatevi pure il nostro voto.
Ieri è accaduto in Ungheria, con la sconfitta di Victor Orban, l’autocrate che sembrava invincibile. Qualche settimana fa a Giorgia Meloni, la cui riforma costituzionale è stata respinta da 15 milioni di elettori. E se andiamo a vedere i sondaggi, le destre segnano il passo quasi ovunque, nei grandi Paesi Occidentali – dalla Spagna al Regno Unito – se non dove – come in Francia e Germania – avevano apertamente criticato il presidente americano: l’aveva fatto Marine Le Pen già dopo la defenestrazione di Maduro in Venezuela, l’ha fatto Alternative far Deutschland dopo l’attacco americano-israeliano in Iran.
Non vogliamo addentrarci in analisi sociologiche un tanto al chilo, ma è come se la paura con cui le destre avevano educato gli elettorati di mezzo mondo si sia rivolta contro il capo dei suoi stregoni, e con i suoi fedeli apprendisti.
Il problema, per le destre Occidentali, è che oggi non fa più paura lo straniero, il diverso, l’ideologia woke, il centro sociale o il rave party. Meglio: magari lo fanno ancora. Ma fanno più paura le guerre, i dazi, le crisi economiche globali. Perché oggi è questo, banalmente, che minaccia la fine di quella inerte normalità cui le stanche e vecchie società occidentali sono aggrappate con le unghie e coi denti. Quella stessa normalità che le destre hanno offerto come merce politica negli ultimi decenni, illudendo le persone che con loro al governo si poteva tornare indietro, in un mondo tranquillo e felice di nazioni sovrane, purezza etnica e ricchezza per tutti che non è mai esistito.
Trump ha rotto l’incantesimo, mostrando l’agenda della destra e dei nazionalisti per quel che è: un mondo in cui il pesce più grande mangia il pesce più piccolo. E in cui lo Stato agisce sostenendo semprec chi è più grande e forte, siano essere aziende triliardarie, oligarchi con la passione per l’insider trading, regimi che ambiscono a fare strame dei propri nemici. Sulla pelle di quei deboli, ultimi e penultimi, che avevano riposto tutta la loro fiducia negli uomini e nelle donne forti di quella stessa destra .
Questo non vuol dire che il mondo sta aprendo gli occhi, né tantomeno che una stagione progressista sia alle porte. Vuol dire, banalmente, che oggi Trump e i suoi alleati fanno più paura di chiunque altro. Per la speranza, purtroppo, bisognerà aspettare ancora un po’.