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Chi ha vinto le elezioni in Catalogna e cosa succederà adesso al governo spagnolo di Pedro Sanchez

I socialisti vincono le elezioni in Catalogna con Salvador Illa. Dopo 13 anni gli indipendentisti sono in minoranza: cosa succede adesso e cosa rappresentano questi risultati per tutta la Spagna.
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Pedro Sanchez e Salvador Illa.
Pedro Sanchez e Salvador Illa.

Nella difficile convivenza tra blocchi ideologici che regola la dialettica politica spagnola, le elezioni di una qualunque Comunità autonoma in Spagna hanno sempre un valore che trascende i confini regionali, riverberandosi sul quadro più generale. Nel caso di elezioni catalane, gli effetti sono moltiplicati dalla presenza di soggetti politici di origine locale, protagonisti
del cosiddetto procés, culminato nell’autunno 2017 con il referendum dell’1 di ottobre e la dichiarazione unilaterale di indipendenza e che oggi risultano determinanti nel garantire la maggioranza parlamentare al governo spagnolo di Pedro Sánchez.

Le elezioni celebrate in Catalogna in questa domenica di maggio offrono una lettura chiara dei risultati: il trionfo del partito socialista e la fine della maggioranza indipendentista dopo un
decennio di egemonia. Ma lasciano aperto uno scenario incerto dalle conseguenze imprevedibili sul futuro della legislatura spagnola.

La vittoria del Psc di Salvador Illa è per la prima volta in voti e seggi, ben 42 rispetto ai 33 di cui disponeva. Carles Puigdemont, ex presidente della Generalitat in esilio dall’autunno 2017, vince la propria battaglia personale nei confronti di Esquerra Republicana di Oriol Junqueras, condannato a 13 anni di prigione per la celebrazione del referendum d’indipendenza e indultato dal governo spagnolo dopo averne trascorsi quasi quattro dietro le sbarre. Ma il suo partito, Junts per Catalunya, pur crescendo a 35 seggi, non riesce a contrastare l’emorragia di voti degli altri partiti indipendentisti né recuperandoli né riportando al voto parte dell’elettorato indipendentista rimasto a casa anche in questa occasione.

Salvador Illa.
Salvador Illa.

La sconfitta di Esquerra, che perde 13 seggi conservandone 20, è durissima; la Cup più che dimezza la sua rappresentanza salvando appena quattro seggi: nel complesso, l’indipendentismo perde 900mila voti rispetto al 2017 e si ferma a nove seggi dalla maggioranza assoluta.

È certo che, nonostante le stranezze della campagna elettorale ancora derivate dal procés che ha visto Puigdemont in Francia e Junqueras inabilitato a candidarsi, queste elezioni aprono in Catalogna una fase nuova. I socialisti, trainati anche dal carisma di Sánchez, si confermano come il grande partito di centro-sinistra, solido e rassicurante su cui converge la gran parte del voto progressista, riducendo lo spazio alla sua sinistra. Come dimostra il risultato non positivo dei Comuns, la marca catalana di Sumar, socio di minoranza nel governo spagnolo, che si
fermano a sei seggi, perdendone due.

Il Partido Popular con 15 deputati recupera parte del voto di Ciutadans, prima forza politica nel 2017 e ora rimasta fuori del parlamento. Vox mantiene i suoi 11 seggi, mentre entrano due rappresentanti di Aliança Catalana, una nuova formazione indipendentista di estrema destra.

Pedro Sanchez e Salvador Illa.
Pedro Sanchez e Salvador Illa.

Il giorno dopo, cominciano a disegnarsi gli scenari possibili, appena abbozzati nella notte elettorale a voto scrutinato. La maggioranza assoluta parlamentare si colloca a 68 scranni, da un punto di vista numerico si tratta di un traguardo raggiunto solo da un tripartito di sinistra formato da Psc, Esquerra e Comuns. Un’ipotesi che nascerebbe segnata dalla debolezza elettorale dei partner dei socialisti, ma che soprattutto sembrerebbe esclusa da Esquerra che ha già detto di volersi collocare dove lo “hanno messo gli elettori”, ossia all’opposizione. Questo non escluderebbe, però, l’opzione di un governo di minoranza a guida socialista, con l’astensione dei repubblicani.

Vi è poi un altro scenario che la matematica farebbe possibile, ma difficilmente la politica, quello di una cosiddetta “sociovergència”, ossia di un governo tra socialisti e Junts, partito quest’ultimo erede dell’antica Convergència, la destra democratica catalana. Da Junts però arriva un’altra proposta ed è Puigdemont ad avanzarla, con l’ambizione di chi ha assicurato che sarebbe tornato in Catalogna per essere investito president. Quella di una maggioranza di “chiara obbedienza catalana” guidata da Junts, formata dai partiti indipendentisti e approvata con l’astensione dei socialisti.

Perciò, in questo momento, sia Illa che Puigdemont si candidano a presiedere la Generalitat ed Esquerra ha la chiave della governabilità. Pere Aragonès, che ha fin qui guidato il primo governo repubblicano in democrazia, si ritira dalla prima linea della politica. E ora si apre una situazione difficile all’interno di Esquerra Republicana, per la successione alla guida e per il suo rilancio. Nell’indipendentismo si affievolisce la componente progressista ed è presente il rischio del riemergere di alcuni comportamenti propri di quello che fu per decenni il partito della buona borghesia catalana, com’era Convergència. Sullo sfondo, lo spettro di una ripetizione elettorale in Catalogna e l’instabilità della legislatura spagnola.

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Perché da Madrid si insiste col dire che il governo catalano si decide in Catalogna. Ma è evidente che la candidatura di Puigdemont a presidente della Generalitat è proposta nell’ottica di uno scambio politico con il Psoe, che non può prescindere dai voti di Junts per mantenersi alla guida del governo spagnolo. D’altra parte, per la fine di maggio, è attesa nel congresso dei deputati l’ultima votazione per approvare la legge sull’amnistia per i leader del procés, per cui è in primo luogo interesse degli indipendentisti che il provvedimento concluda positivamente il suo
iter parlamentare.

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