Atlete indiane tentano il suicidio, una muore. In un biglietto le ragioni del gesto

Quattro giovani atlete indiane di sport acquatici hanno tentato di suicidarsi insieme mangiando i frutti avvelenati del cosiddetto “albero dei suicidi”, una pianta che cresce quasi solo nel Kerala e in Sri Lanka. Una di loro è morta, le altre tre sono state ricoverate in ospedale in condizioni gravissime. È accaduto in India, nel Kerala, e si tratta di una tragedia dai contorni ancora oscuri. Da quanto è emerso le quattro giovani, prima di provare a togliersi la vita, hanno lasciato un biglietto d’addio nel quale avrebbero parlato di non chiarite molestie e pressioni da parte di un allenatore. Le ragazze sono state trovate in stato d’incoscienza nella loro camera di un ostello dell'Authority degli Sport dell'India (Sai) dove erano alloggiate ad Alappuzha, località a 130 chilometri dalla capitale dello Stato, Trivandrum. Secondo il sovrintendente della polizia del distretto di Alappuzha, Suresh Kumar, il biglietto d’addio firmato dalle giovani non parlava di molestie ma di un “piccolo errore commesso dalle ragazze, per cui erano state ammonite”.
La versione del Centro Sportivo e le accuse dei familiari di una ragazza – Secondo il personale del Centro di addestramento, le giovani atlete sarebbero state rimproverate dall’allenatore che le avrebbe sorprese mentre consumavano alcolici. I familiari della ragazzina che ha perso la vita alla tv Ndtv hanno denunciato, però, che le giovani non erano in grado di sopportare le torture fisiche e mentali dei loro allenatori. Gli stessi familiari hanno raccontato che la ragazza era stata colpita alla schiena con un remo nei giorni precedenti. Accuse respinte dal Centro Sportivo che ha assicurato che se dovessero emergere mancanze da parte loro o eventuali colpevoli prenderanno seri provvedimenti. Il direttore Srinivas non ha però rilasciato alcuna dichiarazione circa le voci di una probabile inchiesta, ribadendo che “la priorità ora è di salvare le tre ragazze ancora in vita, sebbene non esista alcun antidoto per il veleno assunto”.