Torna eleggibile Luiz Inacio Lula da Silva in Brasile per le presidenziali del 2022. Il giudice della Corte suprema Edson Fachin ha annullato tutte le condanne inflitte all'ex presidente dal pool di magistrati di Curitiba per l'inchiesta Lava Jato, in italiano "autolavaggio". Si tratta dell'equivalente di Tangentopoli in Brasile, uno degli affari giudiziari più grandi del Paese. Tutte le sentenze sono stati dichiarate nulle secondo una nota della Corte suprema.

La decisione del giudice supremo non dovrà essere ratificata in sessione plenaria. La procura di Curitiba, coinvolta nell'inchiesta, farà ricorso, ma nel frattempo Lula, 75enne, potrà tornare eleggibile per le prossime elezioni. L'uomo si era sempre dichiarato innocente e parte di una persecuzione politica da parte del pool di magistrati. La Corte suprema aveva concesso alla difesa di Lula di accedere ai messaggi tra Curitiba e Moro, l'ex giudice che ha condannato Lula e che poi è diventato ministro della giustizia del governo Bolsonaro. Il sospetto della difesa, dopo un'inchiesta del 2019 che aveva portato all'hackeraggio dei telefoni e degli account Telegram dell'ormai ministro della giustizia e di altri esponenti del pool che indagava sulla Tangentopoli brasiliana, è che l'uomo possa essere "vittima di un complotto per renderlo incandidabile".

Un sondaggio politico nel frattempo fa sapere che Lula alle elezioni del 2022 riuscirebbe ad ottenere un 44% delle preferenze, mentre Bolsonaro si fermerebbe a un 38%. Il 56% degli elettori si è espresso contro la candidatura dell'attuale presidente. E proprio Jair Bolsonaro ha aspramente criticato il giudice federale Fachin che ha annullato le condanne. "Ha mantenuto saldi legami con il Partito dei lavoratori – ha detto i presidente riferendosi al partito di Lula -. Un giudice da solo non avrebbe dovuto prendere una decisione del genere. Il paese soffrirà per questo".

La Tangentopoli brasiliana

L'inizio delle indagini per Lava Jato si devono al faccendiere Alberto Youssef che ha svelato alle forze dell'ordine un meccanismo di corruzione basato su tangenti e reciproci favori tra la compagnia statale petrolifera Petrobaras e i governi di Dilma Rousseff e Luizi Inacio Lula da Silva. Secondo l'accusa, negli anni precedenti al 2014 i dirigenti di Petrobaras avrebbero pagato delle somme di denaro a membri del governo per ottenere la vittoria di appalti rilevanti nel paese. L'operazione, neanche ha dirlo, ha avuto ovvi risvolti politici. Il giudice che presiedeva l'inchiesta, Sergio Moro, divenne beniamino dell'opposizione politica e successivamente suo esponente, mentre le accuse contro Lula e Rousseff divennero concrete nel 2017 dopo che il Pt era al governo dal 2002. L'ex presidente Lula nel 2017  si presentò alla sbarra degli imputati con l'accusa di corruzione. Il leader fu condannato a nove anni di carcere.

La sentenza destò diverse critiche nel mondo della politica: Lula passò da favorito dai sondaggi per le elezioni del 2018 a perdente nei confronti dell'ex militare Jair Bolsonaro con l'estrema destra. Secondo la sinistra brasiliana, questo fu un segnale della politicizzazione del processo. Sospetti che furono però messi a tacere nel corso del tempo, salvo poi tornare alla ribalta nel 2019 con il ritrovamento di conversazioni private avute nel 2016 e 2017 pubblicate dalla The Intercept Brasil: nelle chat Sergio Moro e i sostituti procuratori di lava jato, il giudice ora ministro chiedeva insistentemente ai colleghi di concentrarsi sulle accuse a Lula. La pubblicazione dei messaggi aveva scatenato le proteste di Moro, diventato nel frattempo ministro della Giustizia per Bolsonaro.