Felix, così si firma uno dei disegnatori di Charlie Hebdo ha pubblicato alla pagina 16 del noto settimanale di satira francese in edicola questa settimana una vignetta che sta facendo – e non poteva essere diversamente – molto reagire.

Si tratta di due persone imbrattate di sangue scampate al terremoto e accanto una montagna di cadaveri sotto le macerie. Ciascuno è indicato con il nome di pastasciutta: penne al pomodoro, penne gratinate, mentre la catasta di  morti sono “lasagne”. Il titolo: “Séisme à l'Italienne” ovvero “terremoto all'Italiana”.

Quindi l'Italia, identificata come il paese della pastasciutta, ha molti morti quando c'è un terremoto. E qui finisce il messaggio “satirico”. Chi volesse attribuire altre interpretazioni a questa evidenza di primo e unico grado, non ne troverebbe. Sarebbe una sua proiezione personale, sempre lecita, ma non è certo il senso della vignetta. Che non deve essere spiegata perché è un'evidenza. Non c'è intelligenza, cultura, guizzo. Si tratta dunque di un disegno (mirabilmente eseguito) ma dai contenuti talmente basic che lo escludono dalla sfera di satira e lo posizionano nello sberleffo. Sarebbe stato come se in Italia si fosse fatto un disegno con una montagna di baguette e cadaveri l'indomani del massacro terrorista sulla Promenade des Anglais. E questo non perché non si possa fare satira con le tragedie.

Diversa e veramente corrosiva fu la vignetta di Vauro, all'epoca. Una frenata di sangue, con il segno di pneumatici sulla scritta “Liberté, Egalité, fraternité”. Che ha ben altri significati di un piatto di pastasciutta. Era una rappresentazione piena di interrogativi e di profondità diversa, che includeva i valori fondanti della République tradita a sangue da chi era cresciuto al suo interno, accolto grazie a quei valori o escluso proprio da quei valori. Le vie di lettura erano diverse, come deve essere. Tuttavia, venne considerata da molti estremamente offensiva e suscitò non poche polemiche. La satira non deve necessariamente far ridere. Anzi. Può far ridere, ma non è certo il suo scopo. Se ci si attiene al suo etimo, dal greco “sarkazein” cioè “strappare, mordere la carne” siamo ben oltre il piacere grasso della risata. E se ci si attiene alla sua tradizione, dovrebbe innanzitutto prendersela con il potere, ribaltare i luoghi comuni anziché confermarli, cogliere quello che altri non vedono, prendersela con le ottusità, i difetti e i limiti endemici di un paese e così via. Serve a pensare.

E' dunque  solo un' ottima occasione mancata dal disegnatore Felix di Charlie Hebdo, dove però non sono nuovi per i loro disegni grossolani, spesso limitati, grondanti stereotipi, tutti spesso rigorosamente mantenuti al primo grado. Senza nessun altro significato che non quello che si vede.

Chez Charlie, se si parla di una musulmana, avrà il velo o il burqa. Un po' Settimana Enigmistica insomma. E del resto la copertina del giornale in edicola questa settimana era sui burkini “Sacchi di patate che mettono d'accordo la sinistra”. Mai però una sola vignetta su di un emiro per esempio, o di un politico europeo che negozia con lui. O del Paris Saint Germain che appartiene al Qatar, o dello shopping costante che fanno i wahabiti in Europa, e dei legami col terrorismo. Mai insomma un bersaglio forte, colto, profondo, crudo e crudele. Solo luoghi comuni e pernacchie. Ben vengano sempre. Ma allora non si deve scambiare una pernacchia  con la satira.

E' ovvio allora che un italiano sarà uguale alla pastasciutta, che fa tanto bella vita, sole e mandolino e guarda ora come ci restano male les Italiens finiti a strati come un piatto di lasagne, sommersi dalle macerie.  Ben altro sarebbe stato, ma ci volevano appunto cultura, raffinatezza, e informazione prendersela con il potere, o con chi ha lucrato su costruzioni senza criterio.E mai come in questo caso appare evidente che chi sa disegnare molto bene, anche con dei tratti sicuramente ottimi per la satira, non è detto che sappia per forza anche pensare o sia per forza intelligente.

Ci siamo mobilitati in massa per loro con un "Je suis Charlie" mondiale. Cosa conteneva quello slogan? Cordoglio, solidarietà, fratellanza, comunione e sicuramente anche la riaffermazione di un principio che deve rimanere inviolabile: quello della libertà di espressione. Ma loro per primi, sono davvero così liberi? Uno dei loro disegnatori storici Maurice Sinet, che si firmava Siné, scomparso nel maggio scorso, venne licenziato dall'allora direttore di Charlie, Val, per una vignetta, davvero innocua sul figlio di Sarkozy che si convertiva all'ebraismo, dovendo sposare la figlia dei Daty, dinastia di ricchissimi imprenditori ebrei.

Trascinato in tribunale per antisemitismo e incitazione all' “odio razziale” dalla Licra (associazione di lotta all'antisemetismo) i giudici lo hanno assolto ritenendo che avesse  esercitato il suo diritto di satira. Nel novembre del 2010 il tribunale di Parigi condannò  però Charlie Hebdo per pregiudizio morale e finanziario nei confronti del loro disegnatore Siné. L'editore venne condannato a versare 40 000 euro di risarcimento danni. Charlie Hebdo fece allora appello: nel 2012 la Corte d'Appello ha confermato la condanna al settimanale di satira (libera?) a 90 000 euro di danni nei confronti di Siné. In seguito a queste traversie Siné fondò il mensile “Siné sans Hebdo”. Sia chiaro: la liberà  di esprimersi deve rimanere integra, e qualsiasi forma di violenza più che mai bandita. Nostra è la libertà di distinguere e riflettere sulla libertà. Se lo facesse anche chi vuole fare satira, sarebbe un buon punto di partenza.