Un sistema di welfare equo ha l’obiettivo di assicurare una corretta redistribuzione verso le categorie più fragili. Le raccomandazioni della Commissione Europea relative agli interventi necessari per correggere le falle del Reddito di Cittadinanza (RdC) affermano che “si potrebbe migliorarne la diffusione tra i gruppi più vulnerabili”, la sintesi perfetta di ciò che va tenuto a mente quando si fanno proposte per migliorare il sistema di welfare italiano, messo ulteriormente in questione a causa dalla crisi sanitario-economica da Covid-19. Il Recovery Fund è un’opportunità da non sprecare per correggere le nostre politiche contro la povertà. Vediamo perché.

Il Reddito di Cittadinanza 

L’incidenza della povertà assoluta – lo stato in cui si trova chi non ha accesso alle risorse fondamentali per il sostentamento – a livello familiare, analizzata per numero di componenti, rivela come le famiglie più numerose siano diventate nel corso del tempo progressivamente più povere. Tuttavia, il RdC non le raggiunge in maniera incisiva a causa dei requisiti di accesso, o a causa del fatto che il sostegno al canone d’affitto non sia proporzionale al numero di componenti della famiglia richiedente. Inoltre, le scale di equivalenza, ossia i coefficienti che convertono l’ammontare da corrispondere a famiglie che contano più di un componente, sono poco generose, favorendo al contrario i single: in rapporto al reddito pro capite, l’importo erogato ai single in Italia è al sesto posto tra i paesi Ocse. Per risolvere questo problema, il primo passo da compiere è utilizzare le scale di equivalenza dell’Isee, i cui coefficienti sono più elevati di quelli del RdC. Inoltre, sarebbe ragionevole abbassare l’ammontare erogato ai single fino alla media Ocse, vale a dire erogando un beneficio massimo pari a 400 euro e un sostegno all’affitto pari a 230 euro. Infine, una proposta di buon senso sarebbe quella di abbassare i requisiti di cittadinanza: per ricevere il RdC sono richiesti dieci anni di residenza in Italia, e ciò significa emarginare un segmento di popolazione ad alta incidenza di povertà assoluta, soprattutto al Sud e tra individui disoccupati o inattivi. In questo senso, un passo avanti è stato fatto con il Reddito di Emergenza (Rem), che richiede solo la residenza in Italia al momento della presentazione della domanda.

 

La povertà abitativa

Una tematica da affrontare in maniera radicale è invece la povertà abitativa: i nuclei familiari con più alta incidenza di povertà assoluta sono quelli che vivono in affitto nella propria abitazione. Una possibile soluzione è rimuovere la componente di supporto all’affitto dal RdC, spostando le risorse verso il già esistente Fondo Sociale per l’Affitto, destinato a sostenere individui e famiglie con difficoltà a pagare il canone. Il RdC è infatti incapace di distinguere tra i vari contratti di locazione, e non diversifica l’ammontare erogato a seconda del numero di componenti del nucleo familiare, dell’area geografica o del tipo di comune di residenza: a parità di risorse disponibili un canone di locazione troppo oneroso può paradossalmente determinare l’esclusione delle famiglie più numerose dalla platea dei beneficiari del RdC. Al contempo, negli anni, l’ammontare disposto dai vari governi per il Fondo è diminuito vertiginosamente, mentre le richieste da parte dei cittadini sono aumentate. La soluzione sarebbe dunque quella di un impegno economico più consistente, attingendo ai fondi attualmente impiegati nel contrasto al disagio abitativo tramite il RdC.

Il Reddito di Emergenza

Per certi versi il Reddito di Emergenza (Rem), istituito per far fronte alla crisi attuale, ha colmato alcune delle lacune del RdC, mirando esplicitamente alle categorie “dimenticate” da quest’ultimo. Tuttavia, sarebbe ancora necessario intervenire su tre dimensioni: copertura, accessibilità e adeguatezza. Sulla copertura, il vero punto critico è la mancanza di attenzioni specifiche per i grandi esclusi delle politiche emergenziali degli ultimi mesi, i lavoratori impiegati nel sommerso. Per quanto riguarda l’accessibilità, la scarsa (e poco mirata) informazione e la necessità di presentare la documentazione Isee penalizzano i più esclusi dai canali di comunicazione e dal welfare pubblico. Infine, sull’adeguatezza della misura, la durata di soli due mesi rischia di essere insufficiente, a causa di una crisi che ha colpito con forza il grado di certezza degli italiani riguardo al proprio reddito e alle proprie risorse più in generale. Irpet stima che i potenziali nuclei familiari raggiunti dal Rem siano solo 555.440, e propone un sussidio unico in sostituzione di cassa integrazione, indennità Covid-19 e Rem, che sia proporzionale al numero di membri del nucleo familiare. Utilizzando le stesse risorse economiche stanziate dal Governo, il sussidio unico favorirebbe soprattutto il 20% più povero della popolazione, ridurrebbe le tempistiche per l’erogazione del sussidio e permetterebbe di raggiungere anche le famiglie ai margini della società, spesso non in grado di esibire le documentazioni richieste per ricevere gli aiuti statali.

C’è ancora molta incertezza legata al Recovery Fund, sia nelle sue caratteristiche che nella dotazione. Ma occorrerà avere le idee chiare sul suo utilizzo: i problemi strutturali dell’Italia acuiti dal Covid-19 sono molti e le risorse dovranno essere impiegate bene. Il think tank Tortuga, di cui fanno parte 50 studenti e ricercatori under-30, vi accompagnerà per i prossimi lunedì estivi con brevi analisi e proposte concrete su come utilizzare questi soldi. Perché l’occasione non venga sprecata.