“Ma voi avete poi verificato i cambi di questa figura?”. “Immagino di sì. Sì”. La domanda è quella posta dagli inquirenti pugliesi, che nel 2017 indagano sulla Popolare di Bari, a Salvatore Rossi, allora direttore generale della Banca d’Italia. Si tratta di informazioni sommarie rilasciate il 7 novembre di quell’anno: tre anni dopo il via libera all’acquisizione di Tercas e tre anni prima del crac definitivo. I pm vogliono capire se e come la banca pugliese, tra il 2013 e il 2014, sia riuscita a raggirare Palazzo Koch nascondendo la reale condizione dei conti, ma soprattutto mentendo sull’adeguamento della governance ai criteri indicati da Roma che appunto chiedeva l’inserimento di nuove figure nel management e più indipendendenza tra amministratori e controllori interni.

Un trucco, quest’ultimo, che consentirà a BpB di ottenere poi il via libera alla rimozione dei blocchi operativi, firmato proprio da Rossi come ricordano gli inquirenti, necessaria per l’acquisizione dell’istituto abruzzese. Operazione che avrà conseguenze disastrose sulla stabilità dell’istituto.

Ad esempio per il Pm, Rossi avrebbe dovuto accorgersi che la “figura”, cioè il Chief Risk Officer di BpB, Luca Sabetta, nominato appositamente per garantire maggior indipendenza sulle analisi delle operazioni di rischio, fosse rimasto in realtà appena due mesi in quella posizione e poi scalzato da uno dei manager fedeli all’entourage dei vertici bancari pugliesi, Antonio Zullo. Ma il direttore romano risponde con un “Immagino di sì”, come se Bankitalia dovesse in qualche modo arrendersi alle sole dichiarazioni formali, ufficiali, comunicate di volta in volta dai manager sotto ispezione. Un po’ come se, per riammettere uno studente in corso, fosse sufficiente la sua autocertificazione, il suo “prometto che ho studiato”.

I poteri di Palazzo Koch

Il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, ha più volte lamentato la limitazione dei poteri di Palazzo Koch sulla possibilità di intervenire in casi simili e rimuovere vertici di istituti gestiti in modo spericolato. Questo potere infatti non esiste quando BpB ottiene il semaforo verde, nel 2014, ma sarà istituito l’anno successivo. Ciononostante, Roma non sembra poterlo esercitare nemmeno quando BpB continua a non cambiare la propria governance, come riportano gli inquirenti nel provvedimento che il 31 gennaio 2020 ha portato all’arresto di Marco Jacobini, fondatore di BpB, e di suo figlio Gianluca.

La Banca d’Italia, difatti, a fronte di un’inerzia protrattasi per diversi anni, qualora non indotta in errore dalle plurime false comunicazioni trasmesse, avrebbe potuto ai sensi dell’art. 53-bis, comma 1, lettera e) del TUB, provvedere alla rimozione di uno o più esponenti aziendali qualora ‘la loro permanenza in carica fosse di pregiudizio per la sana e prudente gestione della banca’.

Che la permanenza in carica degli Jacobini, dell’ad De Bustis e del management vicino alla famiglia pugliese fosse di pregiudizio lo dimostrano le stesse richieste di Bankitalia che domanda un cambio di gestione, anche dopo il 2014. Ma Roma ripete che “Nel caso della BPB non vi erano i presupposti per l'utilizzo di questo strumento” in un evidente cortocircuito tra realtà e rappresentazione.  A rigor di logica, però, se un’autorità agisse solo sulla base di quanto ufficialmente comunicato dal controllato, il suo ruolo di garante si svuoterebbe di senso. Quindi delle due l’una: o Bpb ha truccato in modo così sofisticato i conti e l’adeguamento ai criteri di governance da trarre in inganno gli ispettori di Bankitalia, o Bankitalia non ha poteri (ma, appunto, questa seconda ipotesi in realtà è da scartare) e competenze adatte a contenere contesti illegali.

I conti palesemente truccati e le comunicazioni alla vecchia governance

Che ci fosse estrema disinvoltura da parte di Pop Bari nel truccare i conti lo dichiarerà l’ex ad Vincenzo De Bustis ("Questo è un esempio di scuola di cattivo management irresponsabile esaltato") nel 2019, ma già negli anni precedenti a Bankitalia vengono rifilate le cosiddette “slide piaggeria” con numeri palesemente falsificati, riscontrabili – secondo le intercettazioni tra gli ex responsabili della contabilità – facendo semplicemente “i conti”.

Inoltre, che Luca Sabetta fosse stato fatto fuori in tempi record e che quindi la sua nomina fosse fittizia, era noto a Palazzo Koch. Questo sia perché i controllori romani incontravano Zullo nel periodo in cui avrebbe dovuto essere Sabetta il CRO,  sia perché Zullo non aveva mai cambiato posizione lavorativa sul proprio profilo LinkedIn. E’ chiaro: non è un social network a poter sostituire una comunicazione ufficiale, ma se l’informazione è pubblica, lo è per chiunque e dovrebbe essere sufficiente a destare sospetti negli ispettori e nei direttori di Bankitalia.

Infine, lo ricorda il Pm al direttore Rossi nella già citata raccolta di informazioni avvenuta nel 2017, Palazzo Koch continua a inviare in quel periodo comunicazioni ufficiali alla vecchia dirigenza e non alla nuova composta da figure come Giorgio Papa (amministratore delegato della banca dal 1 maggio 2015 alla fine del 2018). “Tanto che è vero che le interlocuzioni che voi fate – spiega l’inquirente a Rossi –  sono con gli stessi soggetti, infatti voi inviate una lettera, che non inviate al Presidente del Consiglio di Amministrazione, cioè a PAPA, all'amministratore, ma la inviate al presidente della Famiglia (Jacobini ndr)”.

Perché infatti continuare a considerare la famiglia Jacobini come reale reggente della gestione bancaria se è proprio Bankitalia a non volere più gli Jacobini come amministratori e presidenti? È come se formalmente Roma spingesse per un cambio di governance ma poi sconfessasse nei fatti questa direzione legittimando chi non dovrebbe più ricoprire certi ruoli. Dalle carte, insomma, emerge uno scenario in cui le autorità operino su un piano di totale impotenza.

Eppure gli strumenti e le misure che si possono adottare sono gli stessi che nel 2011 avevano permesso al precedente governatore di Bankitalia, Mario Draghi, di considerare non sufficienti le informazioni e gli sforzi di adeguamento fatti da Bari a seguito delle prime ispezioni (soprattutto quelle del 2009). Lo dimostra una nota riservata interna a Palazzo Koch del 26 luglio 2011 e inviata dagli ispettori ai vertici dell’autorità bancaria. “A seguito degli ultimi accertamenti ispettivi, conclusisi con un giudizio parzialmente sfavorevole e che avevano evidenziato diffusi elementi di criticità, con lettera contestuale dello scorso dicembre sono stati richiesti alla Banca Popolare di Bari importanti interventi in tutti i principali ambiti dell’operatività. Gli organi aziendali, tuttavia, non hanno definito le necessarie misure correttive e in taluni casi hanno assunto decisioni che vanno nella direzione opposta a quella tracciata dalla Vigilanza.

E’ questo il famoso passaggio che poi porterà Draghi a firmare il giorno stesso il provvedimento di divieto d’espansione per BpB. Non solo. I magistrati ricordano anche che “dette prescrizioni sarebbero state riconsiderate dallo stesso Direttorio – per espressa indicazioni rappresentata nella medesima nota della Vigilanza –  solo dopo una attenta verifica sull’efficacia delle iniziative prefigurate dall’azienda e sarebbero state rimosse solo a fronte della effettiva eliminazione dei gravi profili di criticità che caratterizzavano la situazione aziendale”.

Perché fossero effettivi, i cambiamenti di BpB dovevano essere a prova di bomba. Fa quindi riflettere che solo pochi anni dopo e solo sulla base di comunicazioni ufficiali Palazzo Koch muti rotta e consideri sufficienti quelle stesse rassicurazioni che invece non avevano funzionato nel 2011. Se Roma non poteva rimuovere i vertici, si chiedono anche i risparmiatori e ci chiediamo anche noi, poteva almeno continuare a bloccare operazioni spericolate. Perché non l’ha fatto, è la domanda delle domande.