
A volte, le coincidenze: nel giorno in cui gli industriali tedeschi parlano di “deindustrializzazione irreversibile” e di un “modello arrivato al capolinea”, l’Unione Europea arriva al capezzale della Germania e decreta la revoca dello stop ai motori diesel e benzina prevista per il 2035.
I tedeschi applaudono, gli italiani pure, ma sono gli applausi di due sistemi industriali agonizzanti la cui fine è comunque inevitabile. E forse dobbiamo dircelo una volta per tutte che le scelte miopi dei governi europei e dei loro industriali ci hanno condannato qualunque mossa faremo d’ora in poi.
Perché comunque dovremo azzerare le emissioni di CO2 entro il 2050 e per farlo è fondamentale che a quella data il parco delle automobili che circolano sia a emissioni zero allo scarico, quindi elettrico.
Perché comunque la Cina ha conquistato un vantaggio incolmabile su queste nuove tecnologie e prima o poi invaderà il mercato automobilistico europeo con auto elettriche, che ci piaccia o meno. Lo farà perché non possiamo chiuder loro le porte, altrimenti loro le chiuderebbero ai nostri prodotti, e perché probabilmente l’unica opportunità rimasta per salvare la nostra industria dei componenti è sperare, o far di tutto che vengano qua a produrle.
Perché tutti i tentativi di frenare questo processo irreversibile rispondono al soft power americano, che invece punta forte sulle fonti fossili e non vuole che i rapporti tra Europa e Cina si facciano troppo stretti. O ad aziende come Eni, che hanno investito sui biocarburanti a emissioni ridotte, e sussurano alle orecchie del governo italiano – che obbediente chiede a gran voce la “neutralità tecnologica” – per non vedere andare in fumo il loro investimento.
Soprattutto, perché la vera questione, con buona pace degli industriali tedeschi, dell’indotto italiano e del soft power americano, è l’azzeramento delle emissioni di CO2. E ancora una volta, messo alle strette, chi ci governa ha dimostrato che la lotta al riscaldamento globale è tale solo a parole. Che quel che ci spaventa di più non è il pianeta che va in fiamme, ma la rinuncia allo status quo. Che nei fatti, i soldi contano sempre più del clima, e la salvaguardia delle rendite di posizione molto più del futuro del pianeta.
Non che non lo sapessimo. Ma è sempre sconfortante averne la conferma.