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Opinioni
Morte di Silvio Berlusconi

La storia di Berlusconi è anche una storia di fallimenti

Dall’immobiliare al commercio, da Telepiù alla Standa, passando per Jumpy e Polisportiva Milan, la storia imprenditoriale di Silvio Berlusconi è costellata da numerosi buchi nell’acqua. Una carrellata di fallimenti, mentre tutti ne celebrano i successi.
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Morte di Silvio Berlusconi

“Ho fallito. Molte, molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto”. Questa citazione è di Michael Jordan, non di Silvio Berlusconi. Eppure, anche Berlusconi – che ha scritto infiniti elogi al successo e pure una prefazione all’“Elogio della follia” di Erasmo da Rotterdam, il suo libro preferito – avrebbe potuto lasciare ai posteri un suo personale e autobiografico elogio del fallimento. Perché sì, la carriera di Berlusconi, è costellata da numerosi, giganteschi buchi nell’acqua. E per quanto possa apparire sorprendente, questi fallimenti punteggiano soprattutto la carriera imprenditoriale di Berlusconi, quella che nemmeno i suoi più feroci detrattori si sono mai sognati di mettere in discussione – “era un grande imprenditore” è l’epitaffio preferito di chi non l’ha mai potuto sopportare, al pari di “era molto simpatico”.

Berlusconi l’immobiliarista

Partiamo dall’inizio, dal Berlusconi costruttore. Quello che Camilla Cederna sull’Espresso, era il 1977, descriveva come “un uomo non tanto alto, con un faccino tondo da bambino coi baffi, nem­meno una ruga, e un nasetto da bam­bola”. Erano gli anni di Milano 2, la città-utopia che Berlusconi costruisce a Segrate, alle porte di Milano. Berlusconi, in quella che è la sua prima intervista concessa, racconta a Cederna che il “suo sogno sarebbe esser ri­cercato in tutto il mondo per fare cit­tà, e “chiamiamo il Berlusconi” do­vrebbe essere l’invocazione di terre desiderose di espandersi”. Il sogno, l’utopia dell’urbanista che costruiva città leggendo e rileggendo Tommaso Moro, tuttavia, inizia a Segrate e finisce a Basiglio, sempre alle porte di Milano, dove Berlusconi costruisce Milano 3. Poi più nulla, o quasi.

La pay tv

Certo, diranno gli agiografi, ma dagli schermi televisivi e dagli studi di Segrate che nasce Telemilano, poi Canale 5, poi Fininvest, poi Mediaset, l’impero televisivo del Biscione. Vero, verissimo. Ma anche la storia televisiva di Berlusconi è la storia di un doppio, grande fallimento. Anche qui, Sua Emittenza aveva un sogno europeo. Voleva creare un network continentale di pay tv insieme al suo omologo tedesco Leo Kirch. Per questo, assieme a lui e al produttore cinematografico Vittorio Cecchi Gori fonda Telepiù. Per trasmettere il segnale, aggirando le regole, utilizza le frequenze di Koper-Capodistria, ma l’esperimento parte male e finisce peggio. Gli italiani non ne vogliono sapere, per ora, di pagare per una programmazione televisiva che lo stesso Berlusconi fornisce gratis. Le cose non cambiano nemmeno quando Telepiù acquisisce i diritti della serie A per trasmettere a pagamento un partita a settimana. Il primo a sfilarsi è Cecchi Gori che nel 1993 rompe con Berlusconi, seguito a ruota da Kirch. Nel giro di pochi mesi Canal Plus si ritrova col 90% delle azioni e liquida Berlusconi, per poi vendere tutto a Rupert Murdoch, che con Sky il sogno di Sua Emittenza lo ha realizzato davvero.

Il network televisivo europeo

Doppio fallimento, dicevamo. Perché in parallelo con la sfida della Pay tv, Berlusconi prova a conquistare l’Europa anche con le televisioni in chiaro. Fonda Telefunf in Germania, sempre con Leo Kirch, poi La Cinq in Francia, poi Telecinco in Spagna. Il sogno dura poco. La Cinq accumula debiti per miliardi nel giro di pochi anni, chiudendo i battenti nel 1992 con quasi 600 persone licenziate. La stessa sorte, nello stesso anno, tocca a Telefunf. Resiste Telecinco, a onor del vero, che riesce a imporsi sul mercato iberico e oggi è il primo gruppo televisivo privato iberico. Ma il grande network televisivo europeo rimane un sogno che svanisce all’alba.

Jumpy

Anche qui gli agiografi potrebbero aver da ridere nel veder associate le parole “televisione”, “fallimento” e “Berlusconi” e in effetti qualche ragione ce l’hanno, visto quel che ha combinato Mediaset in Italia. Lo stesso non potrebbero dire di internet, però. Dove Berlusconi, siamo nel 1999, fonda Jumpy, un servizio di accesso gratuito alla rete, attraverso un portale che offre servizi di posta elettronica, sms gratis, quotazioni in borsa in tempo reale e altri svariati servizi. Anche qui i propositi sono roboanti: Berlusconi vuole espandere Jumpy in Europa per fare concorrenza a Yahoo e Google. Anche in questo caso, la realtà è molto meno esaltante del sogno. Jumpy accumula perdite su perdite sin dai primi vagiti, e chiude senza gloria nel 2006.

La Standa

Curiosità, che apprendiamo dai giornali dell’epoca. Berlusconi voleva usare Jumpy come grimaldello per aprirsi al mondo dell’e-commerce, dove Jeff Bezos stava muovendo i primi passi con Amazon. Obiettivo mai nemmeno realmente perseguito, quest'ultimo. Tuttavia, quello del commercio, è solo un altro dei mondi in cui Berlusconi – il grande venditore col sole in tasca, quello a cui si dice che Michele Ferrero faceva assaggiare ogni cioccolatino prima di metterlo in commercio – non riesce a sfondare, nonostante i mille sforzi. È il 1988 quando il Cavaliere acquista la catena di supermercati La Standa dal gruppo Montedison. Qui il gioco sembra semplice: usare le televisioni e la pubblicità come grimaldello per portare i consumatori nei supermercati di famiglia, anche attraverso i volti più noti dell’allora Fininvest come testimonial. Eppure, anche qui, le cose non vanno come previsto. Già nel 1994 l’azienda è in grave crisi finanziaria, dopo una serie di investimenti sbagliati, tra cui quello della Five Viaggi, tentativo berlusconiano di rivaleggiare con Alpitour e Franco Rosso, uno dei naufragi minori su cui non ci dilunghiamo. In ogni caso, nel 1997 arriva il delisting dalla borsa di Milano e nel 1998 La Standa viene ceduta al Supermercati Brianzoli per la parte alimentare e al gruppo Coin per tutto il resto. La prima cosa che fanno entrambi è cambiare in fretta e furia il nome, che sparisce istantaneamente dall’immaginario degli italiani.

La polisportiva Milan

Berlusconi acquistò La Standa nel 1988, anno del primo scudetto del Milan. E sebbene sia dura crederlo oggi, mentre celebriamo il presidente più titolato al mondo, anche la storia del Milan nasconde il suo piccolo grande fallimento. Sin dall’acquisizione del Milan, Berlusconi coltiva il sogno di una Polisportiva Milan sul modello di Real Madrid e Barcellona che raccolga sotto le stesse insegne e sotto gli stessi colori le principali squadre di Milano in ogni sport. Nel giro di cinque anni se le compra quasi tutte, dalla pallavolo al rugby, dall’hockey al baseball, ad eccezione dell’Olimpia Milano di basket. A coordinare la polisportiva ci mette Fabio Capello, ma se i risultati sportivi sono all’altezza delle ambizioni, anche grazie a budget fuori scala rispetto alle concorrenti, quelli economici sono una voragine senza fine. La polisportiva viene smantellata il 29 maggio del 1994, dieci giorni dopo la vittoria della Coppa dei Campioni contro il Barcellona, due mesi esatti dopo la vittoria alle elezioni e sei mesi esatti prima del primo avviso di garanzia che segnerà la fine della sua prima esperienza di governo e l’inizio della sua infinita battaglia contro la procura di Milano.

Tutte cose che finiranno al centro dei riflettori, mentre La Standa, Telepiù, Jumpy e Telefunf finiranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. Anche se forse sono proprio questi fallimenti a descrivere alla perfezione il Berlusconi imprenditore, a tratteggiarne al meglio la sua parabola. Quella di un uomo dalle ambizioni smisurate, talvolta troppo grandi persino per lui. 

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Francesco Cancellato è direttore responsabile del giornale online Fanpage.it. Dal dicembre 2014 al settembre 2019 è stato direttore del quotidiano online Linkiesta.it. È autore di “Fattore G. Perché i tedeschi hanno ragione” (UBE, 2016), “Né sfruttati né bamboccioni. Risolvere la questione generazionale per salvare l’Italia” (Egea, 2018) e “Il Muro. 15 storie dalla fine della guerra fredda” (Egea, 2019)
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