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Istat: verso la fine della recessione, ma sale la disoccupazione

Secondo l’Istat la recessione in Italia finirà presto ma l’Istituto di statistica non è altrettanto ottimista sul fronte della disoccupazione, che continua a crescere.
A cura di Susanna Picone
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Si intravedono segnali incoraggianti per il futuro dell'economia italiana. A dirlo è l'Istat nella Nota mensile sull’andamento dell’economia italiana, secondo il quale “la fase di contrazione è attesa arrestarsi nei prossimi mesi in presenza di segnali positivi per la domanda interna”. L'Istat spiega che in Italia, nel terzo trimestre, “l'attività economica ha continuato a mantenersi debole. Il prodotto lordo è risultato ancora in flessione (-0,1% su base congiunturale) a seguito dell'accentuarsi della contrazione del valore aggiunto sia nella manifattura sia nelle costruzioni (rispettivamente, -0,6% e -1,1%) ma in presenza di una stazionarietà nel settore dei servizi”. Per quanto riguarda l’ultima parte dell'anno, “l'indicatore composito anticipatore dell'economia italiana confermerebbe una sostanziale stazionarietà della crescita nel trimestre finale dell'anno”. Tuttavia nel Belpaese resta il problema della disoccupazione. “Le condizioni del mercato del lavoro – sottolinea l'Istituto di statistica – rimangono difficili con tasso di disoccupazione in crescita”. I dati più recenti delle forze di lavoro, si legge nel rapporto, descrivono un’occupazione sostanzialmente stabile dall’inizio dell’anno, con un nuovo peggioramento nel mese di ottobre (-0,2% rispetto al mese precedente).

"Crescita stazionaria" – La stasi del mercato del lavoro italiano si è riflessa anche nell’andamento del tasso di posti vacanti: i dati destagionalizzati relativi al terzo trimestre mostrano che l’indicatore di domanda di lavoro è rimasto ancorato ai valori di inizio anno. Il tasso di disoccupazione ha continuato a salire. Nel mese di ottobre i dati destagionalizzati hanno evidenziato una crescita di tre decimi di punto rispetto a settembre, raggiungendo il valore massimo di 13,2%, sensibilmente più elevato rispetto alla media europea (11,5%).

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