Il gran giorno è arrivato e il “cavallino” non ha deluso: nel primo giorno di quotazione a Wall Street il titolo Ferrari, già collocato al massimo della forchetta indicativa (52 dollari per azione), per una valutazione del 100% dell’azienda di Maranello pari a circa 9,8 miliardi di euro, è arrivata a guadagnare un ulteriore 17% nei primi scambi raggiungendo un massimo di 60,97 dollari prima di ridiscendere attorno ai 56,9-57 dollari per azione, conservando comunque un guadagno del 9,5%, come dire che oggi gli investitori riconoscono al marchio Ferrari un valore non inferiore ai 10,7 miliardi di euro.

Molto elevati i volumi: al termine delle prime due ore di scambi erano già stati scambiati circa 17 milioni di titoli, in sostanza l’intero quantitativo oggetto dell’Ipo ( 17,175 milioni di azioni, cui a questo punto è verosimile si aggiungano anche gli ulteriori 1,7 milioni di azioni riservate per la clausola di greenshoe). Al momento per Fiat Chrysler Automobiles, che da almeno quattro anni stava preparando con cura lo sbarco del “cavallino” al Nyse, l’incasso certo è pari a 893 milioni di dollari, ma l’ulteriore 1% circa di capitale dovrebbe far lievitare la cifra a circa 980 milioni di dollari, pari a 1.110 milioni di euro e spiccioli.

Soldi preziosi per Sergio Marchionne, che secondo il piano industriale in essere deve riuscire a finanziare 48 miliardi di euro di investimenti per rilanciare anche i marchi Jeep, Alfa Romeo e Maserati a livello mondiale. E dato che prima di procedere allo scorporo del rimanente 80% in mano a Fiat Chrysler Automobiles (il 10% è e resterà in mano a Piero Lardi Ferrari, unico erede del “drake” Enzo Ferrari), con conseguente attribuzione dei titoli agli azionisti di Fca entro la primavera del prossimo anno, Ferrari procederà, come già visto in occasione dello scorporo di Fiat Industrial da Fiat Auto, ad una distribuzione a Fca di 2,25 miliardi di euro fra dividendi e trasferimenti di liquidità, con “l’operazione Ferrari” Marchionne si è di fatto già assicurato 3,3 miliardi di euro, ossia circa la metà degli investimenti programmati per Alfa e Maserati.

Da qui al 2018 secondo i piani l’Alfa Romeo dovrà far debuttare otto nuovi modelli (di cui solo uno entro fine anno e i restanti sette tra il 2016 e il 2018) spendendo in tutto 5 miliardi di euro, mentre Maserati, destinata dopo lo scorporo di Ferrari ad assumerne il ruolo all’interno del gruppo italo-americano con una crescita delle immatricolazioni dalle 36 mila unità del 2014 ad un obiettivo di 75 mila vetture a fine 2018, lancerà a sua volta sei vetture (di cui la prima sarà, ad inizio 2016, il nuovo SUV Maserati Levante) investendo altri 2 miliardi o più. E dopo il 2018? Si vedrà, ma la sensazione, ribadita ancora oggi dallo stesso Marchionne, è che questo in corso potrebbe essere l’ultimo piano industriale “stand alone” di Fiat Chrysler Automobiles.

Intervistato dall’emittente televisiva Cnbc il numero uno di Fca ha infatti ribadito: “penso che ci sia una grande possibilità che si veda qualcosa entro 24 mesi”, riferendosi ai tempi necessari per veder maturare una nuova ondata di consolidamento del settore mondiale delle auto. In questo consolidamento il gruppo italio-americano “proverà a svolgere un ruolo”, ma “se avremo successo o no nel farlo non posso dirlo”, ha ammesso, dopo aver confermato che i contatti con General Motors ci sono stati ma si sono conclusi con un nulla di fatto. “Abbiamo avuto uno scambio per iscritto, che è giunto al termine”, ha aggiunto Marchionne, sottolineando come non abbia provato “a fare determinate mosse con Mary Barra”, la numero uno di Gm che da parte sua non ha mai perso occasione per ribadire di non essere interessata a riprovare nuovamente un “fidanzamento” con Fca, forse memore del precedente di inizio secolo, finito in modo non proprio memorabile per gli americani.