La stragrande maggioranza delle imprese confiscate a Cosa Nostra finisce per chiudere con la perdita di centinaia di posti di lavoro. Non solo. Sono tantissimi i terreni e gli appartamenti che continuano ad essere impunemente utilizzati ed abitati da coloro ai quali sarebbero stati confiscati. Questo il quadro che emerge dall’ultima relazione dell’Antimafia siciliana sui beni confiscati alle organizzazioni criminali sull'isola a conclusione dell’indagine parlamentare sui beni confiscati alla criminalità mafiosa. “Il rischio è che lo Stato, e con lui l’intera comunità nazionale, perda la sfida lanciata alla mafia da Pio La Torre e Virginio Rognoni con la legge che porta il loro nome: i numeri sono impietosi e parlano di un tasso altissimo di mortalità delle aziende confiscate e una percentuale ancora insufficiente di riuso dei beni immobili confiscati”. Lo spiega Claudio Fava, presidente della Commissione antimafia dell’Assemblea Regionale Siciliana.

Nella relazione finale si legge che “le testimonianze raccolte, i dati analizzati, gli approfondimenti svolti da questa Commissione non lasciano dubbi: la disciplina sul sequestro e la confisca dei ben alle mafie pretende, subito, un investimento di volontà politica e di determinazione istituzionale che fino a ora non c’è stato. Insomma, un sistema da ripensare.”

Attive solo 39 imprese su 780

In Sicilia i dati sono impietosi. Su 780 imprese definitivamente confiscate solo 39 sono attive. Per quanto riguarda quelle “destinate”, solo 11 su 459 non sono state poste in liquidazione. Va pure detto che è alta la quota di aziende che non starebbe sul mercato senza il sostegno di Cosa nostra: “Siamo in presenza di un 70-80 per cento di imprese che è bene che scompaiano dal mercato – ha detto in audizione l'ex direttore dell'Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati Bruno Frattasi – perché veicolo di infezione per il mercato, perché strangolano la concorrenza, per cui è necessario eliminarle, anzi, prima lo si fa e meglio è”.

Le critiche all'Agenzia per i Beni confiscati

La relazione punta il dito contro l’approccio manageriale da parte dell’Agenzia Nazionale per i Beni Confiscati, che con i suoi 17 mila beni (la metà in Sicilia) rappresenta l’agenzia che in Europa ha il patrimonio immobiliare maggiore, e il cui restart, annunciato dal precedente direttore, il prefetto Frattasi, è rimasto per molti aspetti solo sulla carta.

“Manca un reale sistema di sostegno delle imprese confiscate, spesso disarmate di fronte ai sabotaggi del mercato e al ritorno di fiamma di Cosa nostra. Troppi i beni immobili che risultano ancora occupati da coloro a cui erano stati confiscati: per lo Stato e per la società civile, danno e beffa insieme. Grave, poi, che il vulnus emerga spesso solo grazie alla volenterosa attività di monitoraggio svolta da alcune associazioni del terzo settore”.

Le possibili soluzioni

La relazione non si è limitata ad elencare le criticità del sistema, ma ha provato ad immaginare alcune soluzioni da proporre sia allo Stato sia alla stessa Regione: dall’istituzione di un Fondo unico di sostegno alla costituzione di un Osservatorio regionale che serva da effettiva cabina di regia, dall’obbligatorietà dei tavoli provinciali permanenti per sostenere le imprese confiscate a interventi concreti sul credito bancario, a una diversa gestione del FUG.

“Nei prossimi giorni – conclude Fava – dovrebbero partire un disegno di legge regionale per l’aula e si proporrà una legge voto per il parlamento nazionale in modo da effettuare un intevento concreto su alcune norme del codice antimafia”.