Sono ormai molti i giovani (e non) che lasciano l’Italia per trovare opportunità migliori di quelle offerte dal nostro paese, e ciò che preoccupa è il loro titolo di studio: gli emigrati almeno laureati sono più che triplicati nell’ultimo decennio secondo i dati Istat. Non si può però pensare di ostacolare questo fenomeno, ma è necessaria una risposta efficace per trarne un’opportunità di crescita. Bisogna pensare non solo ai cervelli che perdiamo ma a quelli che non attraiamo: mai come ora è necessario attrarre capitale umano qualificato per favorire la ripresa economica del nostro paese. Tortuga propone tre idee per cercare di riequilibrare la bilancia dei talenti utilizzando le risorse europee.

Permessi di soggiorno per studenti extra-europei

La letteratura economica lo dice chiaramente: l’immigrazione di persone altamente qualificate sostiene la crescita economica del paese di arrivo. Di questa idea non sembra essere Donald Trump, che nelle ultime settimane ha firmato un provvedimento restrittivo dell’immigrazione qualificata negli US, bloccando fino alla fine dell’anno la concessione dei visti per i lavoratori altamente qualificati, e ha minacciato di togliere i visti agli studenti stranieri le cui università offrono soltanto la didattica online durante la pandemia.

È necessario che il nostro paese si muova in direzione opposta, non solo attraendo “cervelli” stranieri nei nostri atenei, ma adottando le misure necessarie per trattenerli nel nostro paese dopo gli studi. Per questo motivo è necessario avere un quadro legale chiaro ed efficace che consenta agli studenti internazionali di lavorare in Italia a seguito del loro percorso formativo svolto sul nostro territorio. A oggi, gli studenti extra-europei possono convertire il permesso per studio in un permesso per motivi di lavoro. Gli studenti che hanno ottenuto un titolo di studio universitario in Italia possono ottenere la conversione al di fuori delle quote stabilite dal decreto flussi, mentre coloro che hanno conseguito un corso di formazione o un tirocinio formativo ottengono la conversione solo nell’ambito di queste quote. SI potrebbe eliminare, o almeno attenuare, quest’ultima restrizione, permettendo a tutti gli studenti internazionali di ottenere un permesso per lavoro al di fuori delle quote flussi, indistintamente dal tipo di attività formativa svolta in Italia. Si tratta comunque di giovani per i quali il nostro paese ha investito in formazione e il loro ritorno al paese d’origine rappresenterebbe una perdita.

Sgravi fiscali post-laurea per gli studenti internazionali

Una seconda misura è l’introduzione di incentivi fiscali per gli studenti internazionali che decidono di rimanere in Italia dopo gli studi nel nostro paese. Al momento, infatti, gli sgravi fiscali esistenti sono pensati per incentivare il ritorno degli italiani espatriati e l’immigrazione di stranieri qualificati che non risiedono in Italia. Tuttavia, così come sono, questi sgravi rischiano di avere due effetti indesiderati. Il primo è di incentivare un’ulteriore fuga di cervelli, poiché sono sufficienti due anni di residenza all’estero per aggiudicarseli, per esempio iscrivendosi a una triennale o un master all’estero. Se da un lato è desiderabile che i giovani italiani acquisiscano esperienze all’estero, il rischio è che molti di loro non facciano ritorno: un periodo di studi rappresenta infatti un’ottima occasione per costruirsi un network nel paese di destinazione che faciliti l’inserimento nel mondo del lavoro. Il secondo effetto si basa sullo stesso meccanismo: paradossalmente, se uno studente internazionale si iscrive a un corso di laurea in Italia, non avrà accesso a questi incentivi dopo la laurea poiché durante gli studi sarà stato residente in Italia e non all’estero. Ciò rende gli studenti internazionali più propensi a tornare nel proprio paese d’origine al termine degli studi. Estendere questi incentivi ai neolaureati provenienti dall’estero che lavorano o avviano un’impresa in Italia dopo gli studi potrebbe quindi rivelarsi un volano importante per aumentare l’immigrazione qualificata, a fronte di un costo per la finanzia pubblica limitato che si aggira attorno ai 500 milioni di minori entrate, secondo le nostre stime.

Internazionalizzazione università

Terzo: la necessità di una maggiore internazionalizzazione dei nostri atenei non è elemento nuovo nel dibattito pubblico riguardo alla qualità dell’offerta dell’educazione terziaria italiana. A partire dal 2013, infatti, una parte della valutazione degli atenei prevista dall’Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca (Anvur) riguarda la percentuale di allievi internazionali sul totale degli iscritti.

Com’è possibile vedere in figura 1, l’incidenza degli studenti internazionali è sì cresciuta negli ultimi anni – quasi interamente attraverso un maggiore influsso di studenti EU – ma rimane molto inferiore alla media Oecd.

La proposta che abbiamo elaborato nel libro “Ci Pensiamo Noi” è di allargare il criterio di internazionalità al personale universitario. Ciò incentiverebbe gli atenei italiani ad attrarre ricercatori e docenti (ossia cervelli) dall’estero, per ora residuali nella composizione degli organici in media (3,5% nel 2018), agendo direttamente sul saldo in perdita.

Più indirettamente, crediamo che una maggiore incidenza di ricercatori e docenti stranieri permetta la creazione di un ambiente ed una didattica più internazionali e dunque più attrattivi anche e soprattutto per gli studenti stranieri, come suggerisce la correlazione in figura 2.

Serve di più

Concludendo, le proposte qui presentate vogliono essere un tentativo di riportare la bilancia dei cervelli in positivo: i dati Istat sulle iscrizioni anagrafiche delineano infatti un saldo migratorio negativo e in netto peggioramento, in particolare per i lavoratori più qualificati. Tuttavia, la fuga dei cervelli va di pari passo con le difficoltà strutturali della nostra economia, come abbiamo verificato nel nostro report sull’argomento. Dunque, finché non ci saranno più investimenti in ricerca, un sistema fiscale che incentivi la ricerca e l’innovazione riducendo il carico fiscale sul lavoro e sulle imprese, un mercato del lavoro più efficiente e inclusivo, sarà difficile attrarre e trattenere giovani talenti nel nostro paese.

Alla luce della decisione presa dal Consiglio Europeo sul fondo Next Generation EU, è necessario avere le idee chiare sul suo utilizzo: i problemi strutturali dell’Italia acuiti dal Covid-19 sono molti e le risorse dovranno essere impiegate bene. Il think tank Tortuga, di cui fanno parte 50 studenti e ricercatori under-30, vi accompagnerà per i prossimi lunedì estivi con brevi analisi e proposte concrete su come utilizzare questi soldi. Perché l’occasione non venga sprecata.