Chi conosce la finanza dice che è tutto sotto controllo. Che è meglio un mercato trasparente, con prezzi certi e regole chiare. Che bisogna lasciar perdere le questioni simboliche, e trattare le cose per quello che sono. E il mondo, oggi, ci dice che l’acqua è una commodity come l’oro. Oro blu. Di più, che è una commodity sempre più scarsa, come il petrolio. E che più passa il tempo più lo diventerà. Già oggi, stando ai dati dell’Onu, 1 miliardo di persone non ha accesso all’acqua potabile e 3-4 miliardi non l’hanno in quantità sufficiente. E anche quest’anno 8 milioni di persone – 4 volte in più di quelle morte per Covid-19 nel 2020 – sono morte a causa di malattie legate all’indisponibilità.

Insomma, nonostante questo sia il pianeta blu per antonomasia, di acqua ce n’è sempre meno, a causa del riscaldamento globale, e ne servirà sempre di più, perché la popolazione della Terra sta aumentando a ritmi che non conoscono sosta, così come il benessere economico globale e la domanda di cibo, per produrre il quale serve il 70% dell’acqua di cui disponiamo.

Se tutto questo è vero di che ci stupiamo, allora, se l’acqua viene quotata in borsa. Se il 2020 ci consegna in dono pure la compravendita dell’acqua sulle piazze finanziarie. Se dalla fine di quest’anno si potranno emettere dei future sull’acqua da irrigazione e sull’acqua potabile. Se si potranno, in altre parole, stipulare dei contratti oggi che scommettano sul valore dell’acqua domani. Se, per farla breve, si potrà speculare sull’acqua come oggi si specula sull’oro e sul petrolio. Del resto, sempre stando ai dati dell’Onu, nel giro di trent’anni la domanda d’acqua sarà più che raddoppiata rispetto ad oggi. Comprare dell’acqua oggi e rivenderla tra un po’ potrebbe essere un ottimo affare.

Funziona per ora solo in California, il più grande mercato agricolo statunitense e la quinta economia mondiale. Un mercato dell'acqua che vale da solo 1,1 miliardi di dollari. Il primo contratto è stato scambiato lunedì scorso a 496 punti indice, pari a 496 dollari per piede/acro.

Non si parla di California solo per la sua ricchezza: i futures sull'acqua, i primi nel loro genere negli Stati Uniti, sono stati annunciati lo scorso settembre quando gli incendi peggiori della Storia recente hanno devastato la costa occidentale degli Stati Uniti. E sono pensati, in teoria, proprio per servire come copertura per i grandi consumatori di acqua, come i coltivatori di mandorle e le aziende elettriche, e contro le fluttuazioni dei prezzi dell'acqua. Sia come indicatore di scarsità per gli investitori di tutto il mondo.

Tutto giusto. Peccato che giusto dieci anni fa le Nazioni Unite abbiano incluso l’accesso all’acqua tra i diritti universali e fondamentali. Che la storia economica è piena di speculazioni finite male, e che speculare sull’unico bene – insieme all’aria -senza il quale non esiste sopravvivenza umana sembra essere un azzardo uscito da un pessimo romanzo di fantascienza distopica.

Tant’è. Mentre celebriamo il decennale degli accordi di Parigi, sul clima, mentre gli Stati Uniti cercano di rientrarvi dopo lo strappo di Donald Trump, mentre i ventisette Paesi dell’Unione Europea decidono un ulteriore e drastico taglio delle emissioni di Co2, forse servirebbe che qualcuno si accorga di porre un argine alla finanziazzazione di un diritto che noi stessi abbiamo definito come universale.  Il 2020 ci ha abituato a tutte le follie, ma non potrebbe finire con la peggiore delle follie.