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Quanto vale Vannacci? Come sta la coalizione di Giorgia Meloni? Chi sarà il leader dell’opposizione? E ci sarà davvero una nuova legge elettorale? Proviamo a capirci qualcosa con il re dei giornalisti politici italiani
Oggi rispondo alla domanda di Giorgia (giuro non è uno scherzo):
“Manca un anno al voto: secondo te, chi vincerà le prossime elezioni?”
Guarda Giorgia, io non lo so chi vincerà le prossime elezioni, te lo dico subito. E se devo rispondere di solito guardo i sondaggi. Che a oggi dicono che la partita è apertissima, con qualunque legge elettorale si voti. Che Vannacci continua a crescere e sta rubando voti alla destra di governo. Che la coalizione delle opposizioni, pur in leggero vantaggio, non si sa che perimetro abbia e che ne sia leader. E che c’è un centro che vale pochissimi punti percentuali che sogna non vinca nessuno per fare l’ago della bilancia di un governo di grande coalizione.
Insomma, tutte questioni aperte. E forse, per leggerci dentro, occorre qualcuno che abbia la memoria più lunga della mia e che sia dentro ai palazzi e ai giochi della politica italiana più di quanto io possa esserlo. In due parole, serve Marco Damilano.
E ora cominciamo da Vannacci, così ce lo leviamo subito: il tema ormai non è più quanto cresce e quanto possa crescere: la Lega l’ha già superata e ora punta a Forza Italia. Il problema semmai è un altro: fino a quando sarà possibile, per Meloni, tenerlo fuori dalla coalizione di destra. Col rischio ovviamente che metterlo in coalizione possa creare più problemi di quelli che risolve. Che ne pensa, Marco Damilano?
Io su Vannacci, cito sempre una frase di un maestro della politica, Lyndon Johnson, presidente democratico americano dopo l'assassinio di John Kennedy negli anni 60, texano, ruvido, cinico, di un avversario politico diceva sempre meglio averlo dentro che piscia fuori piuttosto che averlo fuori che piscia dentro. Ecco, mi sembra che la destra si trovi con Vannacci in questa situazione e in questa difficoltà. Deve decidere dove tenerlo, dove fa meno danno o dove rischia di fare più danno a loro, naturalmente.
Il danno numerico è già stato fatto, peraltro. i sondaggi danno Vannacci in crescita, a nulla è servita la campagna di Giorgia Meloni e di quei giornali e di quelle testate televisive che prima hanno alimentato il fenomeno Vannacci e poi hanno scoperto che era un utile idiota della sinistra. A nulla è servita, anzi i consensi nei sondaggi si sono gonfiati, nei palazzi si dice che i consensi siano superiori a quelli che vengono pubblicati o almeno l'area di consenso, e quindi io credo che se c'è una legge elettorale per cui si vince un piatto ricco con un voto in più, si fa fatica a lasciare fuori Vannacci, ma questo provoca una serie di incredibili problemi dentro l'attuale coalizione tra Meloni, Salvini, Tajani, la la svolta moderata di Giorgia Meloni, delle sue varie metamorfosi, Giorgia Meloni Ursula von der Leyen, Giorgia Meloni neo democristiana come sognava il cardinale Camillo Ruini scomparso poco fa, Giorgia Meloni che costruiva un nuovo quadrilatero moderato con la Coldiretti, la Confindustria, la CISL, Comunione e Liberazione, e oggi si trova a inseguire il generale Vannacci, la sua remigrazione, la sua decima Mas, tutti i fantasmi del passato che lui utilizza cinicamente, senza contegno, senza le remore che comunque provoca essere a Palazzo Chigi.
Il problema principale per Meloni, tuttavia, sembra essere un altro. Che Vannacci – mi scuso per la metafora un po’ ardita – è il sintomo, non la malattia. La destra infatti era nei guai, e indietro nei sondaggi, già da prima che esistesse Futuro Nazionale. Ha perso il referendum costituzionale sulla giustizia a marzo e da allora insegue, anche se di pochi decimali, una coalizione ancora tutta da costruire – poi ci arriviamo – come quella delle opposizioni. Soprattutto, è una coalizione che non è esattamente compatta. Salvini sta perdendo consenso a favore di Vannacci ed è accerchiato dai governatori del nord che vogliono una Lega che torni autonomista. La famiglia Berlusconi preme su Tajani affinché Forza Italia torni a essere liberale e si sposti al centro, guadagnando autonomia rispetto a Fratelli d’Italia. Ed entrambi si sono messi di traverso contro Giorgia Meloni sulla nuova legge elettorale. Soprattutto per quanto riguarda la questione delle preferenze, cui sono fermamente contrari. Ma che ne pensa, Marco Damilano, di tutto questo? In estrema sintesi: il governo è finito su un binario morto.
La coalizione di governo si avvia a superare il record di durata del singolo governo, perché se poi parliamo di coalizioni nella Prima Repubblica ci sono coalizioni che sono durate decenni e la Democrazia Cristiana al governo è durata 50 anni. Ma a settembre il governo Meloni batterà il record di durata che ormai è diventato un obiettivo in sé e i comprimari i due vicepremier partecipano di questo obiettivo. Per il resto non mi sembra che la maggioranza goda di buona salute il tratto distintivo di quest'ultimo anno di legislatura rischia di essere quello degli anni precedenti, cioè l'immobilismo. Non c'è un’idea di futuro del paese e c'è una gestione delle emergenze accorta sul piano mediatico ma il progetto di cambiamento della Costituzione che teneva uniti i tre partiti è fallito. L'autonomia differenziata della Lega è stata sepolta dalla Corte Costituzionale e se non ci fosse stata la Corte Costituzionale sarebbe stata spazzata via da un referendum abrogativo. La riforma della giustizia a cui tanto tenevano gli eredi di Berlusconi è stata spazzata via da 15 milioni di no al referendum del marzo 2026. Il premierato su cui Giorgia Meloni ha detto "Riforma epocale", io ricordo quel video dove lei si aggirava eh nella Galleria di Palazzo Chigi dove ci sono tutti i ritratti e le foto dei suoi predecessori e lei prometteva di cambiare quella situazione di instabilità con la riforma del premierato, che ha chiamato così pomposamente beh quella è finita sul binario morto.
Io ricordo anni fa sulle intercettazioni, una legge che voleva Silvio Berlusconi, cioè nel governo Berlusconi a un certo punto di questa legge non si seppe più nulla, era affondato nei corridoi del Parlamento, nella nella palude e quando Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica, volle far sapere che effettivamente di quella legge non avremmo più sentito parlare eh incrociò un cronista di un'agenzia e quasi come un segnale convenuto il cronista disse eh "Presidente, ma quella legge sulle intercettazioni è finita sul binario morto?". Lui fece una pausa e disse "Come ha detto?". "Binario morto". "Ecco". "Esatto". Ecco, il premierato è finito sul binario morto.
Quindi tutte le riforme le grandi riforme sono finite sul binario morto e resta una gestione mediatica dei numeri dell'economia dove comunque la crescita è al lumicino e una politica estera piuttosto complicata e non soltanto per gli insulti di Trump ma soprattutto per l'amicizia fin troppo ostentata in precedenza che ora rischia di ritorcersi contro.
E poi dicevamo c’è la sinistra. O campo largo. O non destra, chiamatela come volete. Che allo stato attuale sembra essere avanti, ma non ha un leader, né un programma, né un perimetro della coalizione: secondo te è più un problema ora che non ce li ha, o diventerà un problema quando li avrà?
Il campo, il perimetro, la leadership, le primarie sono il pane quotidiano dei cronisti che seguono il centrosinistra, io preferisco chiamarlo in ogni caso così, ma da sempre, da sempre le formule io sono cresciuto con primarie chiuse, primarie aperte, il centrosinistra con il trattino o senza, il triciclo, ecco qui aprirei quasi un concorso, chi se lo ricorda il triciclo? Lo dico io, era la formula per la lista Uniti nell'Ulivo che si candidò alle elezioni europee del 2004. La Gad e la Fed, questo è ancora più complicato. Quello che voglio dire è che nel centrosinistra questo tipo di dispute terminologiche e non solo sono sempre state l'alimento dei retroscenisti e il 2026 non fa eccezione.
Diciamo che a guardare il bicchiere mezzo pieno nel 2022 il centrosinistra non esisteva, sono andati divisi in tre e come una squadra che non entra neanche in campo, rimane nello spogliatoio o manda eh tre giocatori su 11 in campo e hanno consegnato il paese a Giorgia Meloni e alla sua coalizione. Oggi quella coalizione appare unita, foto o non foto, palco non palco, si sono visti anche a Napoli questa settimana e di Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli, Nicola Fratoianni ed è un inizio perché poi quella foto e quel palco è destinato ad allargarsi e naturalmente qui ci sono molti problemi e il bicchiere mezzo pieno dimostra anche la sua difficoltà a colmarsi.
E quel mezzo vuoto è un margine di miglioramento a patto che quelle schegge del centro, che a volte sembrano schegge impazzite, riuniscano a collegarsi in una sola formazione in cui anche la questione Matteo Renzi eh potrebbe essere quantomeno assorbita, se ci fosse una lista di centro in cui entrano eh i protagonisti che si stanno affollando questo ultimo anno, da Ruffini a Onorato e meglio ancora se arrivassero i sindaci, Silvia Salis e il sindaco di Napoli Manfredi, il sindaco di Milano Sala in una formazione che rappresenta tutto quello che non è eh Partito Democratico eh Movimento 5 Stelle e AVS.
Ecco, a quel punto sì, questo perimetro si allargherebbe, ci sarebbero molti problemi, ma almeno la squadra entrerebbe in campo alla pari con la squadra della della destra che comunque parte con il vantaggio di aver governato il paese per 5 anni e di aver stretto rapporti di potere a tutto campo. Resterebbe la questione del capitano, della leadership ma io credo in questo momento non ci siano molte alternative, se c'è la vecchia legge elettorale ognuno andrà per sé e il capitano, in caso di vittoria, sarà scelto eh guardando principalmente al partito più forte della coalizione, cioè al Partito Democratico e alla sua segretaria Schlein. Se invece la legge elettorale cambia, c'è l'esigenza di indicare un candidato premier prima, c'è il criterio delle primarie e ancora una volta io penso che Schlein sia eh più competitiva di quello che raccontano tanti retroscenisti di palazzo piuttosto conformisti, forse molto attenti, come ha detto la stessa Schlein, a un establishment che non ama particolarmente una candidata premier donna di sinistra.
Il centro, quindi. Perché oltre alle due coalizione c’è anche il polo di centro guidato da Carlo Calenda. Un polo che per ora ha dichiarato di non volersi alleare con nessuno dei due schieramenti e che, in teoria, con due coalizioni che si equivalgono potrebbe essere l'ago della bilancia. O no?
A proposito di ago della bilancia, mi viene in mente che nei prossimi giorni qualcuno forse ricorderà che sono passati esattamente 50 anni da quel comitato centrale all'Hotel Midas in cui il Partito Socialista Italiano lesse segretario Bettino Craxi. Era il 16 luglio 1976. Ecco, il PSI di Craxi alla fine degli anni 70 e per tutti gli anni 80 è stato il vero ago della bilancia della politica italiana con il 10% o qualcosa di più, anche se in quel momento i socialisti la chiamavano onda lunga, ma poi abbiamo visto nella Seconda Repubblica che c’erano dei partiti che in pochi mesi sono passati dal 40% al 19 o dal 32 al 16 Nella Prima Repubblica i fenomeni erano molto più più lenti, più graduali, più vischiosi, quindi l'onda lunga era un partito che veleggiava tra il 10 e il 14% ma che è stato il padrone della politica italiana proprio perché poteva allearsi con entrambi gli schieramenti, anche se Craxi con il PCI non si è mai alleato e poteva lucrare su quella che politologi chiamavano rendita di posizione e che Eugenio Scalfari aveva chiamato più poeticamente la rocca di Ghino di Tacco. Poi Craxi si era anche appassionato a questo soprannome, firmava i suoi corsivi sull'Avanti, il quotidiano socialista con la sigla Ghino di Tacco. Ecco, questo è stato un reale ago della bilancia della politica italiana.
Se mi chiedi di Calenda io vorrei dire una cosa, negli ultimi anni il bipolarismo è stato messo in crisi ed è stato eh in alcuni casi distrutto e non da terze forze, partiti centristi, ma da forze populiste, forze antipolitiche. Il Movimento 5 Stelle nel 2013 ha distrutto il bipolarismo centro-destra centro-sinistra dell'inizio della della Seconda Repubblica, E successivamente eh è successo qualcosa di analogo nel 2018 e questo poi ha portato una legislatura in cui fare le maggioranze è stato molto complicato ma in tutta Europa il bipolarismo classico è messo in crisi non da partiti centristi o moderati, ma da partiti populisti ed estremisti.
In Inghilterra il bipolarismo storico conservatori-laburisti è attaccato non dai liberaldemocratici, ma da Farage. In Germania il bipolarismo CDU-SPD che peraltro da tempo esprimono una grande coalizione è attaccato da l'AfD, dal partito di estrema destra e lo stesso avviene in Francia e per certi versi in Spagna. Quindi l'idea di un terzo polo che addirittura dice "Mi propongo che nessuno vinca le elezioni" non mi sembra un grande progetto, è velleitario in questo momento, quindi noi dobbiamo chiederci invece quale legge elettorale si può formulare per dare stabilità al paese senza distruggere la rappresentanza e senza consentire che poi forze estremiste tengano in scacco l'intero spettro della della politica italiana. Se Calenda pensa di essere lui quella forza da cui poi tutti dovranno passare rischierà di scoprire che invece quella forza potrebbe essere quella di Vannacci o forse chissà altri partiti che ancora devono nascere. Sarebbe un risveglio bruttissimo.
A proposito di pareggio, c’è pure un’altra questione in campo per capire chi vincerà le elezioni: la legge elettorale. Il governo vuole cambiare la legge attuale, il Rosatellum, ufficialmente perché non garantisce la governabilità. In realtà, perché con l’attuale legge elettorale la coalizione delle opposizioni rischia di fare il pieno dei collegi uninominali, soprattutto al sud, e vincere le elezioni in modo molto netto. In altre parole: Meloni e la sua coalizione vogliono cambiare la legge elettorale per avere più speranze di vincere. Le opposizioni sono contrarie, ovviamente. Ma il problema è che adesso anche nella maggioranza non sembra esserci tutto questo entusiasmo per la nuova legge elettorale. Un po’ perché rischiano di perdere anche con la nuova legge elettorale, che assegna un premio di maggioranza piuttosto importante a chi prende un voto in più. Un po’ perché Fratelli d’Italia vorrebbe reintrodurre le preferenze, a differenza di Lega e Forza Italia che non ne vogliono nemmeno sentire parlare. Una diversità di vedute che rischia di far saltare tutto. E magari – perché no? – pure di provocare una crisi di governo. Cosa che ci condurrebbe dritti dritti alle elezioni anticipate.
Queste giornate segnano una difficoltà della maggioranza di governo sulla legge elettorale. L'iter era cominciato con il progetto di una guerra lampo, poche sedute, pochi emendamenti e via con l'approvazione, con l'obiettivo di approvare la legge elettorale prima dell'estate.
Poi c'è stato un rinvio il famoso sciopero dei treni che avrebbe impedito ai parlamentari di venire a votare e poi ci sono trattative in corso.
L'altro giorno 3 ore di riunione tra i cosiddetti sherpa della maggioranza per trovare una soluzione l'oggetto del contendere sono le preferenze, la possibilità agli elettori data agli elettori di scegliersi i propri rappresentanti ma in realtà si capisce che da parte di Forza Italia e Lega c'è un dissenso sull'intero impianto della legge elettorale, compresa la questione dell'indicazione del nome del premier e che darebbe a Giorgia Meloni il controllo assoluto della sua maggioranza e anche in casa Fratelli d'Italia c'è un ripensamento perché si teme che questa legge possa sortire l'effetto opposto e consegnare il potere di decidere chi vince e chi perde al generale Vannacci.
Quindi sulla legge elettorale sarei molto prudente e vediamo cosa succede nei prossimi giorni non credo alle elezioni anticipate immediate, penso che lo schema sia sempre quello di andare al voto nella primavera del 2027, ma ma le incognite sono molte, l'incognita più drammatica, naturalmente, è quella internazionale che fa davvero impallidire gli alambicchi, i marchingegni con cui continuamente maggioranze in carica cercano di auto perpetuarsi al potere.
Siamo un paese in cui ci sono state già quattro leggi elettorali negli ultimi 21 anni due dichiarate incostituzionali, una l'Italicum di Renzi addirittura non è mai entrata in vigore, non è mai stata sperimentata dagli elettori.
Questa legge elettorale sarebbe la quinta è già paradossale che tutto questo accada in un paese democratico ancora più paradossale che in tutte queste leggi elettorali non si sia mai trovato il modo di restituire all'elettore la libertà di scegliersi il proprio rappresentante con una desertificazione democratica che è sotto gli occhi di tutti.
Interi territori non hanno un parlamentare di collegio, vuol dire che quando uno stabilimento chiude non ci sono parlamentari che portano la voce di quel territorio nell'aula del Parlamento, quando c'è una crisi aziendale o quando c'è un territorio che ha bisogno di un soccorso vedi un disastro idrogeologico come ce ne sono stati anche nei mesi scorsi non si trova più un parlamentare in grado di rappresentare quel territorio.
Non è soltanto ovviamente una questione di rappresentanza al territorio, è una questione profondamente intrecciata con la crisi della democrazia, più cresce la sfiducia più i gruppi dirigenti tendono a blindarsi e questo è veramente il paradosso finale per una premier che si è sempre manifestata come underdog, rappresentante del popolo schiacciato dalle élite e che invece sta firmando una legge elettorale che ancora una volta non restituisce al popolo la possibilità di scegliersi gli i suoi rappresentanti e che riduce la scelta di fatto a quei nomi di guida, ai candidati premier che e poi trainerebbero 70 deputati e 35 senatori come premio di cui gli elettori non sapranno nulla, non vedranno il volto, non conosceranno i nomi e saranno quella falange nascosta che il premier vincente porta con sé, ammesso che ci sia un premier vincente perché si rischia che neppure ci sia e a quel punto il disastro sarebbe totale.
E questo disgraziato Paese ha bisogno di tutto, fuorché di un disastro