10 Settembre 2022
10:37

Trainwreck, da Britney Spears a Hilary Clinton: ecco perché amiamo vedere fallire le star

Cosa sono le trainwreck? Perché siamo affascinati dalle cadute delle donne famose? Jude Ellison Sady Doyle lo spiega nel saggio “Spezzate”.
A cura di Francesco Raiola

Un video intimo di Paris Hilton diventato di dominio pubblico, Britney Spears che di notte si scaglia contro i paparazzi, Miley Cyrus che esibisce il proprio corpo senza chiedere il permesso agli uomini, Hilary Clinton che… che non fa nulla ma diventa il nemico pubblico numero 1 di parte degli Usa. Sono solo alcuni degli esempi di trainwreck, testualmente il deragliamento dai binari, ma nel mondo dello Spettacolo e dei media non è altro che una donna che dopo aver raggiunto la popolarità cadono in rovina, tendenzialmente "una giovane donna, carina, molto probabilmente bionda e avvolta in una patinata trasandatezza, bloccata tra il locale e lo sportello della limousine da un muro di flash. È ubriaca o fatta, nuda o in lacrime – o comunque lo sarà prima che la serata finisca. I fotografi sono lì per testimoniare la sua incombente rovina. Sono lì per farci assistere al disastro. Ecco da dove deriva il nome: proprio come quando si rallenta in autostrada perché non si può fare a meno di guardare i resti di un terribile incidente, così noi, pur sapendo verso quale orrenda e indicibile sofferenza questa donna si muove, non distoglieremo lo sguardo".

È la descrizione, una delle descrizioni, del termine trainwreck che dà Jude Ellison Sady Doyle nel suo libro "Spezzate. Perché ci piace quando le donne sbagliano" edito da TLON. Un libro che è uno spaccato di sociologia, che affonda le mani nel femminismo ("considerate questo libro come un’anatomia femminista della trainwreck” ci dice l'autore) e nel pop, che affronta il modo in cui, nella nostra società, siamo affascinati dalle storie di personaggi famosi – quasi sempre donne – che cadono, falliscono, non reggono la pressione sociale: portiamo personaggi pubblici al limite, le adoriamo mentre emergono, facciamo di tutto per farle cadere e quando succede ne godiamo, e ci riempiamo pagine e pagine di disamine col solo scopo di leggere questo tonfo da tutti i punti di vista. Succede spesso, succede da sempre, da Charlotte Brontë a Miley Cyrus, da Mary Wollstonecraft a Taylor Swift, da Britney Spears a Hillary Clinton, Spezzate racconta la storia di donne che hanno cercato di rompere le catene che le tenevano legate alla società patriarcale e per questo ne hanno pagato le conseguenze, diventando "pazze", "drogate", "ubriacone". Ma è anche un libro che partendo da questo cerca di dare una lettura diversa a queste storie.

Quello di Doyle è un viaggio oscuro, pop e a modo suo affascinante, in un mondo che toglie alle donne il potere sulla narrazione di se stesse. Pian piano anche le donne mediaticamente più forti, popolari (da Spears a Taylor Swift, per esempio) vengono riscritte dai giornali, dalle tv, dalla voglia di scandalo. Man mano che ci si addentra nel libro, man mano che lo scrittore racconta le storie di alcune tra le trainwreck più famose, o quelle che per prime hanno subito quel trattamento, ci si rende conto dell'ingiustizia del racconto, si scorge dietro quel velo patriarcale che copre la storie degli esseri umani, si racconta il doppio standard del sesso e dell'uso del corpo nella società contemporanea.

"Le ‘pazze' sono le donne che agiscono come soggetti, e non come oggetti, quelle che, invece di accettare passivamente il fatto di essere volute, agiscono spinte da un proprio volere. Vengono considerate innaturali e grottesche perché il loro desiderio esiste di per sé, e non in risposta ai bisogni dell’uomo" scrive Doyle facendo propria – probabilmente involontariamente – la lezione di Carla Lonzi sulla differenza tra la donna clitoridea e quella vaginale. L'analisi procede sia per soggetti che per temi, analizzando casi studio e argomenti, quindi la pazzia, la morte, lo stare zitte: "Per le trainwreck famose, silenzio e invisibilità sono un approdo familiare (…) Ad alcune, come Britney Spears e Amanda Bynes, il silenzio è stato imposto sotto forma di tutela legale. Con il passare del tempo persino Lindsay Lohan e Paris Hilton, pilastri dell’industria delle trainwreck, hanno perso visibilità. La ‘fama' di una trainwreck è spesso un fuoco di paglia: ci divertiamo a demolire queste donne fintantoché conservano quel poco di forza per reagire e poi ci annoiamo, come un gatto che gioca con un topolino". Altre volte, come nel caso di Amy Winehouse e Whitney Houston, il silenzio arriva solo con la morte, talvolta unico approdo che permette a chi fino a quel momento ha assistito alla parabola di empatizzare con la vittima.

Britney Spears è l'esempio lampante di quello che possiamo leggere nel libro, una donna che è diventata icona pop da giovanissima, a cui è stato chiesto di adeguarsi a certe regole (quindi, per esempio, di non opporsi alla sessualizzazione della propria immagine), le è stato fatto credere di poter conquistare il mondo e poi la si è guardata crollare sotto i colpi della fama e del gossip, fino all'imposizione della tutela legale da cui solo da poco è riuscita a liberarsi: "Le trainwreck non rappresentano solo la possibilità di vedere incarnati e prodotti in serie i nostri più comuni mostri femminili – la Puttana, l’Ex Appiccicosa, la Bella Invecchiata –, ma sono uno spioncino attraverso cui osservare le oscure correnti sotterranee della nostra cultura, le paure segrete e le occulte minacce della loro epoca". Però Spezzate ci dice anche un'altra cosa, ovvero che con l'avvento della tecnologia anche l'idea di trainwreck trasla di significato.

Oggi, infatti, il concetto si è allargato e la trainwreck non è più solo il personaggio famoso, anzi, trainwreck può essere chiunque: "Le donne comuni sono trainwreck migliori, più grandi e più incasinate. Non hanno un passato, né richiedono un investimento iniziale. Se fanno una cazzata, la loro cazzata diventa tutta la storia” scrive ancora Doyle a conclusione della sua tesi. In fondo, spiega lo scrittore, il problema non è internet, come spesso si tende a semplificare, quanto la misoginia. È tutto lì il problema: "È la misoginia a essere cattiva. La misoginia è l’arte di trattar particolarmente male le donne, peggio di quanto si farebbe con gli uomini, perché le si considera inferiori. Internet non ha iniziato questa battaglia, ci ha solo permesso di combatterla su un livello diverso". E la rete, in fondo, ha anche dato la possibilità alle voci delle donne di poter trovare spazio e ad aver fatto, per alcune di loro, da megafono permettendole di rimanere vive in un mondo in cui, come visto, questa cosa non è scontata.

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