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Serena Brancale: “Il jazz mi bloccava, il dialetto mi ha liberata. La polemica su Al mio Paese? Mi ha fatto piacere”

Serena Brancale ha raccontato a Fanpage il suo nuovo album “Sacro” in cui ha raccolto le hit, ma anche canzoni dedicati alla madre, tra tradizione, baikle funk e reggaeton. La cantante pugliese ha parlato di come il dialetto l’abbia liberata dalle sovrastrutture dello studio jazz. E per la polemica su “Al mio paese” si dice contenta.
Serena Brancale
Serena Brancale

"Sacro" non ha nulla di religioso, spiega Serena Brancale a Fanpage parlando del suo nuovo album. Ha più a che fare con la famiglia, la casa e le tradizioni che ja inserito in questo lavoro. In questi ultimi anni la cantante pugliese si è un po' liberata di alcune gabbie ed etichette che sembravano essersi incollate addosso e la tenevano semi nascosta, amatissima da chi seguiva il jazz, ma con un'evidente difficoltà da parte del grande pubblico. Poi ha gettato al vento le sovrastrutture, si è riappropriata del dialetto e di una libertà che l'ha portata a diventare in pochi anni un'artista popolare, amata e in grado di sfornare hit. Sono tutte contenute in questo "Sacro", in cui c'è il baile funk, il reggaeton ma anche le ballad, da "Qui con me" che ha presentato a Sanremo a "Maria", canzoni che parlano della madre e che sono i momenti più riflessivi di un album pensato per far ballare le persone. In questa intervista Brancale racconta questa liberazione, senza mai rinnegare il suo percorso.

Il tuo album comincia con una canzone dedicata a tua madre, "Maria", e si apre con la frase: "Sono anni che non ti diverti più". È una frase forte per iniziare un album in cui, in realtà, ti diverti molto e fai divertire chi lo ascolta.

Doveva partire con qualcosa di emozionante ma non poteva essere "Qui con me". Il testo è molto nostalgico, una salsa dedicata a mia madre. Ti ringrazio per essere attento alla tracklist, perché anch'io ci faccio molto caso: è importante che la prima canzone rappresenti tutto l'album. Questo è un disco sacro, e dico "sacro" perché c'è tanta famiglia. L'ultima traccia, infatti, si chiama "Bariamore" e l'ho scritta con mia sorella. C'è una forte circolarità, molto voluta: madre, figlia, sorella. In mezzo ci sono quattro anni di canzoni e sperimentazioni. C'è il momento del dialetto con "Baccalà" e "Magic Puglia", "La zia" non poteva mancare, ma c'è anche una ballad unica e un momento soul-gospel, perché adoro la musica Nu Soul americana.

Partire con "Maria" è stata una scelta coraggiosa, di solito si punta sul brano più conosciuto per catturare subito l'attenzione.

Esatto, solitamente si mette il pezzo forte per prendere tutti. Io non volevo partire con "Serenata" o "Anema e Core". Volevo partire con un pezzo minore per fama, ma che per me non è minore. È una salsa che ti strappa un sorriso: dico cose forti, ma si balla. Mia madre era così.

Infatti canti "Ti aspettavano tutti alla festa, ‘Maria è tornata'"

Lei organizzava, cucinava, invitava tutti e poi si metteva a ballare. E quando ballava lei, ballavano tutti quanti.

La madre è la casa per antonomasia e questo è un album che parla molto di casa, giusto?

Sì, era proprio la voglia di raccontarla. La racconto in "Magic Puglia" e in "Al mio paese" – anche se quest'ultimo è l'unico brano in cui, a livello di videoclip, ho vissuto la dimensione da fuori sede, andando a Ortigia da Claudia (Levante) e Delia. C'è tanta casa, sì. È un album molto caldo.

Come nasce questo bisogno di casa? Nasce da tua madre, ma anche dal vivere a Roma?

Nasce proprio da Roma. Vivo fuori da dieci anni e questo mi ha legata molto di più alle mie radici. Mi manca mio padre, mi mancano i nipoti, mi manca mangiare le orecchiette… cose che per me sono sacre nella loro piccolezza. Se fossi rimasta a Bari non avrei scritto "Maria" e non avrei giocato con il dialetto. È stata la lontananza a darmi il bisogno di parlare di casa.

Se non fossi andata via, forse non avresti usato il dialetto in questo modo?

Io ho fatto pace con il dialetto. All'inizio noi pugliesi cerchiamo un po' di smussare la cadenza perché ce ne vergogniamo. Andando fuori, invece, ho capito che era un punto a mio vantaggio. Lì l'ho abbracciato totalmente, con le parolacce e tutto il folklore di queste parole strane che sono arabeggianti. Se non mi fossi mossa non avrei scritto "Baccalà" e non mi sarei conosciuta abbastanza. Andandomene ho capito cosa fosse bello mettere in evidenza di me come musicista.

La canzone in dialetto sta ottenendo molta visibilità anche nel mondo indipendente. Tu però lo fai in modo ampio, portandolo a un pubblico maggiore, fondendolo con la salsa e con sonorità che richiamano il Sudamerica. Anche quella ti sembra "casa", un'altra casa.

Sì, perché lavorando con il dialetto ti rendi conto di quanto sia una lingua ricca di suoni che ricordano altre culture. L'anno scorso ero in Cina con i ragazzi, siamo stati al Blue Note di Pechino e di Shanghai. Ho provato a insegnare il barese ai cinesi ed erano perfetti, sembrava la loro lingua! Altri termini baresi, invece, suonano quasi tunisini o marocchini.

Il "sacro" è un concetto forte: ha una parte che terrorizza e una che affascina. Tu hai specificato che per te non ha un'accezione religiosa, ma familiare. In che modo, se c'è, il sacro religioso fa parte della tua vita?

Per me "sacro" non ha un significato legato alla preghiera: significa parlare di qualcosa di importantissimo per te. E poi è una parola luminosa, ha un bel suono, comincia con la "s", finisce con la "o". In questo rivedo la Serena che faceva grafica pubblicitaria e preferiva titoli corti ma potenti.

Però ha un senso di tradizione, basta guardare la copertina dell'album.

Io parlo di San Nicola, ma lo racconto come un uomo, un essere umano tra la gente a Bari. Anche nel video di "Al mio paese" arrivo a Ortigia con una caravella. Mi piace giocare con queste immagini, ma senza alcun intento religioso.

E di magico cosa c'è?

Di magico c'è solo "Magic Puglia", che parla di quanto sia magica la mia terra. È una dinamica in cui mi piacerebbe addentrarmi di più, ma con "Sacro" non l'ho fatto.

Quando nasce il personaggio della zia, diventato il tuo tag?

Io sono zia e mi sento molto zia. Però la zia è anche la signora seduta a Bari Vecchia che sta lì a guardare e a giudicare chi passa con i tacchi o con il rossetto; la donna che osserva l'altra donna. E poi mi piaceva un'altra immagine, quella di una zia di paese che fa da mangiare a tutti i nipoti, ma la sera diventa la leader della strada. È un personaggio che mi sono inventata, io non sono così.

Hai voluto fare un album da ballare. Tornando alla traccia iniziale, serve anche come contrasto all'affermazione: "Sono anni che non ti diverti più"?

Sì. L'album precedente, "Je sò accussì", era più da ascolto, non c'era un beat da ballare. Dopo quel disco avevo proprio l'esigenza di muovermi, di mettere in evidenza la Serena che si diverte, quella che fa sempre i balli di gruppo con gli amici. Volevo parlare di me in quel modo.

Prima non lo facevi?

Prima lo facevo solo in privato, non lo facevo perché avevo molte sovrastrutture dovute agli studi. Studiavo in un certo ambito jazz e non volevo essere "troppo diversa" perché temevo stonasse con il mio modo di sentire la musica. Io ho sempre amato la musica latina e quella commerciale, adoro le produzioni R&B come Jennifer Lopez o i Backstreet Boys. Però poi andavo in classe a fare l'analisi armonica degli standard jazz di Carmen McRae e non riuscivo a unire le due cose.

Poi cos'è cambiato? Come hai trovato il coraggio di liberartene?

Anche in questo c'entra il fatto di essere andata via. Richard Bona, che ha prodotto un brano dell'album, quando ha ascoltato "Baccalà" mi ha sbloccata. Io avevo tantissimo imbarazzo a fargli sentire un pezzo in dialetto, e lui invece è impazzito. Mi ha detto: "Guarda che tu non sei una cantante jazz. Non so perché in Italia ti vedano così, io da fuori ti vedo come una cantante World Music. Togliti questa idea dalla testa". Grazie all'incontro con Dropkick e altri musicisti mi sono liberata.

La copertina di Sacro di serena Brancale
La copertina di Sacro di serena Brancale

La prima volta che ti sei sentita così?

Il primo esperimento è stato la cover house di "Vieni a ballare in Puglia" di Caparezza, e poi "Guarda che Luna" con la Loop Station, dove potevo giocare con accordi jazz ma mettendo finalmente la cassa in quattro. Oggi mi sento sempre in mezzo alle cose, non sono una cosa sola. Domani mi piacerebbe fare dieci passi indietro, mettere su una band acustica con batteria e basso e riprendere gli standard jazz all'estero. Questa liberazione mi ha dato la possibilità di fare esattamente quello che voglio.

Diciamo che questa liberazione ti ha dato la possibilità di poter fare quello che vuoi. Puoi fare il baile funk, puoi fare il jazz…

Sì! E mi piace un sacco la musica spagnola, si sente tantissimo nell'album. Mi sento quasi più autentica nello spagnolo che nell'inglese, perché nell'inglese mi sento sempre un'italiana che prova a imitare gli altri. Da lì mi è venuta l'idea di prendere un brano di Beyoncé e farlo in dialetto barese: almeno ci metto qualcosa di mio, anche se fa ridere. Canto una melodia difficile, studiandola da cantante professionista, ma personalizzandola. Cerco sempre di personalizzare qualsiasi cosa.

Tutte le discussioni e le polemiche attorno al brano "Al mio paese" ti hanno fatto ridere o ti hanno infastidita?

Mi ha fatto ridere, perché io quel brano lo adoro. Non ci vedo nulla di male. Quando ho saputo delle polemiche e del fatto che ricordasse un jingle pubblicitario, ho subito fatto una storia sui social dove cantavo proprio la pubblicità, comprese le strofe. Io sono a favore della polemica: grazie, purché se ne parli! E poi oggi è difficile trovare qualcosa che non ricordi qualcos'altro, basti pensare ad Al Bano e Michael Jackson. Quello ci sta assolutamente.

Infatti il tuo è più che altro un lavoro di gioco sul cliché e sui luoghi comuni. Immagino che la cosa sia assolutamente voluta.

Sì, il gioco è esattamente quello. Io non sono una cantante politica che si schiera, non voglio parlare di temi pesanti; sono più per la melodia e per qualcosa che ti faccia stare meglio. Per me la musica è questo. Quindi i cliché per me sono bellissimi e fanno bene al cuore. Non volevo qualcosa che fosse troppo lontano dal ricordo delle signore sedute sulle sedie durante la festa patronale. Io sono cresciuta facendo un sacco di concerti nella cassa armonica delle feste di paese, ho cantato proprio con la banda. È una cosa che continuo a fare ancora oggi. Anche se ora mi è più facile cantare in un grande festival davanti a tanta gente, mi piace continuare a stare in mezzo alla dimensione del paese, con chi fa musica per davvero per la propria comunità.

Nel disco c'è un bellissimo contrasto di ospiti: da una parte c'è Gregory Porter, che abbiamo visto anche a Sanremo, e dall'altra Alborosie, che è una mega star internazionale del reggae di cui forse in Italia non ci rendiamo pienamente conto.

Esatto, diventare un grande del reggae partendo dall'Italia non è affatto la cosa più facile. Lui è stato veramente meraviglioso perché ha subito accettato, ha apprezzato il progetto e ha scritto la sua parte mentre era in tour l'anno scorso. Mi piace l'idea che ci possa essere un album con un brano insieme a Gregory Porter, il cameo di Sayf, e poi un pezzo come "Capatosta" con dentro il dialetto e il top della musica reggae mondiale.

Prima parlavi della dimensione live. Adesso come funzionerà il tour? Come si sviluppa il nuovo spettacolo dal vivo?

Il live di quest'anno è veramente magico perché siamo tantissimi sul palco, quasi venti persone tra musicisti e ballerini. C'è il trombettista Daniele Raimondi, che suona anche il sax e ha creato una sezione di fiati pazzesca registrata in post-produzione; lui ci suona sopra i soli dal vivo, creando un effetto super moderno in cui sembra che sul palco ci siano sette fiati anziché uno. Poi c'è Alessandra Tumolillo alla chitarra: la adoro perché mi ricorda molto Pino Daniele ma in chiave femminile, è una grandissima chitarrista, giovanissima e competente. Siamo otto musicisti e otto ballerini. Questo live è bello perché ha una parentesi molto andalusa; c'è un momento in cui suoniamo brani come "Fuera", "Gitana" e "Bariamore" sedute su sedie di legno a semicerchio. Siamo tutte donne, ognuna suona uno strumento con la chitarra al centro. Mi ricorda l'atmosfera dei locali sulla Rambla a Barcellona dove fanno flamenco in questa modalità, dove le donne ti raccontano delle storie con un pathos enorme e la voce graffiata.

Rispetto ai tour precedenti, si tratta quindi di uno show molto più strutturato?

Sì, è un live molto costruito. "Baccalà" è stato l'inizio dei live fatti bene. L'anno scorso con "Anema e Core" è stato un tour importante perché presentavamo il brano di Sanremo e la cover. Quest'anno invece presentiamo proprio Sacro, quindi abbiamo fatto un allestimento ad hoc inserendo altri musicisti. C'è meno sequenza elettronica e più musica suonata, che è quello che sognavo sempre di più. Ad esempio, "Baccalà" adesso non è più solo "Baccalà", ma ricorda molto lo stile di Goran Bregović grazie all'inserimento di un trombone. "La zia" è ancora più arabeggiante perché ci sono i fiati, e in "Al mio paese" la chitarra è ovunque.

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