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15 Novembre 2013
19:26

Quando Ibsen predisse “Bevi Napoli e poi muori”: intervista a Thomas Ostermeier

Thomas Ostermeier porta in scena “Un nemico del popolo” di Ibsen, un testo profetico sul biocidio e sul dibattito nato a seguito del disastro ecologico in Campania.
A cura di Simone Petrella
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È di oggi la copertina dell'Espresso che titola "Bevi Napoli e poi muori". Le copie sono già in esaurimento e il dibattito, anche attraverso i social-network, si sta diffondendo in tutta Italia, data la gravità e la portata dei dati contenuti nell'articolo.

L'omertà, il disinteresse delle istituzioni, la connivenza hanno portato in Campania a una situazione che oggi si dimostra drammatica, quasi irreversibile. Un popolo rischia di essere decimato per colpa non solo di chi ha anteposto i propri profitti al rischio di disastro ambientale, ma anche di chi ha preferito insabbiare le informazioni, rimandare, trascurare. Il governo degli Stati Uniti, per avere cura dei propri militari, ha investito 30 milioni di dollari in un'analisi del territorio campano, verificandone l'altissimo grado di inquinamento (anche in zone centrali di Napoli) e definendo delle zone in cui è assolutamente vietato agli americani prendere casa (storie che da anni girano per Napoli, oggi ufficializzate). L'acqua risulta il problema più grave, dal 57% dei rubinetti di Napoli uscirebbe acqua pericolosa per la salute; tutti dati inviati dal comando statunitense alle autorità italiane senza avere risposta. Per contraltare il nostro Corrado Gabriele, consigliere regionale, pare abbia chiesto di non rendere noti i dati minacciando una denuncia per "procurato allarme".

Bene, se la storia è costellata di artisti che intuiscono in anticipo sulla realtà la direzione che possono prendere gli eventi, in questo caso è profetico "Un nemico del popolo", testo teatrale rappresentato in Italia per la Biennale Teatro di Venezia e che al momento gira il mondo  grazie alla lucida idea del regista Thomas Ostermeier – ex enfant terrible del teatro tedesco – di portarlo in scena proprio in questo momento storico.

L'opera, datata 1822, è uno tra i meno rappresentati lavori del celebre drammaturgo Henrik Ibsen e la storia trova corrispondenze quasi inquietanti con la situazione attuale: il protagonista, nel momento in cui cerca di denunciare l’inquinamento delle acque delle terme locali, è messo al bando dall'intera comunità per timore di un crollo economico del paese. L'impulso etico del singolo individuo, ovvero di comunicare il risultato delle proprie ricerche, cozza con il progressivo abbandono delle istituzioni, degli amici idealisti, della popolazione che per paura di perdere il proprio profitto, di vedere il paese collassare o di creare un pericoloso allarme collettivo si oppongono all'idea di denunciare la cosa. Ibsen pone con una straordinaria perspicacia al centro del dibattito il giornalismo, la responsabilità dei mezzi di comunicazione nel fornire o meno le notizie.

Se il drammaturgo norvegese aveva dunque intuito e predetto un conflitto umano così drammatico, Ostermeier capisce con lucidità non solo che è il momento di raccontare questa storia, ma anche che il pubblico debba assumere in essa un ruolo attivo, che sia costretto a interrogarsi su una verità che viene sempre presentata come relativa, lontana, parte di una realtà su cui intervenire è impossibile o troppo faticoso. Il regista inserisce infatti, alla fine dello spettacolo, un momento non previsto dal testo: le luci in platea si accendono e il protagonista sul palco parla al pubblico come fosse una conferenza. il discorso che l'attore pronuncia comprende interi passi tratti da "Insurrection qui vient", il pamphlet di un collettivo anarchico circolato su internet che analizza e critica la disastrosa situazione della società occidentale . Il pubblico è invitato a partecipare al dibattito, a rispondere agli attori, a schierarsi. I personaggi rispondono agli interventi dalla sala secondo i criteri dialettici del dibattito televisivo, la verità viene offuscata da parole ambigue, da colpevolizzazioni banali, da risposte sorridenti. Alla fine un fitto lancio di palloncini di vernice, accompagnato da una musica inquietante che ci ricorda in qualche modo la scena finale del Caimano di Moretti, determina l'allontanamento del protagonista. La sala torna al buio, il mondo continua a non sapere.

Ad aprile è stato tradotto in Italia una sorta di manifesto/articolo che lo stesso regista tedesco ha formulato, in cui accusa il teatro di non avere più nessuna attinenza con la realtà, di non colpire il pubblico, di lasciare il tempo che trova. E allo stesso tempo accusa la società di totale disinteresse nei confronti di quest'arte. Dunque la scena finale dello spettacolo dà un'immagine di come Ostermeier immagini debba essere il teatro, ma allo stesso tempo di come dovrebbe essere l'uomo: partecipe, attivo, in grado di riflettere perchè ha difronte qualcosa che lo faccia riflettere; caratteristiche che non guasterebbero affatto anche difronte a disastri ambientali come quello che si sta verificando a Napoli, che forse non si potrebbero scongiurare, ma troverebbero almeno ostacoli in un'intelligenza civica più sviluppata.

Lo spettacolo è arrivato in Italia pochi mesi fa, quando la cronaca del momento si concentrava sul problema della chiusura dell'Ilva di Taranto, e si accese in sala un dibattito abbastanza animato tra gli attori e il pubblico, che appunto usava l'esempio della fabbrica per spiegare la necessità di comunicare alla popolazione immaginaria del testo di Ibsen la questione dell'inquinamento. Ci domandiamo che succederebbe se venisse messo in scena oggi a Napoli, e si desse la possibilità alla popolazione già colpita da un aumento di malattie e tumori di intervenire. Forse niente, perchè le persone sono troppo abituate a vedere il teatro come una cosa lontana dalla vita, e la realtà come un teatro borghese, anch'esso da osservare senza intervenire.

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