Peppe Gomez: “Napoli ha appeal, ma mancano strutture per i grandi concerti. I Coldplay? Martin volle il Maradona”
Nonostante Napoli sia una delle città con maggiore appeal turistico in Italia, da anni fatica a portare i grandi nomi della musica internazionale – e a volte anche di quella italiana, che sceglie Eboli – in città. I motivi sono vari, da quelli infrastrutturali a quelli culturali. Lo spiega a Fanpage Peppe Gomez, uno dei principali promoter musicali della città, colui che ha portato al Maradona i Coldplay. In questi anni, però, ha anche dato il via a uno dei progetti più interessanti del panorama, ovvero il BOP – Beats of Pompeii, che ha portato nomi importanti all'Anfiteatro del Parco Archeologico di Pompei: un luogo magico, che ha però il limite di una capienza di 2.800 posti. Nonostante ciò, lavorando con artisti di generi diversi, dal pop al rock passando per il metal, è riuscito a creare una rassegna appetibile anche da un pubblico internazionale, che quest'anno ha caratterizzato molti dei concerti in cartellone. Dalla possibile chiusura ai concerti del Maradona nel 2028 – per i lavori di ristrutturazione – ai problemi economici e di capienza delle venue per la musica, Gomez fa una panoramica sulla città e su quello che potrà capitare nei prossimi anni.
Partiamo dal BOP, si è sviluppato in base a quello che immaginavi?
Quest'anno si può dire che ho raggiunto l'80-90% del mio obiettivo iniziale. Il BOP nasce da due ragionamenti che derivano dal concerto dei Coldplay che abbiamo fatto nel 2023 e da quello di Nick Mason al Teatro Grande di Pompei nello stesso anno, uno a giugno e uno a luglio.
Perché?
Perché in quei due concerti ebbi modo di vedere che se fai dei concerti con gruppi stranieri iconici in luoghi iconici – o anche meno iconici come Nick Mason ma comunque importantissimi -, soprattutto quando c'è un legame tra l'artista e quel posto, la risposta è enorme. Il Teatro Grande non era l'Anfiteatro del Live at Pompeii, ma era comunque evocativo, anche perché Mason suonava una serie di brani registrati proprio lì dai Pink Floyd. In entrambe le occasioni venne un sacco di gente dall'estero, ma davvero tanta. Venne molta gente a Napoli per i Coldplay nelle due date al Maradona, e venne tantissima gente a Pompei per Nick Mason: in quel tour italiano Mason fece 7 o 8 date, e quella di Pompei fu una delle poche ad andare subito sold out. Aveva funzionato l'unione tra l'artista, il luogo e il ricordo storico.
L'unione tra quella venue così suggestiva e certi nomi ha dato un ritorno.
Da queste due esperienze abbiamo iniziato a pensare che, legando nomi stranieri di un certo pregio all'iconicità della venue, potevamo dar vita a un movimento di turismo musicale in grado di generare un incoming diverso da quello del classico turista che viene solo per gli scavi. Il primo anno sono partito un po' in ritardo e ho fatto otto date, di cui solo John Legend era una vera data straniera di un certo livello. L'altra era Russell Crowe, che pesava meno a livello di qualità musicale ed era più una cosa simpatica, un nome di colore. Però già con Legend si vedevano le prime avvisaglie. Il secondo anno, con Dream Theater, Nick Cave, Bryan Adams e i Wardruna, la cosa è cambiata completamente e abbiamo visto che l'idea del turismo dall'estero funzionava davvero. Cosa che poi ha raggiunto quasi il culmine con la rassegna di quest'anno.
Scegliendo anche programma che pesca non solo nel mainstream, ma anche nei generi, come il metal.
E proprio in quell'ambito e in quella nicchia che bisogna lavorare. Per dirti: quest'anno abbiamo fatto Charlie Puth, che se vai su Spotify vedi che ha 60 milioni di ascolti mensili e le prime tre canzoni da più di 2 miliardi di streaming, ma a Pompei ha fatto 2.100 paganti. Poi vai a vedere gli Opeth, i Savatage o i Marillion e ti accorgi che hanno qualche decina o centinaia di migliaia di ascoltatori mensili su Spotify e i brani più ascoltati da qualche milione di streaming, eppure fanno numeri importanti perché hanno un pubblico fedelissimo che viaggia apposta. È questo il tipo di spettatore a cui fare riferimento per la direzione artistica.
Per un posto come l'Anfiteatro del Parco Archeologico di Pompei, che ha posti limitati, uno dei problemi è anche non poter mantenere un prezzo del biglietto popolare, no?
Il prezzo popolare a Pompei purtroppo non è possibile per due ragioni. La prima è che gli allestimenti sono onerosissimi: ci sono costi come il conto terzi e i canoni di Pompei che, sommati alla produzione, fanno arrivare il costo medio della serata a livelli alti. La seconda è che ci sono 2.800 posti e oltre quelli non si va. Se uno vuole fare un nome assolutamente mainstream come Claudio Baglioni – che costa un cachet molto alto per permetterti di farlo – se suona a Caserta in un posto da 10.000 posti a sedere li ammortizzi, ma se lo vuoi fare in un posto da 2.800 posti, l'unico modo per sostenere i costi è alzare il prezzo del biglietto medio. È stato così per Cocciante e per Tropico: per lui ci si aspettava un prezzo da 35-40 euro, invece aveva un prezzo medio intorno ai 55 euro a Pompei, ma nonostante questo, vista la bellezza del posto, ha fatto due sold out.
Perché Napoli non riesce ad avere con continuità grandi artisti internazionali e i grandi tour non passano da qua? È un problema infrastrutturale?
Il problema può sembrare complesso, ma è abbastanza semplice. Se parliamo di artisti internazionali nei grandi stadi, non è che Napoli non abbia appeal in quanto città: anzi, ne ha moltissimo. Se non avesse l'appeal che ha non avremmo avuto le due date dei Coldplay o la data degli Imagine Dragons l'anno scorso, e io stesso ricevo ancora continuamente richieste per artisti stranieri. I problemi per cui non vengono a Napoli sono principalmente due.
Prego.
Il primo è la capienza dello stadio: il Maradona ha una capienza inferiore ai due stadi dove si svolgono principalmente i tour in Italia, cioè Milano e Roma. Milano fa circa 60-62.000 spettatori, Roma 65-68.000. Napoli fa 47.000. Ti staccano 15.000 spettatori da Milano e quasi 20.000 da Roma. In termini di incasso è un divario incolmabile. Oggi, purtroppo, l'unica cosa che conta sono i numeri e i soldi: è normale che Napoli sia appetibile per il paesaggio, ma i management e le agenzie lavorano con i fogli Excel, non lavorano con il Vesuvio sullo sfondo. Quindi scelgono Milano o Roma.
E il secondo?
La disponibilità dello stadio. Paghiamo lo scotto per cui la convenzione del Calcio Napoli con il Comune concede la disponibilità dello stadio per i concerti soltanto per il mese di giugno. A me hanno chiamato tantissime volte per fare concerti a luglio perché non c'erano più date libere a Milano o Roma, ma a luglio non ho lo stadio. Ho dovuto declinare a malincuore offerte per nomi importantissimi, perché dal 1° luglio lo stadio va riconsegnato per le attività calcistiche. Finché non cambia questo stato delle cose – e non cambierà -, siamo costretti a concentrare tutto a giugno.
I Coldplay e gli Imagine Dragons come sono venuti allora?
I Coldplay sono venuti per espressa volontà di Chris Martin. Lo so di per certo perché, quando venne il loro responsabile di produzione per il sopralluogo, disse che Napoli presentava una serie di difficoltà strutturali e logistiche per cui l'evento non era facilissimo da organizzare. Poi però aggiunse ridendo: "Vabbè, ma tanto io posso dire la mia finché voglio, è già stato tutto deciso da qualcuno molto più in alto di me". In realtà la band, e Chris Martin in particolare, aveva già deciso che si doveva fare Napoli e basta. E infatti così è stato.
Stadio a parte, dopo il Neapolis Festival, come grandi eventi c'è stato il vuoto, a parte qualche concerto a Piazza del Plebiscito. I napoletani devono mettersi l'anima in pace o c'è speranza per il futuro, magari sul fronte palazzetto o palasport?
Secondo me non devono mettersi l'anima in pace. Si parla molto della costruzione del nuovo palazzetto: c'è l'ipotesi nella zona del Centro Direzionale, e c'è quella nell'area dell'ex Mario Argento. Si tratta di cose di cui si parla continuamente, anche se materialmente non si vede ancora partire l'ombra di un cantiere. Però penso che i tempi siano maturi perché dalle chiacchiere si passi ai fatti. Non dico che fra tre mesi avremo un palazzetto, ma realisticamente nell'arco di 4-5 anni sì.
Parliamo di una struttura da 15 mila?
Parliamo di una struttura da 10-12.000 posti indoor, che ci permetterebbe di tornare a essere una città attrattiva per gli artisti stranieri anche d'inverno. Gli stranieri non saltano Napoli per antipatia, ma solo perché mancano le strutture adeguate. L'unica piccola difficoltà geografica è che l'Italia è stretta e lunga, e arrivare a Napoli da centro Europa allunga i trasferimenti, ma se un tour fa Roma, fare due ore in più per venire a Napoli è ridicolo pensarlo come un ostacolo. Ci arriveranno sicuramente.
Napoli è una città senza Festival, quest'anno ci ha provato il Noisy, ma è sempre un problema di location? La Mostra o l'Ippodromo di Agnano non bastano?
L'Ippodromo è molto complesso perché è troppo costoso da allestire. Quando organizzi un festival, ripeterlo anno dopo anno è difficilissimo: devi confrontarti con il mercato e con il costo degli artisti. Oggi gli artisti internazionali costano cifre sproporzionate perché fare un festival significa competere con i festival europei come Sziget, Primavera Sound o Roskilde. I festival europei strapagano gli artisti, cifre che in Italia non possiamo permetterci. Un artista medio-grande che un festival europeo paga 500-800 mila euro, qui dovresti pagarlo 150-250 mila, ma sei completamente fuori mercato rispetto alle loro richieste. Inoltre c'è un fattore culturale decisivo.
Qual è?
Quando fai un festival all'estero, la musica inizia alle 15:00 e ci sono già 20.000 persone sotto al palco. A Napoli se fai un festival che inizia alle tre del pomeriggio trovi due persone; il pubblico arriva alle 19:30 quando sta per salire l'headliner o l'artista prima. Per due anni di seguito l'Heineken Jammin' Festival pagava 200.000 euro artisti del primo pomeriggio che suonavano davanti al vuoto. In Italia e a Napoli non c'è la cultura del festival vissuto dal primo pomeriggio. Se a questo aggiungi le carenze croniche della viabilità e dei trasporti notturni (metro, treni, parcheggi), capisci le difficoltà.
A proposito di spazi, cosa succederà se nel 2028 dovessero bloccare lo Stadio Maradona per i lavori? Visto che è un luogo da 40.000 persone a data, che succede?
Probabilmente l'unica alternativa diventerà un'arena all'interno dell'Ippodromo di Agnano, che deve essere ancora approntata e che mi auguro sia pronta per il 2028. Diversamente saremmo tagliati fuori dal circuito dei concerti nazionali e internazionali. Ti dico solo che io avevo due concerti internazionali opzionati per il 2028 allo stadio e non potrò farli.
Quindi?
Bisognerà fare un tavolo congiunto con l'amministrazione comunale: se manca lo stadio, il Comune deve considerare che dobbiamo comunque accogliere 200-300.000 persone all'anno per la musica.
Ci hai detto di aver perso già delle cose, ma c'è qualche nuovo progetto a cui stai lavorando per il futuro?
Al di là del BOP, sto accarezzando da un paio d'anni un progetto di Festival, ma è solo un'idea abbozzata. Voglio riprendere l'idea di portare un festival o comunque una rassegna di artisti stranieri a Napoli già dal 2027. Magari partendo prima in forma sciolta con singoli concerti, per poi aggregarli in una rassegna o in un festival di due-tre giorni. Più che un'idea è un proponimento: un'idea viene e passa, un proponimento ritorna finché non si trasforma in un progetto concreto.
E qual è il ruolo di Piazza del Plebiscito in questa mappa di venue cittadine?
Secondo me, con tutte le polemiche che la circondano, Piazza del Plebiscito resta uno dei posti più belli del mondo e non si può non considerare tra i luoghi di spettacolo. Bisognerebbe farne un esempio di rassegna cross-genre in cui convivono la musica napoletana, il mainstream, l'indie pop e lo straniero. Penso a quello che è stato fatto con Fred Again…
Per chiudere: qual è il sogno che hai già realizzato e quello che vorresti realizzare?
Il sogno realizzato è sicuramente il concerto dei Coldplay a Napoli: non è la mia band preferita in assoluto, ma è stato l'evento più grande e bello che abbiamo fatto in vita nostra. Il sogno da realizzare è sempre il prossimo concerto che non ho ancora fatto. Se penso a Pompei e alla magia di quel luogo, ho due desideri molto diversi: il primo sono i Phish, una band che adoro e di cui sono un fan sfegatato essendomi formato con la cultura delle jam band e dei Grateful Dead (sarebbe un concerto da quattro ore meraviglioso). Il secondo sono i Portishead: portare il sound trip-hop di Bristol in mezzo a quelle pietre antiche creerebbe un contrasto pazzesco.