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Nello Daniele: “Geolier porta Pino ai giovani. Napoli? Grande scuola musicale, ma oggi dominiamo ovunque”

Nello Daniele si racconta: il ricordo di Pino, il dolore per la perdita dei fratelli, il brano “Regina d’a speranza” e l’elogio alla nuova scena napoletana con il tributo di Geolier in “Tutto è possibile”.
A cura di Vincenzo Nasto
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Nello e Pino Daniele
Nello e Pino Daniele

Nello Daniele si è raccontato nell’intervista a Fanpage.it dopo l’uscita negli scorsi mesi di "Regina d"a speranza”, brano in collaborazione con Lina Simons. Il cantautore ha tracciato un ponte tra il Neapolitan Power di suo fratello Pino Daniele e le nuove generazioni che descrivono l’anima di una città "che non si spezza". Poi "Je Sto Vicino A Te", il memoriale al Palapartenope che ha vissuto la sua decima edizione, l’ultima che vedrà proprio Nello Daniele come organizzatore: "Per dieci anni l’ho organizzato, mettendo insieme gli amici e i migliori artisti nazionali e internazionali a scopo benefico. Non è stato facile, ma l’anno scorso è stata l’ultima edizione; era giusto così". Poi il ricordo di Maradona e il tributo di Geolier con "Tutto è possibile": "La nostra Napoli è rappresentata dai grandi e dai giovani. Già lo era partendo dai Co'Sang, e oggi ci troviamo ancora ad altissimi livelli. Poi c’è Geolier. È un ragazzo che viene dal nulla, ma guardando i suoi video a 12-13 anni capivi che il sogno del ragazzino si sarebbe avverato. Fa numeri incredibili e parla ai giovani dai 10 ai 30 anni; parla la lingua che i ragazzi vogliono ascoltare oggi”. Qui l'intervista a Nello Daniele.

Come si inserisce "Regina d"a speranza" nel grande cerchio del Neapolitan Power?

È un brano dedicato alle donne, un omaggio. Mantiene la tradizione: è un pezzo tradizionale ma allo stesso tempo moderno. Ho riconosciuto una somiglianza profonda tra le donne e l’essenza di Napoli.

In che modo?

La città compie 2500 anni e ha subito tantissimo, ma rimane sempre lì; è una forza che non si spezza. Napoli per me resta un bene prezioso, credo per tutti. Mi sono identificato in essa mantenendo sempre la tradizione e quel solco mediterraneo. Volevo dare un segnale: è un pezzo d'amore per la propria realtà, ma anche per quello che sta succedendo oggi.

Come si inserisce Lina Simons in questo brano?

Non è solo un omaggio alle donne o alla nostra Napoli, può essere dedicato anche ai nostri figli. E chi meglio di Lina Simons poteva trasmettere questa emozione, anche dal punto di vista di chi vive lontano? È cresciuta a Napoli, ma vive a Londra; non è la classica napoletana, è una rapper che piace tanto.

Come sta cambiando la musica napoletana?

La musica napoletana moderna nacque con Carosone: Renato faceva già un certo tipo di musica con la nostra lingua madre, aprendo la strada a tutti, incluso Pino. Inoltre, anche queste nuove generazioni cominciano a conoscere Pino e gli altri: da Eduardo a Luciano De Crescenzo, la Nuova Compagnia di Canto Popolare, il grande James Senese. Poi c’erano i centri sociali: la nuova scuola ha visto i 99 Posse, i 24 Grana, i Bisca. C’era un grandissimo movimento e l’attenzione sulla musica era altissima, sia in Italia che all’estero.

Sento un po' di nostalgia.

C'è nostalgia, ma io dico che oggi Napoli vive un momento molto particolare, come nel calcio. Io sono un grandissimo tifoso, sono stato un ultrà molto impegnato. Poi mi sono trovato nella musica: il primo disco l’ho fatto a 33 anni, ma il mio obiettivo iniziale era il calcio. Mi divertiva e ancora oggi per me viene prima lo sport. Ho iniziato a suonare per hobby e la cosa bella è che non ho mai avuto l’ansia del risultato. Mi ritengo uno dei tanti fan degli artisti che ti ho citato. C'è Enzo Gragnaniello, ci sono grandissimi musicisti come Tony Esposito, Tullio De Piscopo, Antonio Onorato.

E oggi?

Oggi la nostra Napoli è rappresentata dai grandi e dai giovani. Già lo era partendo dai Co'Sang, e oggi ci troviamo ancora ad altissimi livelli. Poi c’è Geolier. È un ragazzo che viene dal nulla, ma guardando i suoi video a 12-13 anni capivi che il sogno del ragazzino si sarebbe avverato. Fa numeri incredibili e parla ai giovani dai 10 ai 30 anni; parla la lingua che i ragazzi vogliono ascoltare oggi. Va forte, ma non solo lui. È chiaro che non possiamo parlare di una Napoli di quarant'anni fa.

In che senso?

Se andiamo ancora prima, la canzone napoletana è stata sempre la prima nel mondo. Parliamo di Salvatore Di Giacomo, di Eduardo Di Capua. La canzone più famosa al mondo, "‘O Sole Mio", è napoletana. Quindi la nostra musica è sempre stata culturalmente dominante, cambiano solo le epoche. Prima c’erano i classici, poi c’è stato Pino Daniele. Ma adesso, la nuova Napoli è rappresentata da quello che i giovani vivono oggi: ci sono semplicemente nuovi eroi. Bisogna apprezzare questi ragazzi. Secondo me per loro è anche più difficile, perché vengono criticati, ma è giusto che abbiano il loro pubblico. Geolier riempie gli stadi e fa numeri. Viene dal nulla ed è primo in classifica dappertutto.

Come l'hai vissuta la collaborazione in "Tutto è possibile"?

Vorrei sottolineare che magari i quindicenni di adesso non conoscevano nemmeno Pino e lo stanno conoscendo anche attraverso Geolier. Per me lui è vivo e abita tra i vicoli di Napoli, nei negozi, nei ristoranti. Ha lasciato una traccia indelebile. Io mi ritengo fortunato ad essere stato suo fratello. Avrei preferito non essere "Daniele" solo perché il cognome mi ha portato via un mito, oltre che un fratello. Tutti lo amano. Ma per fortuna sono suo fratello; nello stesso momento, però, vorrei tornare indietro.

Perché?

Perché insieme a lui ho perso altri due fratelli. Lo dico non solo come musicista: sono stata fortunato nella vita a essere fratello di Pino Daniele e non avrei preferito diversamente. Ma allo stesso tempo anche di Salvatore e Carmine. La cosa più triste è che se ne sono andati via troppo presto. È difficile avere un amico o un fratello che tutti amano ancora così tanto. A volte ho pensato che avrei preferito non essere un Daniele per non vivere un lutto pubblico.

Come hai vissuto invece la tua carriera musicale, proprio nell'ombra di tuo fratello?

La gente ti chiede continuamente com’è essere suo fratello. Io questo l’ho vissuto da quando avevo cinque anni. L’abbiamo sempre vissuto, non solo quando facevo il giornalista o portavo Pino dai giocatori del Napoli. A 24-25 anni ho incominciato a raccontare la mia storia col primo disco, nato al centro storico di Napoli. Sono umano e ho scritto che la musica ci ha salvato. Avendo una colonna così importante come Pino, ero attratto da questa cosa però non ho mai avuto l’obiettivo fisso della carriera. Quando sono stato primo in classifica nel '98 con un brano, ho pensato: "Non si sa mai".

Napoli è stata anche un grande centro di trasmissione culturale, di influenza che incide poi nelle corde musicali della città.

Napoli è una grande capitale culturale e musicale, partendo da Carosone e senza tornare alla canzone classica famosa in tutto il mondo. Prima c’erano solo i classici d’amore, Sergio Bruni. C’è stata una grande scuola. Poi ci sono stati i gruppi importanti: gli Almamegretta, i Bisca, James Senese, i Napoli Centrale. Pino in questo fermento è riuscito a crescere, ma anche a fare crescere la città: era un’altra Napoli. Oggi, grazie a questa cultura, i rapper italiani non sono da meno di quelli americani. I napoletani usano la lingua napoletana, non il dialetto, che dà la possibilità di esprimersi al meglio.

Com'è cambiata invece la lingua napoletana, proprio nel contesto musicale?

Prima era dialetto napoletano puro, usato nel canto popolare e nella Nuova Compagnia di Roberto De Simone. Poi è cambiato. Carosone lo usava sullo swing, in modo più "allegretto". Però credo che Pino sia stato quello che ha attinto ascoltando anche i dischi americani che arrivavano al porto o nei locali americani. C’erano grandi gruppi americani che suonavano qui. Pino a 16 anni abitava a Santa Maria La Nova. Pino era un musicista completo, gli piaceva sperimentare tutto. La gente a volte si lamentava perché non cantava abbastanza i classici, ma lui diceva: "Non posso cantare sempre le stesse cose". I ragazzi che oggi portano il rap cantano anche Pino. Geolier ha cantato Pino ed è stato una figata, perché è il mezzo più potente per arrivare ai giovani. Pino unisce quattro generazioni. C’è un po’ di nostalgia di quella Napoli, la Napoli di Maradona e di Pino, ma adesso c’è la Napoli del terzo Scudetto. Viviamo di calcio ogni giorno. E a livello turistico senti parlare americano, inglese, spagnolo; Napoli è la capitale del turismo in questo momento.

Ma c'è ancora chi cerca di strumentalizzare l'uso del dialetto.

Ho notato una cosa brutta: ieri criticavano Geolier per il fatto che parlasse in dialetto o non sapesse l’italiano perfetto: ma lui canta in napoletano. Vedere ragazzi in tutta Italia che cantano in napoletano è incredibile.

Tu sei cresciuto nel centro storico di Napoli. Mi incuriosisce capire com’è stato crescere in quell'ambiente con i tuoi fratelli. C’è un’immagine o un aneddoto che rappresenta quel periodo?

Sono cresciuto tra San Giovanni Maggiore, Santa Chiara e via Pignasecca. Ho dedicato anche un pezzo al quartiere San Lorenzo. Siamo nati nel quartiere del Porto. Lì sono nati i grandi movimenti degli anni '70. C’erano i centri sociali aperti, movimenti come i 99 Posse, i Bisca. Pino incominciava a suonare lì. Alla Sanità c’erano Enzo Avitabile con De Rienzo, Rino Zurzolo. Cominciavano i primi movimenti. Nessuno ci credeva all’inizio. Dopo Carosone non c’era stato molto, poi nacque Pino col primo disco. Nessuno se lo filava all’inizio!

Poi cos'è cambiato?

C'era un movimento strano, diverso musicalmente. Andavamo sempre alle Feste dell’Unità. Il centro storico è sempre stato il fulcro. A noi piaceva la musica ma anche il calcio. Si ascoltava la canzone napoletana, poi arrivarono James Senese e i Napoli Centrale. Pino imparò a collaborare con James. Poi toccò a Pino Daniele con grandissimi musicisti: Tony Esposito, Tullio De Piscopo e si formò un supergruppo. Nacque un movimento forte, anche politicamente.

Nello Daniele e Pino Daniele
Nello Daniele e Pino Daniele

Un movimento d'unione, d'aggregazione.

Eduardo De Filippo diceva che i napoletani uniti spaccherebbero il mondo. Non siamo secondi a nessuno. La scuola genovese, come quella di Tenco (che Pino ammirava), e quella bolognese ammirano la nostra scuola. La felicità esiste dentro ognuno di noi, è la pace interiore. L’importante è non pensare a quello che gli altri pensano di noi. Se facciamo questo, stiamo bene tutti. Bisogna misurare la felicità non nella ricchezza, ma nella speranza.

E invece, calcisticamente, come hai vissuto la Napoli di quegli anni, quella di Maradona e Ferrara? E cosa ha significato lo stadio dedicato a Diego e il fatto che spesso il suo nome venga associato a quello di Pino?

Io facevo parte del Commando Ultrà Curva B, i CUCB, con Palummella. Eravamo tutti uniti, era un movimento importante. Ho vissuto quegli anni da tifoso. Ancora oggi il calcio napoletano ce l’abbiamo nel sangue. Mi alzavo il lunedì per pensare alle coreografie della domenica successiva. Si preparavano coriandoli e coreografie per tutta la settimana. Quando arrivò Maradona a Napoli, andavo a prenderlo. Lo portavamo a giocare a carte, stava con i ragazzi che lavoravano. Maradona giocava in porta con i bambini mentre non parlava con i grandi dirigenti. Questo è Maradona. Qualcuno lo ha conosciuto dopo, ma noi l’abbiamo vissuto. Non ha mai voluto scrivere nulla contro Napoli, anzi. Quando si avvicinò allo scudetto del '90, io lo portai per la prima volta a casa di Pino. Eravamo tutti giovani. Andavo a prenderlo agli allenamenti a Soccavo.

Insieme a Pino, è un simbolo della città.

Chi non ha visto giocare Maradona si è perso qualcosa. Anche se lo vedevi raramente in giro, era un marziano. Ha giocato anche quando non stava bene. È stato il più grande di tutti. Per Napoli, Maradona è come San Gennaro. I murales sono per Maradona, Troisi e Pino: queste sono le icone che restano. C’era l’idea di mettere insieme tutti. Diego si era avvicinato al Napoli e voleva chiamare tutti quanti. Poi è nato il Memorial per Pino.

Che tipo di esperienza è stata?

Per dieci anni l’ho organizzato, mettendo insieme gli amici e i migliori artisti nazionali e internazionali a scopo benefico. Non è stato facile, ma l’anno scorso è stata l’ultima edizione; era giusto così. Ormai Pino è celebrato ovunque: dalle cover band ai grandi artisti come Vasco Rossi.

Quali ricordi hai degli artisti che hanno omaggiato Pino insieme a te?

Quanti amici in questi dieci anni! Non puoi chiedere sempre anche a loro di partecipare, ma l’hanno fatto. Gli artisti italiani ci sono stati tutti: Mario Biondi, Fiorella Mannoia, ogni anno cambiava. Quest’anno è stato uno show eccezionale. C’erano Eugenio Finardi, i Tiromancino, Mario Biondi, Nina Zilli, ma anche i Negrita. Senza dimenticare Dodi Battaglia, Michele Zarrillo, Lina Sastri, Peppe Barra, Teresa De Sio, ma anche Enzo Avitabile, Gragnaniello, Eugenio Bennato e la Nuova Compagnia di Canto Popolare. Tutti in questi dieci anni hanno voluto omaggiare Pino.

Quale sarebbe stato il futuro di Pino?

Lui aveva capito tutto in anticipo. Parliamo di oltre quarant’anni di carriera. I grandi artisti stranieri incorniciavano Pino nel percorso della cultura moderna. Lui combinava stili, passava dalle sonorità arabe a quelle ecuadoregne. Ha fatto dischi computerizzati come "Medina". Collaborava con tutti, anche con Jovanotti. Non perdeva mai la melodia, nemmeno quando sperimentava, come in "Bella ‘mbriana". È passato dal sound cubano al rock, al blues. E ultimamente stava ritornando al suo passato, stava studiando. Dietro a un grande musicista ci sono grandi tecnici e ore di studio. Pino stava sperimentando: voleva fare un tour nei teatri solo con la chitarra classica e canzoni napoletane, un disco tutto napoletano classico. Studiava quattro ore al giorno in quel periodo, fino a pochi giorni prima della fine.

Napoli oggi è cambiata, è diventata un centro turistico mondiale. Credi che sarebbe più difficile per un artista come Pino raccontarla oggi?

Prima eravamo "disturbati" dai pregiudizi, c’era questa paura che volevano metterci addosso. Ora qualcuno capisce che Napoli sta dominando nello sport, nella cultura, nella storia, ci vogliono bene. Oggi Napoli è ovunque, anche al cinema, ma non è più una Napoli anarchica. Pino viveva la Napoli di notte, conosceva tutti i movimenti. Era molto aperto ultimamente. Forse il napoletano non esiste più come entità unica, siamo tutti uguali ormai. Ma abbiamo la necessità di essere napoletani, di suscitare interesse senza preoccuparci di quello che dicono gli altri. Al Nord magari c’è solo invidia. Se potessi fare un’invenzione per diventare napoletano, farei pagare un biglietto! Tanti vorrebbero prendere casa qui, fronte mare: tra queste persone ci sarebbe sicuramente Lucio Dalla.

Come si riescono a unire il mondo di Pino e quello degli artisti che adesso cercano di interpretarlo? Cosa ne pensi dei puristi che storcono il naso di fronte a versioni moderne?

Io penso che se un artista ci mette la sua anima, va bene. Emanuele (Geolier) ha fatto una cosa diversa, non alla Jovanotti, ma Pino permetteva a tutti di mettere la propria voce dentro i suoi brani. Quel brano in particolare è emozionante, l’immagine di Pino non aveva bisogno di conferme, ma lui l'ha fatto lo stesso per onorarlo. È come in America, quando i grandi rapper omaggiano i classici. Tanti fan puristi magari storcono il naso, ma Pino è un artista che, come Maradona, appartiene a tutti. Se c’è un ragazzo che fa impazzire i giovani e porta Pino ai venticinquenni, ben venga. Mi fa ridere quando criticano gli artisti con nuove idee: questa è la vera giovinezza. Gli americani hanno creato questi generi, noi li stiamo adattando.

Se avessi la possibilità di fargli un'ultima domanda in questo momento?

Gli chiederei: "Sei riuscito a fare quello che volevi?". Aveva già previsto quello che stava accadendo con la musica. Aveva già collegato il suo "jack". Secondo me lui oggi continuerebbe a fare Pino Daniele. Si stava già orientando verso quella dimensione da musicista puro, una dimensione di gioia. Aveva suonato con tutti i più grandi al mondo: voleva tornare alle origini e fare il chitarrista classico. Questo è quello che credo e ci avrebbe messo il cuore. Voleva fare una scuola di musica per tramandare il Neapolitan Power: forse è nostalgico per chi ama la musica suonata con i "quattro strumenti", ma lui ci sarebbe riuscito. Amava anche quello che lo circondava. Diceva: "La musica non è gareggiare".

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