Una settimana fa, come succede spesso agli scrittori e a chi si occupa di libri, sono stato contattato per la presentazione di un importante autore internazionale. Non ero sicuro di accettare, temendo di non esserne all'altezza, ma gli organizzatori mi avevano subito tranquillizzato: "Ci sarà Francesco Durante con te". E io, conoscendone le capacità oratorie e la profonda cultura, oltre alla discreta intimità dovuta alle tante occasioni che in questi anni mi avevano portato a incrociarne i passi, ho accettato con cuore più leggero. Un mese prima, discutendo con una storica impresaria teatrale di un incontro letterario a cui avrei dovuto partecipare, lei chiuse la telefonata dicendo: "Ne parlo con Francesco e ti dico ". Pochi giorni prima, preparando la scaletta settimanale di una trasmissione radiofonica con cui collaboro, in redazione ci siam guardati e ci siam detti: "Su questo chi potremmo sentire? L'unica è chiamare Francesco Durante."

Questi piccoli e parzialissimi aneddoti mi sembrano adeguati per provare a raccontare la presenza e la consuetudine di Francesco Durante all'interno del panorama culturale, nazionale, meridionale e, in particolare, campano. Motivo per cui, probabilmente, a due giorni dalla tragica scomparsa, a soli 66 anni, il cordoglio e lo sconforto tra amici, scrittori, editori e lettori è così grande e rappresenta, a maggior ragione per l'epoca che stiamo vivendo, qualcosa di straordinario. Non c'è mai un momento giusto per morire e di certo la scomparsa di un uomo così elegante, di tale e profonda cultura, ancora nel pieno della vita, che solo pochi giorni fa aveva partecipato all'ultima presentazione, è davvero qualcosa che ci lascia ammutoliti. Perché Francesco Durante ha recensito i libri di tutti noi. Perché ci ha invitati a uno, se non più, dei tanti festival e rassegne con cui era in contatto, di cui era il direttore artistico, se non addirittura l'inventore. Era un peso massimo, insomma, uno di quelli che il titolo se l'era guadagnato, con eleganza e per meriti sul campo, a suon di vittorie.

In molti in questi giorni ne hanno ricordato l'importanza nel mondo del giornalismo culturale, della critica letteraria, del contributo pionieristico che ha saputo dare alla diffusione di alcuni tra i più importante e celebrati autori nordamericani nel nostro Paese, il suo lavoro di consulente, editor, talent scout, traduttore, professore universitario, editorialista, direttore artistico e organizzatore culturale. Per quanto mi riguarda su tutte resterà l'essere stato depositario – forse perché dalla sua Capri si era mosso in lungo e in largo – di una vocazione cosmopolita che gli ha permesso con scioltezza e senza timore di restarne invischiato, come è successo a tanti, di affrontare anche i nodi di quella complicata identità napoletana. Su cui ha ragionato, per esempio, dando forma a un libro fondamentale come "Scuorno", che per molti di noi che attorno a quel dilemma si son soffermati, rappresenta a suo modo una summa e un punto di ripartenza fondamentale. O nei suoi editoriali sulla città. L'anno scorso, ad esempio, ci trovammo in disaccordo sui diversi esiti estetici della recente produzione cinematografica partenopea, per lui troppo "gomorrizzata". Al di là di ciò che ognuno pensa, forse sarà questo cosmopolitismo la vera eredità culturale di Francesco Durante negli anni a venire. Provare a rilanciarne la sfida in una parte di mondo troppo spesso ripiegata sui suoi stilemi e sui suoi luoghi comuni, aprendola al mondo e a una dimensione sempre più internazionale.