Manuel Agnelli: “Sfigato prima di X Factor? Falso, migliaia dagli Afterhours. Uso i soldi del talent per i giovani”

Manuel Agnelli, leader degli Afterhours, è uno dei cantanti simbolo di una generazione. Ma essere simbolo porta onori e oneri e non poco odio. Il cantante, infatti, contribuì a portare una scena fuori dall'ombra e negli anni '90 costruì insieme ad altri un vero e proprio movimento, che portò ad album che hanno segnato la storia musicale italiana e a progetti comunitari, come Tora! Tora! che vedevano migliaia di persone ai concerti. Agnelli è l'artista che fu famoso due volte, perché dopo che gli Afterhours sono diventati parte fondamentale di un immaginario collettivo ha trovato una seconda popolarità, più estesa e mainstream con la partecipazione a X Factor come giudice: "Avevamo costruito una scena alternativa che viveva di vita propria (…). I soldi di X Factor? Mi hanno insegnato che i mezzi sono utili sempre se li utilizzi nella maniera giusta"
Un'esperienza che lo ha formato, di cui non si lamenta e che gli ha regalato un'ulteriore stabilità economica che gli ha permesso di investire in progetti culturali come Germi, locale di contaminazioni artistiche e culturali e da poco anche di "Sogni dal futuro", un progetto triennale dedicato alla nuova scena musicale italiana, che vuole sostenere una nuova generazione di autori, autrici, musicisti e musiciste, con concerti e formazione: "I giovani hanno scoperto la potenza di un concerto vero, dove il pubblico non è passivo". Il locale milanese farà da luogo di scouting e successivamente un Tour, che porterà ogni anno 12 progetti musicali selezionati nei club di otto città italiane: Milano, Roma, Bologna, Napoli, Palermo, Taranto, Pesaro e Torino. Di questo progetto e tanto altro ne abbiamo parlato con Agnelli.
Partirei subito da "Sogni dal futuro" e da questa idea di ripartire dai club, dalla musica suonata, da un’abitudine che a un certo livello abbiamo perso.
Il punto è che noi l’abbiamo persa, ma questi ragazzi in realtà ci arrivano per la prima volta, quindi non si tratta di tornare a un'attitudine ma di aiutarli ad arrivarci. A vivere una situazione che noi abbiamo già vissuto, in un altro mondo e in un altro modo, però sappiamo come si fa.
E come si fa?
Non mi sono svegliato una mattina e ho deciso che sarebbe stato così. Sono andato parecchio in giro, perché mi sono da sempre interessato comunque a quello che mi succede intorno. In più, mia figlia ha cominciato a suonare, suona in una band e sono andato a vederla in diverse situazioni. E ho scoperto che la tendenza di questa generazione è quella di ricominciare a trovarsi fisicamente in un posto, perché intanto hanno scoperto la potenza di un concerto vero, dove il pubblico non è passivo e non subisce uno spettacolo, come invece nei grandi eventi ormai sempre più spesso succede.
Quindi secondo te è proprio da lì che bisogna ripartire, dal tornare a vivere la musica in presenza?
Quello che vivono loro è un’esperienza comune fra il pubblico e chi suona, per cui c’è una partecipazione. E anche le manifestazioni degli ultimi mesi – politiche o meno – sono un segnale che questa generazione non vuole più stare chiusa a casa, illudendosi di partecipare alla vita pubblica schiacciando dei tastini, ma ha ripreso, anche con un po’ di responsabilità, devo dire, nel metterci la faccia ed esserci fisicamente. Secondo me è proprio un desiderio di cambiare le dinamiche che li rendono infelici. Perché la verità è che questa grande rivoluzione di internet ha prodotto, per adesso, un sacco di infelicità nella gente.
Il mondo dei club non è sparito ma è completamente cambiato: cosa si è perso e cosa si è guadagnato in questi anni, in questo passaggio?
I discorsi sono tanti e non voglio fare il sociologo dei poveri, però è quello che ho visto guardandomi in giro e avendo 60 anni, quindi un minimo di esperienza ce l’ho, soprattutto nel nostro ambiente. La generazione fra la nostra e questa, cioè la generazione di mezzo, ha usato tutto quello che noi avevamo contribuito a costruire senza apportare niente di nuovo: l'ha consumato e, in questo senso, l’ha un po' spento. È normale che una generazione si metta contro quella precedente, però in questo caso, secondo me, hanno buttato via un'esperienza sociale enorme.
Di quale esperienza parli?
Quello che avevamo costruito noi era una scena alternativa che viveva di vita propria, cioè che non aveva bisogno di andare sui media. Infatti in televisione e radio si andava pochissimo, ma anche sui quotidiani. Però, e ci tengo a sottolinearlo, non eravamo invisibili: in realtà avevamo migliaia e migliaia di persone ai nostri concerti. Il nostro record personale è stato 146 concerti in un anno, nel 2006, ed era dieci anni prima che io andassi a X Factor, per dirti. Questa cosa ci tengo molto a sottolinearla, perché c’è la leggenda che prima di X Factor io fossi uno sfigato, che nessuno mi pensasse.
Sei uno dei pochi che è stato famoso due volte: prima con gli Afterhours, quando siete diventati un gruppo di riferimento della scena e poi successivamente con X Factor.
La nostra notorietà – come quella di altri gruppi della nostra generazione – non era di 50 persone nei club. All’inizio sì, certo, ma poi facevamo migliaia di persone. Anzi, la nostra generazione di musicisti faceva più gente negli anni '90 e nei primi 2000 rispetto a quelli che andavano in classifica: noi, dal vivo, facevamo più pubblico di chi invece passava in televisione e in radio. E questa è una cosa che non si racconta quasi mai, perché all’industria non conviene raccontarla.
E all’epoca ti permetteva anche di spostare gente, penso al Tora Tora.
Con il Tora Tora facevamo dalle 10 alle 40.000 persone. A Fossacesia abbiamo fatto 40.000 persone sulla spiaggia: cioè non sono numeretti, considerato che non andavamo sui media.
Questa è una riflessione che sto facendo spesso ultimamente: forse tra le cose che oggi è più difficile ottenere è l’ingresso di una band come la vostra e di te, in particolare, nell’immaginario collettivo…
Guarda, io sono d’accordo con te per diversi motivi, perché con internet c’è stata proprio la condanna a morte del mistero. Oggi sappiamo tutto di tutti, mentre una volta l’immaginazione giocava un ruolo fondamentale, proprio perché non c’è niente di meglio della nostra immaginazione per farci coinvolgere emotivamente. La promozione, il marketing esistevano già, esistono da sempre, però erano volti ad alimentare la fantasia della gente. Adesso sembra invece che siano volti a togliergliela, quella fantasia, e a dargli delle certezze che in realtà, secondo me, sono controproducenti, perché tolgono interesse. È vero che abbiamo la possibilità di accedere a più cose, ma questo non vuol dire che lo facciamo. Possiamo accedere a tutta la musica del mondo, ma proprio perché è lì a portata di mano, poi non ci andiamo. È come se fossero più importanti le quantità di dati che abbiamo a disposizione rispetto al contenuto stesso.
Perché secondo te questa sovrabbondanza non si traduce in una maggiore curiosità culturale?
Perché questi ragazzi possono accedere a qualsiasi musica, dal tropicalismo a quella maliana, ma sono pochissimi quelli che utilizzano il mezzo per questo. Le invenzioni sono sempre usate dall'uomo, possono essere fantastiche, ma siamo noi che le usiamo bene o male. Questa fame di "mettersi a novanta" nei confronti delle novità tecnologiche l'ho sempre trovata grottesca, un segno della disperazione e della pochezza dell'essere umano. Il fatto che si inventi qualcosa non vuol dire per forza che dobbiamo seguirlo, anche perché ci sono conseguenze negative che bisogna gestire con responsabilità.
Una cosa che mi incuriosisce è che nelle tue interviste post X Factor non hai mai avuto problemi a dire che la TV ti ha permesso di mostrare il tuo vero io, ma non hai mai nascosto che l'hai fatto anche per soldi, e che quei soldi ti sono serviti per lavorare ai tuoi progetti futuri, come Germi. In un mondo in cui si ha paura di parlare di soldi, tu non l'hai mai nascosto.
Fa parte dell'ipocrisia di questo paese demonizzare i soldi per poi fare qualsiasi cosa per averli. Io ho rinunciato a molti più soldi rispetto a quelli che ho guadagnato; ho detto di no a un sacco di offerte che mi offrivano economie enormi per scelta personale. Per i soldi a cui io ho rinunciato, molta della gente che mi critica ucciderebbe tranquillamente. Fa parte dell'ipocrisia a cui ormai mi sono abituato. La verità è che conosco tantissimi musicisti americani, anche di una fascia integralista, che mi hanno insegnato che i mezzi sono utili sempre se li utilizzi nella maniera giusta.

Quindi il denaro e i grandi mezzi di comunicazione non sono necessariamente il "male", ma diventano strumenti per alimentare l'indipendenza futura?
Esatto, quello che vorrei insegnare a questi ragazzi è che devono essere integralisti con la loro musica, il loro linguaggio e la loro idea, ma poi devono andare dappertutto a portare la propria visione, mantenendo la loro personalità. Devono essere in grado di procurarsi, con ogni mezzo necessario, la possibilità di raccontare qual è la loro visione. Che è l'altra cosa che sono andato a fare a X Factor: era l'unico programma in televisione dove si poteva parlare in maniera approfondita di musica e io sono andato a raccontare una visione radicalmente diversa da quella che i media e il mercato stanno raccontando in questi anni.
Sei riuscito a fare almeno la metà di quello che ti eri prefissato?
Ma io vi sfido a trovare un qualsiasi punto di una mia intervista dove dico che volevo "cambiare il mondo" o "cambiare il sistema" andando a X Factor. Non l'ho mai detto. Per me non era una questione di cambiare il sistema. Dopo tanti anni di esperienze, anche frustranti, con certe dinamiche dell'informazione – dove nonostante i numeri siamo sempre stati un po' snobbati dalla stampa ufficiale – sono andato da solo a trovarmi questi megafoni. Me li sono costruiti. X Factor è stata un'occasione, come lo era stato Sanremo prima, per poter raccontare cosa pensavo. È anche un mio dovere, oltre che un diritto.
E a cos'altro ti è servito?
È stata una grande occasione per imparare a stare in mezzo alla gente, senza cambiare una virgola del mio carattere o della mia visione. Il problema vero è che tutto il mio ambiente, quello alternativo, si è autoghettizzato per paura di sporcarsi, per inesperienza o mancanza di carisma. Questa cosa ha portato alla morte di una realtà che era molto importante per la musica italiana. Ora voglio insegnare a questi ragazzi a non autoghettizzarsi: stare in mezzo alla gente anche pensandola in maniera diversa. La televisione mi ha permesso di farlo ed è stata una cosa che mi ha cambiato la vita in meglio.
Nessun aspetto negativo?
L'unica cosa negativa è la visibilità popolare: certo, è quella che mi dà energia positiva per strada, ma è anche quella che mi mette troppo facilmente a bersaglio della "macchina del fango", che oggi è il sistema per zittire le persone. Bisogna imparare ad amministrarla, e credo di averlo fatto.
Rispetto a quello che dicevo prima sul fatto che sei stato "famoso due volte", forse hai vissuto le stesse cose con ampiezze diverse: prima eri diventato fastidioso nel mondo indie perché avevi successo, e ora l'hai rivissuto in modo più forte.
La mia grande fortuna è stata arrivare in televisione da grande, a 50 anni. Avevo già vissuto quelle cose un pelo più in piccolo ed ero già preparato ad affrontarle sia per esperienza che per anzianità.
Poi sei stato colui che ha dato vita alla possibilità del più grande progetto italiano uscito all'estero negli ultimi anni. Parliamo dei Måneskin.
Fa tutto parte di un percorso: non avere limiti e usare quello che c'è. Il nostro rimane un paese molto provinciale; facciamo prima a tirare gli altri nel fango che a esaltarci. Gli Stati Uniti hanno mille difetti, ma sono potenti perché lì la gente tende a spingerti verso l'alto: se ci riesci tu, vuol dire che posso riuscirci anch'io. È una spirale positiva che ti porta a osare, a provarci, a essere determinato. Nel nostro paese è il contrario: quando riesci a fare qualcosa deve esserci sotto qualcosa di sporco, sei fortunato, non te lo meriti. Questo ti porta a non osare e a fare le cose sempre in sicurezza. È il nostro grande limite. Quando succede qualcosa di importante dovremmo alimentarlo indipendentemente dai gusti, perché fa bene a tutti, invece siamo così stupidi che la prima cosa che facciamo è andare a distruggerla.
La percezione che ho della tua immagine, oggi, è molto positiva rispetto a qualche anno fa. Oggi ho l'impressione che, nonostante le polemiche, tu ne sia uscito molto pulito, forse anche per non aver cercato di fare il "piacione" in TV.
Secondo me ci sono tanti motivi. Uno è che c'è stata una generazione che si è "levata dai coglioni", molto semplicemente; probabilmente nei miei confronti c'è stata anche molta invidia. Poi cosa vuoi che ti dica… non so neanche se sia giusto parlarne più di tanto.
Annalisa è accusata di giocare troppo col corpo e che è direzionata da qualcuno, mentre lei rivendica la propria autonomia. Tu sei uno degli artisti che si è spesso esibito a torso nudo. Ti hanno mai criticato per come ti esibivi sul palco?
Ma sì, mille volte! Per motivi vari: dall'imitazione di Iggy Pop, quando a torso nudo sul palco ci è andata più di una generazione di persone – pensa a Jim Morrison molto prima di Iggy. La rappresentazione del corpo è potente, è vitale, fa parte del rock and roll e non solo. C'è molto sesso nel modo di vivere la musica, non è solo una cosa di note e spartiti; c'è coinvolgimento fisico ed emotivo. Anche i Fugazi andavano a torso nudo sul palco. Quella roba lì veniva vista come vanità: "Ah, vuoi farti vedere, sei vanitoso". Ma certo! Stare su un palco è comunque la rappresentazione di un narcisismo che appartiene al performer. Solo in un paese provinciale come questo servono codici di qualche tipo.
E come rispondevi?
A un certo punto me ne sono fregato. Avere un atteggiamento libero – non dico provocatorio, ma libero – significa fare quello che vuoi e basta, costi quel che costi, pagando anche le conseguenze dei feedback negativi. Chi se ne frega, stiamo parlando di ca*ate.
Tornando ai giovani, qual è la domanda più frequente che ti fanno i giovani rispetto al tuo essere riuscito a fare di ciò che amavi qualcosa di importante?
Questa cosa è cambiata molto ed è ciò che mi ha spinto ad aiutarli. I primi anni a X Factor le domande erano sempre: "Come si fa a diventare famosi?", che è una roba terribile. Invece questa generazione non ha come primo obiettivo la fama, la ricchezza o la rilevanza. In questo somiglia molto alla mia: noi volevamo fare musica perché era il nostro linguaggio, ci faceva sentire meglio, riuscivamo a comunicare fra noi senza accettare i compromessi della società. Questi ragazzi hanno scoperto la stessa cosa.
Ovvero?
Suonare, avere quel tipo di linguaggio, li fa sentire parte di una comunità senza dover cambiare minimamente il proprio carattere. Possono raccontare i loro difetti e farli diventare parte della loro personalità. È una roba meravigliosa e salvifica. Io non ho mai cambiato una nota in vita mia per ottenere risultati. Ho fatto scelte discutibili, ma non ho mai cambiato una nota. In questi ragazzi vedo la volontà di portare se stessi ovunque, senza autoghettizzarsi e senza quell'indottrinamento politico che ha fatto morire una generazione precedente, ma con una precisione pazzesca a livello di linguaggio. Questo è molto potente. Posso tornare un attimo all'odio di 15 anni fa?
Prego.
Da una parte c’era la generazione di mezzo che fisiologicamente rifiutava quella precedente; dall'altra c’è stata un'azione di certi personaggi per pura invidia. Con l'arrivo di Internet c'è stata una diffusione enorme delle "impressioni da bar". Ma questa cosa non si è mai risolta in una mancanza di pubblico, sembrava quasi che tutto questo fango che mi si era riversato addosso avesse cambiato le sorti di ciò che stavo facendo. Ma non è andata così, la rete non è la realtà. Anche in quei momenti abbiamo sempre fatto concerti davanti a una marea di gente con grande rispetto da parte del pubblico. Se oggi c'è meno accanimento è perché chi si accaniva è invecchiato e non ha più energia da buttare in cattiverie, perché c'è una nuova generazione che ha recepito bene la mia, e perché ho dimostrato più volte che tutta questa roba non mi fa un baffo. Sono sforzi inutili.