Levante: “Mi faceva tutto schifo, ma il problema ero io. La morte di mio padre ha condizionato i miei amori”

Immagine
Levante
Levante racconta il nuovo album, il fallimento dell’amore, la morte del padre, la maternità e la lotta contro il proprio ego, tra musica e crescita personale. “Mi faceva tutto schifo, guardavo gli altri con superiorità, poi ho capito che dovevo distruggere il mio ego” ha detto.

Levante ha voluto far capire subito di cosa parla il suo ultimo album "Dell'amore il fallimento e altri passi di danza". Insomma, il centro di questo sesto album della cantautrice siciliana è un concept che racconta da diversi punti di vista il lato meno performante dell'amore: dalla tossicità dei rapporti a storie più divertenti, fino all'impatto che la morte del padre quando aveva nove anni ha avuto sulle sue relazioni. La paura di essere abbandonata anche in amore ha segnato la sua vita, ma oggi con il compagno e la figlia Alma ha trovato un equilibrio. Un equilibrio che aveva perso anche a livello artistico: c'è un fil rouge che lega le risposte della cantautrice, ovvero la voglia di raccontare la distruzione dell'ego come unica possibilità di redenzione, soprattutto in un mondo come quello musicale. C'è stato un momento in cui guardandosi intorno tutto era brutto, ma il problema era più lei che altro. In questa intervista Levante spiega cosa le è accaduto e come non smetterà mai di scrivere e cantare: "Il giorno in cui io non avrò più niente da dire non mi presenterò a fare il jukebox".

Sentito l'album, com'è l'effetto di uscita? Diciamo, dopo tutti questi anni cambia qualcosa?

C'è meno attesa per me, ma perché l'ho svelato molto, e quindi questi sette brani pubblicati prima hanno un po' placato l'ansia da uscita del disco. Probabilmente, se avessi fatto un'uscita a schiaffo come fanno in tantissimi ultimamente, la tensione sarebbe stata grande. Invece volevo costringere l'ascoltatore e il fan a prestare attenzione alla musica. Adesso chiaramente ne sono uscite altre otto, però sono contenta: non vedo l'ora di cantare tutto il resto e di far ascoltare questo lavoro per intero, anche perché secondo me tantissime delle canzoni più belle erano quelle rimaste inedite.

Come mai hai scelto di uscire con tutti questi singoli?

Perché a me rattrista molto l'idea di fare un percorso di scrittura e di ricerca – questo poi è stato particolarmente tosto, di ricerca personale e di scioglimento di nodi – e poi, in tre minuti, fai click, dura sette giorni e basta, bruciando tutto. Purtroppo questo è il meccanismo dell'industria musicale oggi, ma io, finché posso, mi oppongo. Fondamentalmente da febbraio 2025 a luglio 2026 ho fatto uscire sette brani. E sono contenta, perché sono riuscita a metabolizzare questo lavoro.

In che senso?

Nel senso che me lo sono scritta, mi sono data i tempi di registrazione che volevo, ho portato in giro i singoli e adesso ne parlo con più contezza, avendo realizzato tante cose. Dalla scelta del colore a queste 15 storie che ho raccontato, tutto è nato da riflessioni che hanno avuto bisogno di tempo, ed è proprio il tempo ciò che secondo me manca tanto agli artisti oggi.

Quindi dici che l'unica possibilità che hai è quella di uscire con i singoli, farli ascoltare un po' e poi pubblicarne un altro?

Sì, in questo momento mi sono sentita di centellinare tutto. Poi sappiamo bene che molti di noi fanno i dischi ormai da venti o trent'anni soltanto per poter fare i tour, perché è la musica dal vivo quella che ci fa campare. Però io rimango molto affezionata alla vecchia visione del disco.

Capiterà mai di fare come Vasco o Pezzali che centellinano le uscite dei singoli e li preferiscono ad album di inediti?

No, mi troverete come Mina a 86 anni a far uscire l'ultimo disco. Sai perché? Il giorno in cui io non avrò più niente da dire non mi presenterò a fare il jukebox.

Non pensi che ci sia il rischio però che ti sentirai sempre nell'obbligo di trovare qualcosa da dire?

Ci sarà sempre qualcosa da dire: dovrei morire domani per smettere di pensare o di trasformarmi. Avevo il terrore, soprattutto quando ero più giovane, di non riuscire più a stupirmi di una cosa scritta da me o a farmi piacere quello che compongo. Alla fine sono arrivata al sesto disco e mi piace un botto, mi gasa; mi piacciono un sacco di canzoni, tutte, e mi piace il percorso che ho fatto, l'idea di dichiarare il fallimento dell'amore. L'ascoltatore o il giornalista non devono neanche chiedersi di cosa parli: sì, parla del fallimento dell'amore, ma il punto non era tanto il tema.

E qual era?

Il motivo del fallimento di questo amore. Ho preso storielle, le ho sviscerate, alcune fanno ridere, altre sono tristi e altre tossiche. Poi c'è una canzone che neanche io sapevo di poter scrivere, perché è arrivata in un momento in cui stavo a pezzi. Ero andata in laboratorio dopo aver vissuto un episodio veramente brutto che mi aveva scossa, mi sono messa al piano e ho scritto: "Padre, guarda dentro l'ira. La tua furia è la mia gattabuia per l'eternità". Ero incazzata nera e ho capito in quel momento che stavo rispondendo alle mie domande. Il giorno in cui smetterò di realizzare delle cose sarà perché avrò smesso di pensare, avrò la mia demenza senile e niente, mi ricorderò sempre degli amici del 2017 e quelli venuti dopo no.

Non ci si potrà mai stancare di scrivere?

Quello sì, ma non credo che Vasco abbia smesso di fare pensieri poetici; semplicemente, probabilmente, non ha più voglia di produrle. A me, per esempio, dispiace la reunion degli Oasis senza un nuovo disco degli Oasis, ma lì è chiaro che c'è un progetto di monetizzazione più che altro.

Senti, citavi "Abissale", come si inseriscono questa canzone e "Fuoco mio" – dedicate a tuo padre – all'interno di questo discorso sul fallimento dell'amore?

"Fuoco mio" nasce perché decido di dedicare un brano a mio padre per il trentesimo anniversario della sua morte: è morto a giugno del '96 e quest'anno sono trent'anni. I temi di "Abissale" e "Fuoco mio" sembrano molto distanti, perché in Abissale inizio con la rabbia per poi far parlare mio padre, e c'è questa sorta di ricongiungimento, riappacificazione e perdono da parte mia, che porta all'accettazione dell'amore. In Fuoco mio descrivo quello che mio padre è sempre stato, il centro, il mio unico amore, l'unico che mi era stato insegnato da piccola – perché ciò che s'insegna ai bambini, sia come genitori che come figli, rimane quasi per sempre. Quello è stato il mio primo grande amore, il più importante, il mio per sempre, l'unico al quale ho consentito di abbandonarmi. Questa visione dell'amore ha inficiato tutta la mia vita e tutte le mie relazioni amorose, che ho cercato di uccidere o di allontanare pur di non rivivere l'abbandono.

Quanto conta l'amore ricevuto sulla capacità di darlo?

Nel mio caso specifico, io l'amore lo so dare, sono una persona che ama tanto e molto generosa. Ma poi, nelle relazioni d'amore, scappo, distruggo, devo sabotare: perché tu non puoi morire e non mi farai ritornare lì dove ho vissuto l'abbandono. Le storie che mi hanno fatto vivere l'abbandono sono state per me devastanti, ma sono poche.

Immagine
Cover dell'album "Dell'amore il fallimento e altri passi di danza"

Sei riuscita a superare questa paura o per adesso non te la poni?

Diciamo che attualmente, nel mio rapporto miracoloso di sette anni, in cui l'altro è chiaramente più intelligente di me ed è bravo a barcamenarsi nei miei labirinti, è come se io fossi attenzionata a non ripetermi negli errori: anzitutto a distruggere l'ego e a fidarmi dell'altra persona, perché c'è una grandissima mancanza di fiducia.

La nascita di Alma ha cambiato qualcosa?

Totalmente. Alma è arrivata scegliendomi, dicendomi: "Tu hai proprio bisogno di me". È stata un angelo, mi ha costretta a guardarmi molto dentro. Non è una cosa bella da dire, ma in effetti i figli aggiustano delle cose, o quantomeno ne rompono delle altre per poter aggiustare tutto il resto. Io sono soltanto migliorata da quando esiste.

Immagino non fosse altro per insegnarle la continuità invece dell'abbandono, della rottura.

Beh, questa è una responsabilità profonda che sento. Non insegno ad Alma nemmeno che il fallimento sia una cosa negativa; anzi, io il fallimento lo interpreto in maniera positiva, perché se c'è stato un fallimento c'è stato un tentativo, e per me l'azione è sempre meglio di qualsiasi stasi o paura. Tutte queste storie portano con sé un fallimento, più o meno leggero o pesante, ma portano con loro un tentativo. Non è che io non abbia mai tentato di lanciarmi nell'esperienza dell'amore: c'è stata una grandissima voglia di trovare l'amore, di amare. Io amo in maniera così spiazzante che l'altra persona, quando mi vede andare via, dice: "Aspetta, perché stai fuggendo?". Però ci sono tutta una serie di meccanismi che ti portano a fuggire, e in "Follemente" lo descrivo in maniera molto chiara.

Senti, tuo padre è il personaggio invisibile e ricorrente della tua famiglia. Tua madre come vive questo uso delle canzoni e della musica per scoprire cose di te e di te e tu padre?

Mia madre? Non l'ho interrogata su come possa ricevere le mie analisi. È una donna che oggi mi chiede scusa tantissimo, ma non ne avrebbe bisogno, perché nessuno ti insegna a essere genitore. Lei comprende perfettamente il dolore che mi sono portata dietro, ma è una persona che ama dimenticare, anziché affrontare. Ricordo quando le ho raccontato del mio percorso terapeutico e lei mi disse: "No, no, io sto bene così". E in effetti lo rispetto: se sei un evitante che non fa danni in giro, hai fatto benissimo, hai trovato il modo di arginare quel trauma. Mia madre è una persona sana di mente. Io invece per certi versi ero evitante, ma facevo anche drammi in giro, ho fatto fallire storie importanti. Ero una mina vagante, e la cosa mi faceva stare male, quindi ho voluto risolverla, anche perché quando diventi genitore hai una responsabilità: devi distruggere l'ego.

Con Pietro e con Alma hai trovato il tuo equilibrio?

Sì, assolutamente.

Senti, mi parli del punto di vista di Ruggine? È cantato al maschile, ma mi pare essere divergente rispetto al racconto generale che ha una donna come protagonista

In realtà la voce narrante cambia posizione in continuazione in Ruggine. È una storia che confonde continuamente i ruoli: c'è un biglietto scritto da uno e letto da un'altra, una richiesta di perdono da parte di una e la fuga di un altro. I ruoli sono molto mischiati, non c'è un vero protagonista, c'è una palla che si rimbalza da una parte all'altra. E questa è la cosa che mi diverte di più. Ho scritto Ruggine sulla base di un biglietto che leggo, in cui però alla fine sono io l'abbandonatrice. C'è un continuo giocare su questo significato.

Qual è la versione di Levante che hai più faticato ad abbandonare?

La me dalla quale mi sto allontanando di più è quella che pensa di avere un punto di vista speciale. Perché, ripeto, la mia lotta assoluta fino a che campo è contro l'ego: credo di essere caduta nel vortice egoico di sentirmi speciale, e non voglio.

Cosa è successo che ti ha fatto sentire speciale?

È molto facile in Italia sentirsi speciali, soprattutto nel panorama musicale di anni fa, ma è una posizione dalla quale non impari niente.

Immagine
Levante

Come capisci che sei in quella posizione e che non va più bene?

Fa parte di un percorso fatto di piccole cose. Mi sono ritrovata, a un certo punto, che mi faceva tutto schifo, e non è possibile. Quando ti ritrovi a guardare tutto con superiorità, capisci fino a che piano sei salita e da dove stai guardando le cose. Distruggere l'ego anche da questo punto di vista è stato fondamentale. Ascoltando gli altri, facendo cose che non avrei pensato di fare.

Tipo?

Che ne so, una mini fiction su Rai 1, che anni fa avrei rifiutato dicendo: "No, solo con Sorrentino o solo su Mubi, perché noi facciamo le cose un po' strane". Invece ho fatto un'esperienza stupenda lavorando con Michele Soavi e Lino Guanciale, persone e artisti con la A maiuscola. Oppure ho fatto una hit estiva insieme a Serena Brancale, cosa che anni fa non avrei fatto.

Hai avuto l'impressione che dal di fuori ti vedessero un po' snob?

Assolutamente sì, ma poi io tutto sono meno che snob.

E con Serena Brancale come è andata?

Mi hanno invitato a una festa – e io non amo amare le feste! – e lì ho incontrato Serena. Mi sono avvicinata dicendole "Ciao, piacere, Claudia", e lei si è illuminata dicendomi: "Io non pensavo che tu fossi così, ti pensavo più altezzosa". Le ho risposto: "Guarda, mi disegnano così". Da lì siamo diventate amiche e quando mi ha proposto il suo progetto ho detto di sì. È chiaro che non sia la mia tazza di tè, ma ho scritto la mia parte e sono andata alla festa e mi sono divertita.

A questo punto della tua carriera quanto è possibile permettersi di perdere del proprio pubblico per mantenere certe posizioni?

Io ho perso tanti follower su Instagram, proprio perché dal 7 ottobre ho iniziato a schierarmi in maniera esplicita. Ma si autopuliscono, mi evitano di dover cercare le persone da bloccare. L'ho detto anche in altre interviste: se uno ha un pensiero estremamente distante dal mio, disumano, e poi canti le mie canzoni… beh, c'è qualcosa che non va, non hai capito chi sono io, quindi non frequentiamoci, va bene così.

C'è qualcosa che non canteresti o scriveresti mai?

Non credo che ci siano limiti in quello che posso cantare, sento di poter cantare tutto. Posso dirti quello che non sono in grado di scrivere o cantare.

E cosa non sei in grado di scrivere?

Vorrei saper scrivere del quotidiano come sapeva fare Dalla. Non so essere quella cantastorie lì, sono troppo introspettiva. Dalla sapeva essere intimo e riflessivo, ma sapeva anche dipingere quello che vedeva fuori semplicemente seduto su una panchina. Quello mi manca, probabilmente sarà il prossimo tentativo musicale. Adesso mi sono guardata abbastanza dentro nei sei dischi precedenti, quindi guardiamo fuori.

autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views