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L’ambizione di Cecchy: “Suono old school, voglio essere un esempio per i bambini di Ponticelli”

Cecchy, nome d’arte di Raffaele Ciaramella da Ponticelli, è una delle nuove voci del rap campano. Dopo l’esplosione con Ponticelli Jungle nel periodo pandemico, ha pubblicato negli ultimi mesi Realness e Soprano. Qui l’intervista.
A cura di Vincenzo Nasto
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Cecchy, 2024
Cecchy, 2024

Cecchy, nome d'arte di Raffaele Ciaramella da Ponticelli, è una delle nuove voci più interessanti del rap campano. Formazione da producer e futuro da autore, il giovane rapper è riuscito ad allineare una dimensione boom-bap a un immaginario che contrasta con i codici linguistici assunti negli ultimi anni nel rap campano. Dopo l'esplosione con Ponticelli Jungle, il suo percorso lo ha portato alla pubblicazione negli ultimi mesi di Soprano, a novembre 2023, e Realness, lo scorso febbraio. Qui l'intervista a Cecchy.

Come ti sei avvicinato alla musica, da autore?

Ufficialmente è cominciato tutto nel 2020, anche se da anni stavo cercando una mia strada e ascoltavo tutto. Sono cresciuto in un periodo in cui il neomelodico era tutto ciò che si ascoltava, il rap è venuto molto dopo. Poi nel 2020 mi sono reso conto che avrei potuto pubblicare musica quasi "gratuitamente" con un computer e ho cominciato a produrre: è stata la mia prima vocazione, prima anche di cominciare a scrivere. Dopo circa un anno, mi sono chiesto perché non provare a scrivere, anche perché avevo/ho molto da raccontare. Il mio primo pezzo fu Drill/Drill.

Poi arriva Ponticelli Jungle.

Eravamo in quarantena, un mio amico mi fece un video mentre rappavo su questa base e il suo andò virale su TikTok. Da lì in poi sono diventato il ragazzo di Ponticelli che aveva fatto qualcosa con il rap: non mi sono più fermato.

Con quali suoni ti sei avvicinato alla produzione?

Si sentiva ancora molto la wave trap, da quella italiana con Sfera, ma anche ciò che accadeva intorno a quel movimento. Poi ho fatto un passo indietro, sono ritornato all'old school anche perché io sono cresciuto con Clementino e Rocco Hunt. Per me, loro due sono intoccabili.

E questo come ti ha aiutato anche nella tua formazione da rapper?

Credo principalmente con l'aspetto tecnico della musica. Sento di riuscire a dare indicazioni anche ai producer con cui lavoro, anche perché se non capisci giustamente la teoria, è difficile richiedere qualcosa quando sei in uno studio di registrazione. Aiuta tantissimo.

Che ricordi hai dei tuoi primi ascolti?

C'era un periodo in cui mia madre aveva un cellulare a conchiglia, tutto rosa. Dentro avevo tutto la musica che ascoltavo in quel momento, da Clementino ai neomelodici. Mi ricordo un pezzo di Franco Ricciardi con Enzo Dong (Prumesse Mancate, 2014): lì cominciai a capire come stava nascendo la trap e dove stava andando. Poi c'erano Clementino e Rocco: alcuni pezzi lì sentivo anche 100 volte al giorno.

C'è stata una difficoltà dal passare dalle vesti da producer ad autore?

In realtà non ho avuto difficoltà. Mi reputo un ragazzo vivace e curioso, che si vuole lanciare su ogni cosa. È una cosa che mi piaceva e avevo già ascoltato molta musica fino a quel momento.

Ritornando alle origini, com'è stato esser cresciuto a Ponticelli e come le persone vicino a te hanno accolto la tua musica?

In un quartiere dove la maggior parte delle cose che accadono sono guai, le persone che mi hanno visto fare musica l'hanno percepito come qualcosa di bello, di divertente e stimolante. Soprattutto i bambini vedono qualcosa di diverso, riesco a essere un esempio di qualcosa di positivo. La mia musica non ha l'esigenza di essere gangsta, anzi, ha l'esigenza di raccontare problematiche e cercare soluzioni, dove nessuno ha interesse a cercarle.

E i tuoi amici, la famiglia?

Sicuramente ho ricevuto molto supporto dagli amici, meno dalla famiglia, ma anche giustamente. Se mi metto nei loro panni: io gli chiedevo di comprare due casse per registrare da 500 euro, mentre mia madre mi diceva che doveva pagare le bollette. Alla fine, però, mi ha sempre supportato. A un certo punto, i miei amici sono diventati fondamentali anche nella creazione musicale, mi stavano accanto e credo sia anche per questo che abbiamo sfondato. Anche perché a Ponticelli nessun rapper è riuscito a fare qualcosa di grandissimo, siamo un po' "nascosti" da un certo punto di vista.

Cosa ha cambiato intorno a te il successo di Ponticelli Jungle?

Credo abbia cambiato più gli altri e il loro modo di comportarsi con me, che la mia percezione.

Dopo la pubblicazione di alcuni singoli, hai già in mente un'idea rispetto al tuo primo album ufficiale?

Ci ho già pensato, cercherò sicuramente di dare una dimensione più varia al progetto. Anche se questo è un periodo in cui sto pubblicando tanti pezzi che suonano crudi, con sonorità old school, il mio primo album me lo sono immaginato con tinte diverse. Vorrei dare un'anima cruda, ma anche conscious dove ti racconto i miei problemi, ma anche pezzi molto melodici. Non vorrei fare un progetto tutto crudo, magari come un disco dei Co'Sang in cui non si riesce a prendere aria.

Cosa ne pensi del loro ritorno?

Sono sincero: fino al 2020/21 io conoscevo solo alcuni pezzi e mi reputo fortunato. Credo di averli incontrati nel momento giusto della mia vita, in cui riesco a capire dei messaggi che volevano lanciare. Da due anni a questa parte li ascolto tutti i giorni e il loro ritorno significa qualcosa di incredibile. Anche per l'ambiente, immagino che con quel suono live che porteranno, ci saranno molte più persone che vorranno sentire quella roba nei club.

Credi che l'attenzione rispetto a ciò che sta accadendo alla musica rap a Napoli, abbia influito anche sulla visibilità nei tuoi primi passi?

Devo ammettere che non ho visto tutto questo cambiamento, anche perché ho avuto un pubblico che mi ha seguito sin dall'inizio dal Nord Italia, ma anche dalla Sicilia, da Catania. Credo che Emanuele (Geolier) sia stata la fiamma che ha acceso un po' tutto, ha avverato qualcosa che sarebbe dovuto succedere già da tempo, anche perché da troppo tempo eravamo sottostimati.

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