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La nota subito, ma all’inizio non per la bellezza. Per il dolore. Difficile che Pablo Picasso resti senza parole. Lui, il maestro dei maestri dell’immagine, dipinge anche quando parla, con la consapevolezza spavalda e splendida di essere il più grande genio del suo tempo. Non ha paura di dire nulla, né ritegno o indecisione nel dirlo. Quando la sera al Caffè Les Deux-Magots prende a parlare, è un fiume in piena che persino i grandi scrittori che allora insieme a lui popolano Parigi devono ascoltare. Però in quel momento resta zitto, quasi appeso, catturato. Perché vede il volto di lei. Un volto in grado di esprimere con compiuta eleganza il senso più alto del soffrire.

Osservandola, di sghembo, tre tavoli più lontano da quello dove lui teneva banco, Picasso desidera dapprima abbracciarla, come se potesse consolarla; poi dipingerla, come se quel soffrire che si posava sul suo viso affascinante attendesse di essere espresso in modo universale; e poi, unendo i primi due impulsi, desidera fortissimamente fare l’amore con lei. Indicandola con lo sguardo, il cinquantaquattrenne Pablo Picasso chiede al poeta Paul Eluard, seduto con lui, chi sia quella ragazza. “Sì, la conosco, Pablo. Si chiama Dora Maar. Ha ventotto anni, è una fotografa allieva di Brassaï. Ed è anche piuttosto brava. Ha un suo stile, sai, nella fotografia e nella vita. Milita con gli estremisti di sinistra. È stata con Bataille”; “Con Bataille? Con quel vecchio?; “Sì, Pablo, Bataille, che credo abbia meno anni dei tuoi anni, tra l’altro. Ed è stata anche con Loius Chavance”; “L’avrò vista in uno dei suoi film. Il suo volto: è strano, è come se lo conoscessi da sempre”.

Picasso si alza e si avvicina alla signorina Dora, il cui nome originario era Henriette Thodora Marcovic, essendo il padre un celebre architetto croato. La giovane brillante fotografa non si accorge della presenza del genio davanti a lei, perché – lo sguardo perso dopo il terzo assenzio – era intenta a praticare un esercizio macabro, seduta sola col suo bicchiere vuoto: la mano posta sul tavolo, con le dita divaricate avvolte in un guanto bianco, infilzava con cadenza regolare un coltello tra le intercapedini delle dita. Finché si ferisce all’anulare. Il bianco del guanto si stria di rosso, ma il suo volto non tradisce la percezione della ferita; Dora alza lo sguardo e vede Pablo Picasso in piedi davanti a lei che la osserva rapito. Gli sorride. E lui la guarda con un’intensità indescrivibile. Parlano per ore in spagnolo, fino all’alba, quando si baciano.

Dopo pochi mesi, Dora Maar è la modella e amante di Pablo Picasso. Accede ogni giorno nel suo studio dalla porta laterale, e lo fotografa continuamente, con ogni luce, da ogni prospettiva. E Picasso la dipinge, indagando tutte le sfumature del soffrire, dentro il suo viso e il suo corpo. E lei, la donna ribelle e anticonformista, libera e spregiudicata, diviene per uno strano incantesimo, pian piano, la musa sottomessa del genio, che ha saputo guardarle, dentro, il dolore profondo che teneva nel cuore. Ogni parola o desiderio di Pablo diviene un ordine. Come quello che le darà dopo poco tempo: smettere di fare fotografie (benché sia straordinaria nel suo lavoro), e provare a dipingere, come faceva lui.

Prima, però, la guarda ancora come quella prima sera in cui l’aveva vista. E pone il suo volto al centro del grande dipinto che, nel 1937, inizia per raccontare gli eccidi della guerra civile spagnola. L’episodio è quello del bombardamento di una cittadina basca di nome Guernica. Nella scomposizione spaziale e antifigurativa in cui è orchestrato il dipinto, i personaggi sono ritratti a brandelli, come stessero divenendo fantasmi: i soldati, i cavalli, le madri, tutto fatto a pezzi dall’orrore della guerra, dai lampi di luci che massacrano gli uomini e le donne di Spagna e d’Europa. E un toro, segno distintivo di Picasso, a dire la forza bestiale dentro l’uomo, elemento protagonista di quella metafisica corrida che è la vita. E poi lei. Dora. Il suo volto, l’unico in grado di esprimere compiutamente il senso del dolore. Dora che tiene in mano una luce, unica speranza dietro l’orrore. Lei, Dora, piangente, musa del buio dell’anima.

Forse Picasso seppe fin dal primo istante che il loro incontro doveva portarlo a fare una serie di geniali dipinti sul dolore, tra cui un grande affresco per raccontare il male che stava lacerando il mondo. Solo Dora, con quel suo sguardo, poteva spiegargli come fare. Il genio aveva bisogno del dolore della bella Croata triste, come il Minotauro del sangue dei figli Ateniesi.
La umiliò e fece soffrire per tutto il corso del loro rapporto. Quando la costrinse a lasciare la fotografia per la pittura, la derise pubblicamente per i suoi tentativi artistici. Dopo una storia, per lei dolorosissima, di nove anni, alla fine la lasciò nel 1943 per mettersi con la giovanissima pittrice Francoise Giot. “La quale – disse Picasso a Dora, una delle ultime volte in cui si videro – A differenza tua è in grado di sorridere e di fare figli”.

Il genio riconobbe ancora una volta nel volto di lei il dolore più profondo del mondo, e ne godette ancora. Lei cadde in una crisi depressiva che numerosi elettroshock, anni di psicanalisi con Jaques Lacan e vari ricoveri poterono lenire solo in parte. Perché quel dolore che teneva chiuso a chiave in sé Picasso l’aveva visto, come un mago, e riconosciuto e liberato, incatenandola, e costringendola per sempre a conviverci con quel dolore.

Lui la abbandonava lasciandole un suo disegno che ritraeva l’amico Max Jacob (morto nei campi di sterminio pochi mesi prima), una casa in Provenza, e altre orribili parole sul suo conto, per addentarle ancora il cuore. Tutte cose che lei avrebbe custodito come sacrali cimeli fino alla propria morte, nel 1997. “Picasso non è stato un amante – avrebbe detto più tardi – E’ stato una malattia”. Non molto tempo dopo l’abbandono di Dora, Picasso avrebbe realizzato un dipinto ispirato dalla sua nuova musa, Francoise; un quadro dalle tinte pastello, dominato dal blu e dal giallo, i contorni delle figure sorridenti ben definiti, stilizzati come nell’opera di un bambino sereno. Un quadro che con Dora non avrebbe mai concepito, il cui titolo era: La Joy de Vivre, La gioia di vivere.