29 Maggio 2021
09:47

La formazione di una donna in un mondo violento e maschilista: l’ottimo ritorno di Tiffany McDaniel

C’è tutto il dolore del mondo ne “Il caos da cui veniamo” (traduzione di Lucia Olivieri), secondo libro di Tiffany McDaniel, autrice de “L’estate che sciolse ogni cosa”, bestseller mondiale pubblicato, per l’Italia, sempre da Atlantide. La vita dei Lazarus è lo strumento per raccontare una storia di formazione e violenza.
A cura di Francesco Raiola

C'è tutto il dolore del mondo ne "Il caos da cui veniamo" (traduzione di Lucia Olivieri), secondo libro di Tiffany McDaniel, autrice de "L'estate che sciolse ogni cosa", bestseller mondiale pubblicato, per l'Italia, sempre da Atlantide. Ma c'è anche una pietas, da parte dell'autrice, che riesce nell'impresa di tenere il lettore aggrappato a una storia familiare, quella dei Lazarus, che è narrata dagli occhi di Bitty, l'Indianina, come viene chiamata per le sue origini. La scrittrice porta di nuovo il lettore a Breathed, Ohio, la stessa cittadina in cui era ambientato il libro precedente, e le cui vicende e personaggi tornano in maniera incidentale anche in queste 400 pagine dense in cui McDaniel ci accompagna in un mondo di storie magiche, di istanze femministe, di maschilismo e di dolore, in cui ancora una volta un perturbante arriva a sconvolgere una cittadina, ma soprattutto una famiglia.

Breathed, ci dice McDaniel è un "un luogo fervido e palpitante: c'era sempre qualche lucertola che finiva schiacciata sotto una ruota, e il cuore imperturbabile della città risuonava del cozzare di tuoni" in cui "in ogni casa c'era una Bibbia e una buona ricetta per il pane. I bambini ridevano. Le madri non si sentivano realizzate. La rabbia costruiva steccati bianchi. Sullo sfondo, tutt'intorno, le pendici dei monti. Credo che di notte si trasformassero in creature femminili in amore". La descrizione non è causale, la scrittrice è presente, ci dà subito una serie di coordinate, talvolta con enorme ironia come quando racconta questa città palpitante al punto che ci sono lucertole schiacciate dalle ruote, ma anche quel contrasto tra i bambini sorridenti e le madri frustrate. È una classica città della provincia americana – McDaniel usa il topos della Bibbia in ogni casa e del pane – ma ci dà anche delle coordinate che ci aiuteranno dopo, perché le montagne intorno saranno lo spazio in cui avverranno delle cose.

"Una volta ho visto Dio impigliato a un filo spinato" dissi.
Lui tirò su col naso e se lo asciugò sulla maglietta come un bambino, prima di chiedere: "E cos'hai fatto, Indianina?".
"Niente. Non ho fatto un cazzo di niente". Sentii le lacrime scendere lungo le guance, e il cuore pesante. "Credo di averlo imparato da te".
"Già…". Tossì nel palmo. "Credo che sia così".

Questo passaggio di pagina 351, che per alcuni potrebbe passare quasi inosservato, contiene dentro di sé uno dei tanti mondi di cui McDaniel infarcisce la narrazione: c'è disillusione, c'è colpa, ma c'è anche una dolcezza infinita in quel padre che, alla fine, cede alla figlia, cede alla verità, fa i conti con una realtà diversa da quella che (si) è raccontato. E il padre di Bitty non è uno che cede facilmente: forse è proprio uno dei personaggi che la scrittrice riesce a ritrarre con maggiore efficacia, delineandone le sfumature e il carattere senza mai dire troppo, ma facendolo agire e parlare. La narratrice parla con Bitty – nella vita reale la narratrice è la figlia della vera Bitty, a cui si ispira per raccontare la famiglia Lazarus -, eppure sa, sa che quell'uomo ha lotta dentro di sé con dei fantasmi che lo accompagnano da sempre, ma riesce a far sì che il lettore lo scopra man mano, scopra col passare delle pagine quelle contraddizioni. Mentre la madre di Bitty è inquadrata da subito, è svelata in qualche modo, sappiamo qual è la ferita primordiale che la rende quello che è, del padre non sappiamo molto.

E proprio questa capacità di disvelamento fatto attraverso la scrittura e la costruzione delle varie scene che rende questo secondo libro un degno erede del precedente. Dentro c'è una storia familiare, il caos da cui tutti vengono, un caos che accompagna ognuno di noi in maniera più o meno violenta, quello che ci rende quello che siamo e che a volte semplicemente ci attraversa, di cui, spesso, non siamo altro che vittime. Altre, però, ci rende carnefici. E in effetti questa è una storia di vittime e carnefici, di vittime che sono donne e carnefici uomini. McDaniel mette subito in chiaro quello che stiamo leggendo, non risparmia nessuno, lo fa fin dall'inizio, fin da quando descrive la madre: "Questo è per me l'inverno. Mia madre in soggiorno con indosso un abito di primavera mentre la neve entra dalle finestre spalancate. L'inverno. Papà corre dentro e chiude tutte le finestre, avvolge la mamma in una coperta. E la neve pian piano si scioglie. Piccole pozze d'acqua sul pavimento in legno di pino di quella casa lungo Shady Lane a Breathed, Ohio. Questo è per me l'inverno. Il matrimonio".

È tutto inverno, specie per le ragazze e le donne di questo romanzo, perché "Una ragazza diventa donna davanti al coltello. Deve imparare a conoscerne la lama. La ferita. A sanguinare. A portare la cicatrice senza smettere, in qualche modo, di essere bella e con le ginocchia abbastanza forti da poter strofinare il pavimento della cucina ogni sabato". Usiamo ancora le parole della scrittrice perché servono a dare delle coordinate. Qui siamo a pagina 9, all'inizio di questo racconto, e questo è un altro snodo fondamentale della storia, perché è il nucleo da cui prende vita tutto il mondo femminile del romanzo: c'è la violenza, la sottomissione, da parte dell'uomo, ma c'è anche la voglia di libertà di Bitty che vede attorno a sé quanto l'essere maschi sia di per sé un privilegio, perché gli permette di fare qualsiasi cosa.

E i maschi in questo romanzo fanno tutto, violentano, tradiscono, ma l'ironia di McDaniel è anche nella capacità di camuffarne le forme, farci quasi empatizzare con loro, prima di togliere strato per strato la pelle bruciata: "Ai maschi è permesso quel cazzo che vogliono. Sono stanca di essere una femmina se significa contare meno di zero" dice Flossie, seguita poche righe dopo da Fraya – entrambe sorelle della protagonista -: "Ci credo che le donne hanno dentro tanta rabbia da non avere più spazio per nessuna gioia. Dopo quello che ci fanno…" anche perché "i padri amano più i figli maschi delle femmine. Per un padre i figli maschi sono la prova più importante del loro essere uomini". Insomma, è chiaro che questo romanzo sia un romanzo di formazione femminile in un mondo maschile, in cui la magia del racconto e dell'invenzione è strumento di potere e manipolazione. Eppure è anche un racconto pieno di poesia e ironia, nonostante la tragedia che lo attraversa dall'inizio alla fine, perché è proprio guardando in faccia la violenza del caos da cui veniamo che è possibile trovare se non il riscatto, almeno la propria strada. Non sempre, ma qualche volta accade.

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