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8 Ottobre 2012
15:21

L’ultima battaglia del “Che” – La cattura e la morte di Ernesto Guevara

Nell’anniversario della cattura di Ernesto “Che” Guevara, cui fece seguito l’assassinio e la mutilazione del corpo, ricordiamo i suoi ultimi giorni. Cosa accadde l’8 ottobre 1967 a uno dei più grandi miti rivoluzionari di tutti i tempi?
A cura di Anna Coluccino
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Volle conoscere il suo paese, unire gli esseri umani sotto l'egida della libertà e della giustizia sociale. E, come tutti i rivoluzionari veri, credeva fortemente che il suo paese corrispondesse all'intero pianeta, che il suo popolo fosse la razza umana. È questo il cuore di ciò che la scienza politica chiama internazionalismo. Solo – forse – dovremmo smetterla di pensare all'internazionalismo socialista e cominciare a pensare all'internazionalismo umano, giacché l'utopia del socialismo prevedere che "umano e sociale" siamo elementi indistricabili.

Da Aristole a Marx, da Malatesta a Gramsci passando per Freud, non c'è nessuno che non concordi su questo, che non l'abbia in qualche modo ribadito, teorizzato, provato: "l'uomo è un animale sociale". Ernesto "Che" Guevara lo capì prima di molti, o almeno – a differenza dei più – fece di questa consapevolezza pratica quotidiana. Anche per questo venne assassinato. E anche per questo continua a sopravvivere nelle coscienze, nell'immaginario collettivo, nonostante i tentativi di santificazione e demonizzazione. Entrambe i tentativi, infatti, sono offese alla sua memoria. Guevara non era né un santo né un demonio, era un uomo (come ribadiscono le sue – leggendarie – ultime parole). Aveva scelto di dedicare la vita a incontrare e aiutare altri uomini che, come lui, credevano che Libertà e Hiustizia fossero bisogni primari dell'essere umano; bisogni che in quanto tali andavano difesi, riconquistati.

Che questo semplice pensiero e l'utopistico agire che ne è conseguito lo abbiano trasformato in un eroe, è solo un incidente della storia, il risultato di un complesso intreccio di eventi che non è questa la sede per dirimere. Ciò che conta è che – oggi – in giro per il mondo tanti esseri umani avvertano il bisogno di ricordare che l'8 ottobre 1967 Ernesto Guevara fu catturato, e che il giorno seguente fu assassinato. Perché le sue idee e la sua azioni riscuotevano un successo crescente, perché era pericoloso continuare a lasciare che andasse in giro per il pianeta (Sud America, Guatemala, Cuba, Congo) diffondendo il socialismo e provando la fondatezza della sua teoria: gli esseri umani, in fondo, sanno cos'è giusto per tutti e, ancor più in fondo, preferirebbero davvero vivere in solidarietà; ammesso di essere lasciati – davvero – liberi di scegliere.

Quarantacinque anni fa, in Bolivia  – La storia

Il "Che" si trovava in Bolivia, alla guida dell'ELN (Esercito di Liberazione Nazionale) – un contingente di 50 rivoluzionari cubani che si aspettavano di unirsi agli oppositori del governo golpista del dittatore René Barrientos Ortuño. Guevara e i suoi si erano preparati alla guerriglia, ma affrontavano un momento di grande difficoltà a causa del fatto che ogni singolo presupposto per la buona riuscita del progetto era andato in fumo: avrebbero dovuto fronteggiare il solo esercito boliviano, ma si trovarono a combattere contro contingenti rinforzati e addestrati direttamente dalla CIA; avrebbero dovuto ricevere appoggio dal Partito Comunista Boliviano ma questo – filosovietico e non filocubano – non mosse un dito in soccorso dell'ELN (con l'eccezione di sparute iniziative personali); per una serie di fattori, le comunicazioni con Cuba erano del tutto interrotte.

In queste condizioni, senza viveri e ormai circondato, Guevara fu catturato insieme ai suoi compagni l'8 ottobre 1967, per mano dell'esercito boliviano guidato da Félix Rodríguez (agente della CIA inflitrato a Cuba e messo a capo dell'intera operazione). Tutto accadde nella quebrada del Yuro, a pochi chilometri dal villaggio di La Higuera. Le cronache raccontano che Guevara si arrese solo in seguito alla gambizzazione. Il capo dell'esecutivo boliviano – René Barrientos – interpellato sul da farsi, ordinò l'immediata esecuzione del "Che" e dichiarò alla stampa che Ernesto "Che" Guevara era morto in combattimento. Ma l'agente della CIA prendeva ordini da altri padroni e – così – imprigionò il "Che" in una scuola del villaggio in attesa di ulteriori istruzioni. Quando la notizia della cattura arrivò a Langley, l'amministrazione Johnson non prese una decisione diversa da quella dal sanguinario dittatore boliviano. Emise la sentenza di morte. Pollice verso, come ai tempi dell'Impero Romano, solo che – nel moderno occidente evoluto – la decisione viene comunicata via etere, a chilometri di distanza.

Il racconto popolare vuole che il soldato scelto a sorte per eseguire la sentenza che i padroni avevano dettato, non avesse il coraggio di farlo, e perciò tentennò molto prima di decidersi. Quel che è certo è che – alla fine – il corpo venne crivellato, e pare che a sparare l'ultimo colpo al cuore sia stato Felix Rodriguez in persona. L'agente CIA portò per molti anni in giro i cimeli di quell'impresa; si impossessò infatti dei pochi effetti personali del "Che" per poterli esibire. Ma pare anche che, poco prima di morire, Guevara abbia lasciato ai posteri le classiche, ultime parole famose: "So che sei qui per uccidermi. Spara dunque, codardo, stai solo uccidendo un uomo".

Il corpo di Ernesto "Che" Guevara fu quindi legato ai pattini di un elicottero, trasportato in un ospedale di Vallegrande, mostrato ai giornalisti, mutilato e nascosto. Persino i suoi resti erano pericolosi. Ma i carnefici non avevano fatto i conti con i resti impossibili da nascondere: le immagini, le fotografie di Guevara morto che alimentarono il mito, dando incredibile eco alle sue idee. Lo chiamarono "San Ernesto de La Higuera ", "El Cristo de Vallegrande". E resta suggestivo notare come l'ultimo ritratto del "Che" somigli così tanto all'iconografia classica del Cristo Morto, figura cui spesso veniva e viene paragonato – anche se con alcune colorazioni più tipiche di un Gesù Barabba che di un Gesù di Nazareth – e probabilmente è questa l'immagine finale che se n'è voluta tramandare: il "Che" non fu che un'altra vittima – sebbene eroica – di quel potere che scommette sul fatto che l'essere umano sia pericoloso e malvagio e che perciò necessiti di manipolazione da parte un consesso di esseri umani superiori, di "scaltri"; un consesso formato – ovviamente – dai potenti stessi. Peccato non aver ancora capitp che è proprio questo stile di pensiero a rendere gli uomini malvagi.

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