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Isca, il recupero archeologico dell’isola che fu di Eduardo De Filippo

Dopo quasi un secolo nuove indagini archeologiche e restauro dei luoghi sullo “scoglio” di fronte Massa Lubrense. Il soprintendente: “Sarà necessario che il sito possa essere visitabile nel rispetto della sua tutela e in accordo con i proprietari possessori”.
A cura di Claudia Procentese
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I saggi di approfondimento con le moderne attrezzature, il restauro conservativo dei resti di epoca romana, un cantiere durato un anno che ha visto impegnati archeologi e tecnici della Soprintendenza, l’intesa con i recenti proprietari dell’isolotto. È questo il nuovo capitolo della millenaria storia di Isca. L’ultimo suo abitante, e unico se parliamo di stanzialità stagionale, da giugno ai primi freddi, è stato Eduardo De Filippo, che dalle finestre a picco sul mare guardava di fronte il suggestivo fiordo di Crapolla. Lo scoglio, detto Galluzzo perché vicino all’arcipelago de Li Galli, deve la sua notorietà al drammaturgo e attore napoletano che lo scelse d’estate come eremo marino, dove riposare dalle tournée teatrali immerso in una natura incontaminata. Eppure questo pezzo di paradiso privo di lidi e ammantato dalla vegetazione mediterranea, di due ettari appena e a circa cento metri di bracciate dalla dirimpettaia Massa Lubrense, ha una storia molto più antica e poco conosciuta che arriva fino all’epoca romana. "Eduardo mi ha portata a vedere i ruderi della casa romana, sul lato nord. C’è rimasto poco, però la scala romana che conduce al mare è ancora transitabile a tratti" ricorderà nel libro "In mezzo al mare un’isola c’è" Isabella Quarantotti, la terza moglie di Eduardo, raccontando i tre mesi estivi alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso trascorsi ad Isca con lui che scriveva la commedia "Sabato, Domenica e Lunedì", e chiedendosi “da quanti piedi umani è stato calpestato questo scampolo di terra benedetta, attraverso i secoli? Di sicuro, prima ancora dei Greci  dei Romani, gli abitanti degli insediamenti preistorici sulla costa dirimpetto, attirati dallo splendore dell’Isola, qualche gita ce l’avranno pur fatta”.

Dal restauro alla sfida della valorizzazione

Oggi il ripristino dei luoghi e le ultime indagini archeologiche sull’isolotto al largo della costiera sorrentina ne stanno per mostrare questo volto storico dimenticato. Innanzitutto è stato aggiornato lo studio delle rovine ancora nascoste agli occhi dei più. Perché Isca, ricordiamolo, è da sempre proprietà privata, prima di Vittorio Astarita, il quale poi nel 1947 la vendette all’amico Eduardo per diciottomila lire. Un paio di anni fa gli eredi del figlio Luca l’hanno ceduta per oltre dieci milioni di euro ad imprenditori positanesi della moda, dopo il fallito tentativo da parte del Comune di Massa Lubrense, dell’Area marina protetta di Punta Campanella (in cui Isca ricade) e della sezione locale di Acheoclub per l’acquisto in prelazione con il Ministero della Transizione ecologica. Ne va da sé che, da questo momento, la sfida più impegnativa sarà quella di integrare la tutela ad una valorizzazione che tenga conto della perifericità accidentata e della fruizione di un patrimonio archeologico che, al di là della vendita dei suoli, è di tutti. I dati scientifici dei nuovi sopralluoghi attendono, come da prassi, la pubblicazione prima di essere diffusi e i protocolli d’intesa non possono essere svelati senza definire tutti i dettagli, ma di certo "sarà necessario che il sito possa essere conosciuto e visitabile nel rispetto della sua tutela e in accordo con i proprietari possessori, anche al fine di consentire la divulgazione scientifica dei risultati ottenuti" anticipa a Fanpage.it il soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio dell’area metropolitana di Napoli Mariano Nuzzo, aggiungendo che la sua missione "è quella di partecipare alle azioni di conservazione e porre in essere tutti i mezzi necessari consentiti dalla norma per proteggere questi siti e trasferirli alle generazioni future".

Le nuove indagini dopo più di ottant’anni

Ma in cosa consistono queste testimonianze archeologiche e qual è la loro importanza? Già nel 1913 la scoperta della lucerna di importazione tunisina (IV-V secolo d.C.), poi donata nel 1967 a Papa Paolo VI (ora nella collezione Astarita dei musei vaticani), attesta le antiche frequentazioni isolane. Tuttavia i primi archeologi a mettere piede su questo grumo di roccia calcarea, soprannominato dai pescatori Formicola perché “dalla vita snella”, furono più di ottant’anni fa Paolino Mingazzini e Federico Pfister che inserirono la descrizione di quella che definirono “villa sullo scoglio dell’Isca” nel secondo volume della ‘Forma Italiae’, pubblicato nel 1946. "I cinque elementi di cui è costituita (la domus, le due grotte, il belvedere lungo ed il belvedere sopra il porto) sono sparpagliati per tutto l’isolotto e disposti con criteri puramente panoramici" annotano i due studiosi. Dopo di loro bisogna arrivare ai giorni nostri per assistere finalmente alla ripresa di nuove indagini, che hanno chiarito meglio il contesto. "L’isola presenta importanti resti di epoca romana, per l’appunto già segnalati da Mingazzini e Pfister, tutti collocati sul versante che guarda la vicina costa – spiega Luca Di Franco, archeologo della Soprintendenza dell’area metropolitana di Napoli e direttore scientifico del nuovo cantiere di scavo -. Sostanzialmente si tratta di una scala in parte intagliata nella roccia e in parte costruita su murature ad opera incerta di calcare e in opera reticolata di tufo. Questa scala permetteva di collegare la sommità dell’isolotto con la zona a mare e, in particolare, l’accesso a due grotte che in epoca romana furono adibite a ninfeo, un tipo di edificio molto diffuso nelle strutture di villeggiatura di epoca romana".

Isca dépendance di una sontuosa villa d’otium 

I ninfei romani, in origine santuari delle ninfe, diventano in età ellenistica e romana luoghi di otium e convivialità. Ad Isca, nelle pareti a precipizio sull’acqua, si aprono antri profondi, assai evidenti a chi si accosta via mare. I due ninfei, ricavati in tali cavità naturali, presentano un legame stretto con le sontuose ville dell’élite romana che sorgevano lungo la costa dirimpetto, facilmente raggiungibile a nuoto. Insomma, di queste ville marittime i ninfei di Isca sono una sorta di appendice. Maiuri diceva che Isca, con le isole vicine, sembra quasi uscita dal grembo di quella costa e che debba rientrare entro quel grembo "come una nidiata nel covo". "Isca rappresenta uno dei pochi casi in cui un intero territorio isolano viene utilizzato quale dépendance di una villa romana – ribadisce Di Franco -. Lo scoglio è un luogo di diletto e villeggiatura inserito in un panorama di grande suggestione naturalistica". Siamo a cavallo del I secolo a.C. – I secolo d.C. in penisola sorrentina, parte finale della dorsale calcarea dei Monti Lattari che separa il golfo di Napoli da quello di Sorrento. Lo storico greco Strabone descrive la fascia costiera tra capo Miseno e capo Ateneo (Punta Campanella) come una lingua di terra affollata di residenze. I siti oggi riconosciuti come ville, o comunque come strutture ad esse relative, sono ventiquattro. In pratica, tra tarda repubblica e inizio II secolo d.C. le dimore di Romani illustri formano, in questo versante meridionale della baia di Napoli, proseguendo verso il golfo di Salerno, una sequenza pressoché ininterrotta di portici, terrazze, esedre panoramiche, discese a mare, aperte o in galleria, peschiere. E approdi.

Restituire l’antica funzionalità dei luoghi significa rispettarne la storia

Ogni approdo è elemento indispensabile per la nascita di un insediamento antropico, cioè per permettere all’uomo di frequentare quei luoghi. Isca ne ha due. Già nella ‘Forma Italiae’ si parla di "approdo piccolo" e "approdo grande con la scala". Il primo, rifatto agli inizi degli anni Cinquanta dall’ingegnere Mario Pacifico (colui che ristrutturò anche il San Ferdinando, il teatro di Eduardo De Filippo a Napoli, ridotto in macerie dai bombardamenti del 1943), venne abitualmente usato dal commediografo che saliva la scalinata di mattoni rossi per raggiungere in cima la casa abbarbicata sul promontorio di nord-est, risistemata con piastrelle vietresi e dove la cucina era arredata con tutti i mobili ricavati dalle varie scenografie dei suoi spettacoli. Sopra: il fabbricato padronale e l’alloggio del custode che verranno successivamente ammodernati dal figlio Luca nel 2010 con la realizzazione di un dissalatore, un generatore di corrente a gasolio e un impianto di fitodepurazione per il trattamento delle acque reflue. Sotto: il mare delle sirene, dove il regista Paolo Sorrentino per omaggiare Eduardo girerà nel 2020 la scena del bagno in "È stata la mano di Dio", quando uno dei protagonisti del film, Saverio Schisa/Toni Servillo, recita alla moglie i versi di "Si t’o sapesse dicere". "Rispetto a quanto noto da Mingazzini – illustra l’archeologo della Soprintendenza – le nuove indagini presso la casa, prima degli Astarita e poi dei De Filippo, hanno permesso di appurare che l’abitazione è stata costruita intorno a un nucleo più antico, ma non romano: si tratta di una struttura di epoca moderna, collocabile tra Cinquecento e Settecento, con scopi forse difensivi. Isca, infatti, sicuramente, oltre ai Romani, ebbe una frequentazione sporadica in epoca moderna, probabilmente con finalità di caccia". Il secondo approdo era quello con una scala i cui gradini nella parte superiore non si sono conservati, ma i tagli disegnano ancora il vecchio tracciato, in parte appoggiato alla roccia e dal lato mare sostenuto da un muro. Di questo antico attracco, che permetteva l’ingresso alle grotte-ninfei, mai più usato dall’epoca romana, si nota quel resta seguendo le labili tracce rimaste sulla parete scoscesa. Negli ultimi mesi, grossi ponteggi, visibili ai navigatori, hanno svelato le delicate operazioni di restauro che sono in atto per ripristinarne la storica funzionalità. "Nel corso dei secoli – ci tiene a precisare Di Franco – i resti archeologici, confinati nel settore meridionale dell’isola, sono sempre stati rispettati dai proprietari e ciò ne ha permesso un’ottima conservazione".

La tutela archeologica e la collaborazione pubblico-privato

Ma se oggi Isca è proprietà privata, lo Stato in che modo custodisce questo tesoro naturalistico ed archeologico? "La Soprintendenza pone in essere tutte le misure necessarie per la tutela del sito – risponde il soprintendente Nuzzo -. Il Codice dei beni Culturali e del paesaggio impone la tutela dei beni riconosciuti di interesse artistico, storico, archeologico e paesaggistico sia in proprietà pubblica che privata per assicurare la loro conservazione e la trasmissione alle prossime generazioni. L’azione coordinata tra pubblico e privato ha permesso di programmare e co-progettare interventi di scavo e restauro dell’area archeologica, ma anche di integrare nel rispetto del monumento e dell’ambiente la vita dell’uomo. Gli interventi hanno mirato anche alla salvaguardia dell’originaria dimora della famiglia De Filippo, che ha mantenuto il suo aspetto originario". E dopo gli Astarita e i De Filippo, i nuovi proprietari sono i titolari di Antica Sartoria, marchio di abbigliamento nato a Positano, dimostratisi sensibili verso la storia e la natura dell’isola, addossandosi l’onere economico del suo recupero. "Tutti i lavori di scavo e restauro, così come impone il Codice, sono a carico del proprietario – chiarisce Nuzzo – che deve garantire la migliore tutela dei beni in suo possesso, sulla base di una direzione scientifica della Soprintendenza. Con la nuova proprietà c’è stata la condivisione del progetto e una buona collaborazione per il buon esito delle procedure". Ci sono casi in cui l’archeologia non si occupa di tesori sepolti ma di tracciare esperienze, non è lo studio "su", ma lo studio "con". L’ultimo sopralluogo sull’isola a luglio ha suggellato la sinergia che finora pare funzionare. Non si conosce il destino abitativo di Isca, resort, suite di lusso o magione, ma è assodato che "la sua destinazione d’uso – rimarca Nuzzo – dovrà essere conforme alla normativa vigente e compatibile alla tutela dei beni archeologici, architettonici e del paesaggio".

L’isola-ponte che unisce alle radici

Da convivio per i romani a rifugio appartato per De Filippo, Isca racchiude e preclude. È allo stesso tempo dilatazione e contrazione, come la diastole e la sistole del cuore umano. Per questo è universo autosufficiente, un posto sicuro, completo in se stesso, dove pace e serenità regnano. Quasi un paradigma di vita che "qui – diceva Eduardo – non è lotta continua e spietata bensì lavoro mirato alla sopravvivenza". Senz’acqua se non quella portata dalla nave cisterna, senza luce elettrica fino a quando in tempi più recenti si dotò di un generatore a gasolio, senza linea telefonica. Un ancoraggio esistenziale. "I nostri territori rappresentano un’unicità nel mondo: la costiera sorrentino-amalfitana è da sempre stata meta del Grand Tour e di visita da parte di grandi intellettuali italiani e stranieri – commenta Nuzzo -. Eduardo qui, probabilmente, conservava ancora intatte le sue radici e l’isola, dove aveva anche l’idea di costruire una cavea teatrale, era un luogo in cui potersi immergere serenamente nei suoi pensieri, elaborare nuove opere, alimentare la serenità". Macchia di terra senza sbarco di intrusi, sulla rotta delle origini. Per il grande maestro delle scene Isca fu come Itaca, l’isola del ritorno a casa. Sbugiardando l’amaro "fujtevenne ’a Napoli".

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