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Il water boy di Carter è il vero scopritore della tomba di Tutankhamon? “La leggenda accompagna la realtà storica”

La storia del ragazzino che portava l’acqua ai lavoratori dello scavo di Howard Carter nella Valle dei Re e potrebbe aver scoperto la tomba di Tutankhamon. Lo storico egiziano Francis Amin: “Serve al grande pubblico”.
A cura di Claudia Procentese
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Tutankhamon e il water boy
Tutankhamon e il water boy

La sera della cerimonia d’inaugurazione del GEM (Grand Egyptian Museum), il primo novembre scorso, è comparso sul megaschermo che, dal palco ai piedi delle piramidi di Giza, ha diffuso le immagini in diretta mondiale. Nella ricostruzione video un ragazzino di nome Hussein che porta acqua in giare di terracotta, a dorso di un asino, inciampa nella sabbia del deserto, scava e trova il primo gradino di una scala che lo condurrà alla tomba inviolata del faraone Tutankhamon. Il giovane acquaiolo corre, quindi, ad avvertire Howard Carter della sensazionale scoperta e, alla fine del filmato, sorride all’archeologo britannico che gli mette al collo una pesante collana d’oro. Non è l’unica apparizione del “water boy” durante lo spettacolo, perché il piccolo Hussein si materializza molte volte dal vivo nei panni di un giovane attore che, in tunica bianca e lanterna in mano, diventa il filo conduttore di tutta la manifestazione.

Ma chi è Hussein? Non fu Carter a scoprire la tomba di Tutankhamon? A chi apparteneva la collana d’oro? La storia del “water boy” di Carter continua a vivere come una leggenda nella Valle dei Re di Luxor, l’antica Tebe d’Egitto. Eppure in pochi fuori dai confini egiziani conoscono quel che si racconta su questo vivace ragazzino. Dare un’identità al dodicenne che, secondo i racconti, portava l’acqua agli operai dello scavo archeologico di Carter non è semplice. Perché Carter non ne fa menzione, conosciamo solo i nomi dei suoi quattro capisquadra, ma i lavoratori locali erano di più, spesso invisibili.

È lo stesso giovinetto immortalato da Harry Burton, il fotografo della spedizione inglese, con il pettorale faraonico addosso? Di certo il gesto simbolico potrebbe essere un atto di ringraziamento nei confronti di Hussein oppure sottolineare quanto un reperto archeologico sia testimone vivente della Storia, in un legame senza tempo. E se è lo stesso giovinetto che ha posato per Burton, si tratta del proprietario di una caffetteria di Luxor vicino al Ramesseum?

La Storia non è solo una sequenza di date e fatti, ma anche un tessuto di memorie, voci e significati che si rivela nei dettagli e sfugge alla cronaca ufficiale. Come la vicenda di Hussein Abdou El-Rasoul, che non intende screditare il lavoro svolto da Carter per trovare la tomba, né la sua meticolosa documentazione, ma vuole invece arricchire la comprensione del passato e la sua connessione con il presente. Il racconto orale, tramandato, diventa, così, patrimonio immateriale di chi vive sul posto, trasformandosi, arricchendosi, diventando simbolo di resistenza contro il potere autorizzato, di identità.

Non occorre, perciò, sfatare il mito, perché in archeologia può accompagnare la conoscenza storica su base scientifica. Accompagnare. È il termine usato dal professore Francis Amin, ricercatore e storico egiziano, guida archeologica a Luxor, della cui storia è profondo conoscitore e dove è console onorario d’Italia, collezionista di foto d’epoca, curatore di mostre, insegnante di lingua italiana in alcune università dell’Alto Egitto. Da trent’anni è impegnato nel dialogo interculturale tra l’Italia e l’Egitto. Per questo motivo è stato insignito dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine della Stella d’Italia concessa dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, su proposta del ministro degli Affari esteri. A Fanpage.it Francis Amin svela dettagli inediti e propone ipotesi su come avvenne la scoperta della tomba di Tutankhamon.

Professore Amin, la storia del “water boy” di Howard Carter è vera?

Non possiamo saperlo con certezza. Di sicuro Carter e il suo fotografo Harry Burton non hanno mai parlato di questo ragazzo, mai nemmeno nominato.

Ma chi era?

L’ho conosciuto quando ero giovane. Lui ormai anziano mi disse: sono stato io a pulire la scala.

Si riferisce alla scala di accesso alla tomba di Tutankhamon?

Sì. Dopo la scoperta di un gradino intagliato nella roccia della Valle dei Re, sulla riva occidentale di Luxor, cioè l’antica Tebe egizia, che faceva presagire l’ingresso di un ipogeo reale, Carter informò lord Carnarvon, il finanziatore della campagna di scavo, richiamato in fretta attraverso un telegramma dall’Inghilterra. Si recò, quindi al Cairo per accogliere il conte e chiese nel frattempo al suo assistente Arthur Callender di occuparsi della pulizia della scala, cioè di liberarla da sabbia e detriti.

In effetti passarono tre settimane tra il rinvenimento del primo gradino, avvenuto il 4 novembre del 1922, e lo stupore di Carter che il 26 novembre, insieme a Callender, a Lord Carnarvon e alla figlia Lady Hevelyn, si trovò davanti alla seconda porta murata con i cartigli di Tutankhamon impressi nell’intonaco di copertura.

Ma tutto prende l’avvio proprio da quel primo gradino rinvenuto la mattina del 4 novembre, quando gli operai dello scavo avvertirono Carter della scoperta.

Quindi non fu l’archeologo inglese ad accorgersi del gradino?

Non c’è da meravigliarsi, è quello che avviene di solito in uno scavo, dove sono impegnati a lavorare insieme operai e archeologi, guidati da un direttore, che in questo caso era Carter.

Allora chi fu a vedere per primo la pietra levigata di calcare da cui partiva la scala di sedici gradini, che portava al corridoio della leggendaria tomba KV62?

Solo di recente, l’egittologo Zahi Hawass ha raccontato un suo particolare incontro nel 1974 presso il Marsam hotel, nel villaggio di Qurna. Fino al 1934 l’edificio fu la sede della “Chicago House”, la casa della missione archeologica dell’Università di Chicago poi trasferitasi sull’altra sponda, in seguito divenne in parte proprietà della famiglia Abdou El-Rasoul che lo trasformò in albergo e, tra gli anni Quaranta e Cinquanta, in un vero e proprio luogo di incontro e scambio culturale. Marsam, infatti, in arabo vuol dire atelier.  Questo luogo ha ospitato gli artisti pionieri della pittura egiziana moderna e gli studenti della facoltà di Belle arti che vi trascorrevano un’intera stagione disegnando le tombe egizie.

Chi incontrò Hawass al Marsam hotel?

Conobbe il proprietario, Sheikh Aly, all’epoca settantenne. Lo sceicco Aly, che partecipò allo scavo di Carter, riferì ad Hawass che il 4 novembre, mentre gli operai cantavano, Carter scriveva nella sua tenda, ormai nutrendo poche speranze di ritrovare la tomba. Dall’altra parte dello scavo un ragazzino di dodici anni, che trasportava acqua in giare di terracotta a dorso di un asino per dissetare i lavoratori, ne piantò una nel terreno, facendo una buca per non farla rovesciare perché la base era rotonda. Fu così che gli apparve il gradino e corse subito ad avvisare Carter.

Il giovane è passato alla storia come il “water boy” di Carter, ma qual era il suo vero nome?   

Sheikh Aly disse ad Hawass che il ragazzo era suo cugino, Hussein Abdou El-Rasoul.

È vero che la famiglia di Aly, e quindi di Hussein, sarebbe legata ai ladri di tombe, i quali sapevano come localizzarle e perciò di notte si recavano con le lanterne nella Valle dei Re per cercarne l’ingresso?

Aly era nipote di Mohamed, scopritore alla fine dell’Ottocento di quello che oggi è noto come il “nascondiglio reale” della quarantina di mummie di Deir el-Bahri, tra cui Thutmose III e Ramesse II, sempre nella necropoli tebana, cosiddetto perché qui furono raccolte dai sacerdoti egizi per preservarle dai saccheggiatori di tombe. Mohammed e il fratello Ahmed si resero responsabili del traffico illecito di manufatti provenienti da questo nascondiglio, prima di rivelare la sua ubicazione segreta al Dipartimento delle antichità.

Ritornando al giovane acquaiolo, alcune foto d’epoca raffigurano un ragazzo in galabia bianca e turbante che indossa una collana-pettorale d’oro lunga 50 centimetri, decorata con cinque scarabei di lapislazzuli e cobra reali, proveniente dal tesoro di Tutankhamon. Potrebbe trattarsi del piccolo Hussein?

Le fotografie sono quelle di Harry Burton, il fotografo ufficiale della spedizione di Carter, che scelse un ragazzo della stessa età di Tutankhamon faraone per fargli indossare il pendente, e una venne pubblicata sull’Illustrated London News nel 1927. Ma la storia di questi scatti risalta fuori all’improvviso soltanto negli anni Ottanta, nel pieno ritorno d’interesse verso Tutankhamon sulla scia della celebre mostra al British Museum del 1972, quando un membro della famiglia Abdou El-Rasoul, di nome Hussein, proprietario di una caffetteria vicino il Ramesseum (ndr il tempio funerario del faraone Ramesse II a Luxor), cominciò a raccontare ai turisti del suo lavoro in gioventù nello scavo di Carter. L’uomo si faceva immortalare seduto, anche lui in tunica bianca, mentre sorreggeva un ingrandimento incorniciato proprio della foto di Harry Burton, risalente a decenni prima. In pratica il gestore del Ramesseum Rest House si identificava con il ragazzo che indossa il pettorale.

Il professore Francis Amin
Il professore Francis Amin

Lei all’inizio dell’intervista ha detto di aver conosciuto il “water boy”, si riferiva a questo Hussein della caffetteria?

Esattamente. Morto alla fine degli anni Novanta.

Quindi Hussein nipote di Aly, il “water boy” di Carter e il ragazzo nella foto di Burton sono la stessa persona?

Andiamoci cauti. Esiste una foto del 1936, ultimo anno di Carter a Luxor, pubblicata dallo stesso egittologo britannico in cui indica i nomi degli uomini raffigurati, ma scrive solo Hussein per uno di loro che è alto, slanciato e appare insieme al rais Ahmed Gorgar, caposquadra più anziano degli operai, e a Hussein Ahmed Sayed il vero capo dei lavoratori. Se questo Hussein della foto di Carter è il ragazzo che ha indossato la collana nella foto di Burton, allora vuol dire che si tratta del capo degli operai bambini che in seguito ha continuato a lavorare con Carter, insomma dal 1923 al 1936. E significa che per Carter era una sorta di icona, gli voleva bene.

Capo degli operai bambini?

Sì, non dimentichiamo che un uomo adulto e robusto non può intrufolarsi negli spazi stretti di un’antica tomba, mentre ne è capace una persona di corporatura più esile, come quella di un bambino. Tuttavia, Carter non ha mai parlato di un ragazzino che portando l’acqua è inciampato in un gradino o a cui casualmente è apparsa la cima della scala. Nei suoi diari ufficiali racconta che il 4 novembre 1922 si reca al cantiere alle sei del mattino e trova gli operai fermi che lo avvisano della scoperta. Tra l’altro, chi all’alba di un giorno di quasi inverno porterebbe mai l’acqua ai lavoratori di un cantiere? O per meglio dire, chi avrebbe necessità di bere? Inoltre, un vaso contenente acqua verrebbe adagiato in mezzo agli scavi, oppure su un lato, all’ombra?

In pratica la presenza di un giovane acquaiolo nello scavo non è giustificata?

Non lo so, ma verosimilmente non era un povero ragazzo che portava l’acqua, al contrario ricopriva una posizione più importante.

Questo, però, non esclude che possa essere stato il ragazzino a dissotterrare per primo il gradino.

Rispondo citando due libri. Uno apparve nel 1927 e vi è pubblicata la foto del capo degli operai, fisico corpulento di due metri d’altezza, che si chiama Hussein Ahmed Sayed. Si tratta di una guida turistica dal titolo “Egypt, how to see it”, redatta da Khouri, conservatore museale, e certamente letta da Carter. L’autore scrive che questo rais Hussein aveva la testa dura, scavava disobbedendo agli ordini, e aggiunge una sua foto con la didascalia: il vero scopritore della tomba di Tutankhamon. Se questo non fosse stato vero, Carter di sicuro avrebbe reagito. Il secondo libro “Le Réveil de Kemit”, Il risveglio di Kemit, è del 1959, con l’introduzione del direttore generale delle Antichità egizie Étienne Drioton, il quale parlando di Tutankhamon fa una caricatura di Hussein Ahmed Sayed e dice che era un operaio di Carter, a cui lo stesso Carter disse di scavare a destra, ma lui scavò a sinistra e trovò la tomba: “il capo degli operai fa quel che gli pare e contrariamente agli ordini ricevuti dà l’ordine di scavare verso sud, fa un buco dove il suo piede si incastra e trova una scala”.

Resta in sospeso la storia del nipote di Aly. Una curiosità: a parte i racconti ai turisti, qualcuno ha mai intervistato direttamente Hussein il proprietario della caffetteria?

No che io sappia, molte interviste ai figli e ognuno ha narrato il proprio ricordo, come quello secondo il quale Carter fece tenere ad Hussein la collana di Tutankhamon a casa sua per una settimana, cosa alquanto improbabile. Tutto questo dopo l’uscita del racconto di Hawass. Erano ormai gli ultimi anni di vita di Hussein, che si limitava a farsi fotografare e, per la verità, era più basso dell’uomo slanciato nella foto del 1936. Comunque esiste anche un’altra ipotesi.

Howard Carter con gli operai che trasportano i reperti della tomba di Tutankhamon
Howard Carter con gli operai che trasportano i reperti della tomba di Tutankhamon

Quale?

Alcuni dicono che il “water boy” potrebbe essere il figlio del caposquadra Gorgar.

Al di là dell’esistenza di questo dodicenne e della sua precisa identificazione, è difficile, nel senso che trova resistenza, oggi ammettere che la scoperta possa essere stata di un egiziano e non del britannico Carter?

Uno che ha speso cinquantamila sterline per gli scavi, direttore della missione, può mai lasciare il merito a un operaio? Tutte le scoperte del mondo sono sempre state attribuite al direttore della missione, anche se in realtà le hanno fatte gli operai.

Insomma risulta complicato risalire alla certezza degli avvenimenti.

Più che parlare di complessità nella ricostruzione dei fatti, ci tengo a sottolineare che se sei il direttore di uno scavo e ti chiamano perché hanno trovato qualcosa, a chi appartiene la paternità della scoperta? Ovviamente al direttore della missione, altrimenti bisognerebbe compilare un diario con l’elenco di tutti i nomi degli operai e di cosa ognuno di loro ha trovato.

Durante l’inaugurazione del GEM (Grand Egyptian Museum), il primo novembre scorso, è comparso sul palco un ragazzino in tunica bianca con in mano una lanterna, portando così la luce nelle varie sale del museo che oggi ospita il tesoro di Tutankhamon. Si è voluta ricordare la figura “emarginata” del piccolo Hussein?

Una sorta di citazione letteraria di una leggenda, dal momento che nel video proiettato si vede il ragazzo che, da solo, libera dai detriti i sedici gradini della scalinata per arrivare al muro sigillato.

Si può interpretare come un riscatto dell’Egitto moderno dalla pesante eredità dell’era coloniale?

Per chi non si intende di archeologia sì. Ma in uno scavo il lavoro è di squadra, guidata da un capo che si assume oneri e responsabilità, facendosi portavoce del gruppo.

Ma allora perché è stato scelto il piccolo Hussein come simbolo della cerimonia di inaugurazione?

Perché è una storia affascinante, ieri come oggi. Tutte le grandi scoperte archeologiche sono accompagnate da un’aura di mito e mistero che serve al grande pubblico, non agli archeologi. Resta una storia popolare, non è una teoria scientifica.

Non si rischia di diffondere notizie false?

Guardi, sto traducendo in arabo un libro pubblicato nel 1914, dal titolo “Louqsor san le pharaons”, "Luxor senza i faraoni", di Georges Legrain, egittologo francese, sovrintendente delle antichità, scopritore della Cachette di Karnak e responsabile del restauro dell’enorme complesso templare di Karnak a Luxor. Legrain ha raccolto le tante storie popolari dell’Alto Egitto, anche raccontate e inventate dagli operai degli scavi, come quella della leonessa dei templi che mangia i bambini. Un libro fantastico che non ha valore scientifico sì, ma fa parte della storia dell’archeologia, perché è il dietro le quinte dell’archeologia.

Quindi simili storie possono aiutare l’archeologia?

Certo. Non demonizziamole, sono mezzi per diffonderla. Come la storia dello scambio di battute tra Lord Carnarvon e Carter dopo aver praticato un piccolo foro alla parete della stanza del corredo funerario di Tutankhamon: “riesce a vedere qualcosa?” chiese Lord Carnarvon a Carter, che rispose “sì, cose meravigliose”. Dialogo artefatto, ma che dà il senso dell’emozione del momento.

Istantanee di un’archeologia romantica.

Ma la straordinaria realtà del nuovo museo è tangibile, concreta. Il GEM lascia senza parole. Io, che faccio anche la guida turistica, accompagno decine di visitatori ogni giorno che restano stupefatti dalla monumentalità dei centomila metri quadrati di esposizione e dalla ricchezza dei reperti, a partire da quelli provenienti dal tesoro di Tutankhamon finora accatastati scandalosamente nei magazzini del vecchio museo di piazza Tahrir. È stato fatto un lavoro grandioso, quest’apertura è di certo l’evento non solo archeologico, ma culturale più importante di questo secolo. Oggi finalmente gli egiziani sanno riconoscere e di conseguenza proteggere il loro passato glorioso.

A proposito di istantanee e del vecchio museo del Cairo, è in corso una mostra fotografica su Nefertari che, in quanto a fama, fa concorrenza a Tutankhamon.

La tomba della regina Nefertari è in assoluto la più bella di tutto l’Egitto, scoperta nel 1904 da Ernesto Schiapparelli, direttore del museo egizio di Torino. Venne trovata vuota, ma è ricca delle sue meravigliose pitture, capolavori dell’arte antica. Nel 1986 il Getty Conservation Institute ha finanziato con cinque milioni di dollari il suo restauro ad opera di un team guidato dai coniugi italiani Mora, Paolo e Laura. All’epoca ventenne, li vedevo tutti i giorni a Luxor, li fotografavo mentre lavoravano e tutte le sere ci incontravamo per parlare di Nefertari. Alcuni di questi miei scatti sono confluiti in questa mostra che ho curato, insieme a quelli del restauratore Adriano Luzi, mio amico di pelle, prematuramente scomparso.

Perché Tutankhamon e Nefertari seducono ancora oggi?

La storia egiziana possiede un fascino senza tempo. I suoi eredi, cioè gli egiziani moderni, ne sono più coscienti e perciò maggiormente interessati. In Egitto contiamo sette grandi università con la Facoltà di archeologia che ogni anno sfornano tre-quattromila archeologi molto capaci e competitivi a livello internazionale.

Professore Amin, riusciremo un giorno a conoscere la verità sul “water boy”?

Chissà. Potrebbe venire fuori all’improvviso qualche scritto di Carter o dei suoi collaboratori che lo nomina e ci dirà di più. Intanto godiamoci la leggenda… senza esagerare.

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