Per chi fa il mio mestiere, quello dell’attore intendo, l’estate è da sempre il periodo del tour estivo (ovviamente mi direte voi, perché viene d’estate altrimenti sarebbe il tour primaverile o autunnale) ovvero il tour delle piazze, dei festival, sagre, feste di paese e feste dell’unità varie. Perché, ebbene sì, da quando il PCI si è disciolto come neve al sole, anche le gloriose feste dell’Unità pian piano si son divise, ognuna in una festa più piccola del proprio partito di sinistra di riferimento, con conseguente calo delle "attrattività", dei danari disponibili per l’organizzazione, riducendosi, molto spesso ma non sempre, di fatto a salamella e al concerto o spettacolo di turno. Le feste dell’unità (permettetemi di chiamarle affettuosamente ancora così) sono quindi un po' una metafora della Sinistra in Italia: piccole, frammentate e divise. Ma (e attenzione qui c’è un Ma più grande di una casa) sono animate e tenute vive da una base di volontari e volontarie infaticabili, inestimabili, coraggiosi e (attenzione) mossi dai più alti valori della sinistra storica.

Faccio questo mio nobile mestiere, che è quello di far ridere le persone parlando del peggio del mondo (la satira), da ormai quasi vent’anni e nel corso di questi quattro lustri, girando il paese in lungo e in stretto, ho ben potuto assistere al decadimento delle feste dell’unità in tutte le loro declinazioni, nonché al lento dissolvimento dei partiti di sinistra. Negli ultimi 6 anni ho portato in giro una serie di spettacoli dal titolo "IL MATTO" che parlano delle nostre tre fantomatiche repubbliche, ponendo al centro del monologo eventi che, a mio dire, le avrebbero caratterizzate: Piazza Fontana e l’assassinio di Giuseppe Pinelli, il G8 di Genova e l’uccisione di Carlo Giuliani e infine la strage dei migranti al largo di Lampedusa nell’ottobre del 2013. Argomenti che vanno a nozze con le piccole “feste dell’unità” di ogni dove e che si sposano poi benissimo con l’ambiente circostante e, come solo la satira può e deve fare, riescono a far ridere seppur da ridere ci sia veramente poco. In questi ultimi 6 anni sono stato chiamato per far spettacolo in ogni dove, ho preso un treno per ogni dove, qualcuno mi è venuto a prendere in stazione, mi han portato in albergo, poi sono arrivato alla festa, abbiamo fatto un piccolo soundcheck, delle prove, le luci, ho bevuto qualche spritz, ho fatto spettacolo e sempre, alla fine, ho ricevuto una meravigliosa accoglienza e c’è stata una grandissima partecipazione. Tornando a casa, poi, o dirigendomi l’indomani verso un’altra piazza, in questi sei anni, il mio pensiero era sempre lo stesso: “È incredibile, è incredibile come la base del partito sia così lontana dal partito stesso che non li rappresenta più in alcun modo”.

Partecipando ai fantasmi delle “feste dell’unità” ci si ritrova catapultati in una zona quasi ai confini con la realtà, in un luogo fuori dal tempo, dove persone di ogni età ed estrazione sociale, si chiamano l’un con l’altro compagno e compagna e collaborano insieme per un bene comune: la buona riuscita della festa, ovvero la partecipazione e come diceva il buon vecchio Signor Gla libertà è partecipazione”. Giovani e vecchi compagni e compagne a stretto gomito, lavorano nelle cucine per friggere o arrostire salamelle, dietro il bancone di un bar a spillare birre o servire vino condito con qualche aneddoto o battutaccia, sparecchiano, corrono da una parte all’altra e sembra che tutto accada in totale armonia, anche perché tutte e tutti sono assolutamente volontari e lo fanno solo ed esclusivamente per il piacere di farlo, per passione, per il bene comune. Ed ogni volta ne viene fuori un ritratto meraviglioso della collettività, o meglio ancora di quello che dovrebbe essere la collettività: uno spazio dove tutte e tutti collaborano per il bene comune. In questi casi il “bene comune” è una festa, è lo stare insieme, in altri una raccolta fondi per sostenere una causa, o ancora un momento per sviluppare idee per un altro mondo possibile e certamente migliore di questo. E per un attimo, quando mi ritrovo avvolto da questo calore, vedo il mondo per come dovrebbe essere e non solo per come è. Per un attimo mi appare quasi possibile quell’altro mondo possibile. Ma è solo un attimo, che dura il tempo d’un respiro, perché subito dopo mi domando, come direbbe il poeta, William Shakespeare, “quali sogni possano ancora venire” e mi chiedo come sia possibile che il partito sia così staccato dalla sua stessa base, come è possibile che parlino lingue così differenti, come è possibile che in Italia, un po' dovunque, esista una partecipazione così larga, estesa, condivisa, un dissenso così comune, una voglia di protesta e cambiamento così diffuso senza che venga davvero raccolta da un partito di massa, e come è possibile che l’unico vero attuale partito di massa sia populista, razzista, omofobo e sessista? Come è possibile che un’anima così forte non abbia un corpo altrettanto potente e attraente?

Nel pormi queste domande e scrivere questo pezzo però mi sono fermato qui, perché non riuscivo ad andare avanti, non riuscivo a chiuderlo, né a trovare una risposta degna d’essere letta. Mi sono chiesto se fosse opportuno aggiungere altre domande come ad esempio: e il PD? E Bibbiano? Ma soprattutto: e i Marò? E sono arrivato alla conclusione che forse non sempre c’è una risposta alle nostre domande, perché “ci sono più cose in cielo e in terra di quante la nostra filosofia possa immaginare”. Semplicemente in questo momento manca un “grande raccoglitore” a tutto questo dissenso e a questa partecipazione, per varie e svariate ragioni che a mio modo di vedere, partono da quel maledetto pomeriggio da cani del luglio del 2001 in cui a Genova, il più grade movimento di sinistra trasversale che si fosse mai visto negli ultimi anni, fu fatto letteralmente a pezzi, ammazzato e lasciato per terra nella pubblica piazza e da allora, quel movimento, o anche un suo lontano parente, non è stato più in grado di ricomporsi, anche se lentamente, giorno dopo giorno, festa dopo festa, base per base, ci prova a suon di feste e volontari che ostinatamente credono ancora alla possibilità di un altro mondo.

Nel mentre però, in questa lenta, difficile ricostruzione, accade che arrivi qualcun altro, di certo più furbo ma con molto meno cuore e coraggio, a raccogliere quel dissenso, quel malcontento diffuso, e come una goccia cinese, batte sulla testa della povera gente, scavando nel suo cervello insinuando false verità e nemici inesistenti. E così in pochissimo tempo il problema non è più il lavoro, il Sud, le ferrovie, le disuguaglianze, i diritti, la casa, la scuola… ma i migranti. E piano, piano la moltitudine si convince che quelle false verità siano vere, perché come dice Haidi Giuliani “una bugia ripetuta infinite volte, diviene verità” e così accade che, come diceva il Bardo, “l’inverno del nostro scontento si è tramutato in splendida estate grazie a questovicepremier  “e tutte le nubi che incombevano minacciose sulla nostre case ora son sepolte nel profondo seno dell'oceano” o del mediterraneo. E così nel bel mezzo di una notte quell’estate, un sogno trasformato in incubo diviene realtà e quell’incubo ha un nome: decreto sicurezza bis. Nel frattempo il tour estivo continua, troverò altre piazze, altre feste, altre compagni e altri compagni e continuerò, nonostante tutto, a fare il più bello e antico mestiere del mondo, se non il più antico di certo il più bello: far ridere parlando del male del mondo, colpire alla pancia il potere con una raffica di battute, smascherare le truffe per quello che non appaiono, sbeffeggiare i potenti e farli tornare ad essere quello che sono, dei re nudi. Perché alla fine sarà una risata che li seppellirà.

“Per occupare questi giorni belli ed eloquenti, sono deciso a dimostrarmi una canaglia e a odiare gli oziosi piaceri dei nostri tempi. Ho teso trappole, ho scritto prologhi infidi con profezie da ubriachi, libelli e sogni, per spingere a odiarsi (tutti) l'uno contro mortalmente.”  William ShakespeareRiccardo III – Atto I, scena I